sabato 25 ottobre 2025

Stella rossa del mattino

 





Stella rossa del mattino, chi ti ha messo sul sentiero

A vegliare questo bimbo, fin da quando è messo al mondo

A proteggere e sostenere, che la vita è un mistero

Stella rossa a contemplare, il suo potere è profondo

 

Stella rossa, ma che diavolo è questa poesiola, da dove arriva ora?

Così pensa Quarto, immerso da qualche ora nel dormiveglia. Si è stufato di guardare il soffitto e all’improvviso gli sono balenati in mente da chissà dove, quegli sciocchi versi. Non ci pensa a lungo perché è sopraffatto da un sonno imperioso e sogni, pensieri e immagini reali si rincorrono e si confondono in un pazzo girotondo.

Forse, pensa in un effimero momento di veglia, era una filastrocca che mi cantava la mia mamma quando sono nato, immagina Quarto e sorride al buio, sono passati quasi novant’anni dalla sua nascita ed è sicuro di non poter essere in grado di ricordare nessun particolare di quel periodo remoto della sua vita.

Non ricordo nemmeno il volto di mia madre, pensa in uno sprazzo di lucidità e immensa amarezza Quarto, è questo non è giusto, davvero non è giusto.

Quante cose non sono giuste nella vita ma quelle che decidiamo noi sono una conseguenza delle nostre azioni, dei nostri errori e ne abbiamo la responsabilità. Altre cose non dipendono dalla volontà e sono ingiuste e basta.

Questo sa Quarto, anche sotto l’effetto dei farmaci.

Torna a sognare, di una presenza, una donna dal volto sfumato ma familiare che canta, canta una dolce melodia con voce aggraziata e delicata, Stella rossa del mattino…

Poi la donna tace e il suo volto subisce una metamorfosi, gli occhi diventano luminosi e azzurri, i capelli corti e biondi, quasi bianchi, la statura cresce e Quarto si sente felice perché anche questa persona gli è cara e la riconosce. Sua moglie che non ha mai dimenticato, sua moglie persa quindici anni fa che sembra ieri. Quarto sente una fitta al cuore, un dolore intimo che nemmeno la morfina endovena può sedare. Il dolore di un vuoto, di un arto amputato, di un buco nella sua anima. Mi manchi tanto, pensa mentre gli scorrono lacrime che continuerà a piangere anche dopo, nel sonno. Perché non ha mai smesso di piangere la scomparsa di sua moglie. Piange per gli anni che non hanno avuto ma anche per la vita che hanno trascorso, sa di averle regalato bei momenti e un amore sincero ma le ha anche gettato addosso giornate terribili, liti e notti insonni, un tradimento da lei perdonato ma mai dimenticato, e soprattutto silenzi. Dei silenzi si era pentito già prima che lei morisse, cercava sempre qualcosa da raccontarle, un accadimento, perfino le barzellette, faceva in modo di riempire il vuoto dei silenzi anche quando lei era stanca e avrebbe preferito riposare.

Era terrorizzato dal silenzio che sarebbe sopraggiunto alla sua morte e che ormai lo accompagnava da tanti, troppi anni.

Stella rossa del mattino, veglia e proteggi lei che non ho più, recita e si sente un vecchio stupido e deteriorato che non è nemmeno più in grado di pregare e forse non lo è mai stato.

Sulla soglia appare una giovane donna. Quarto sa che non può essere sua mamma e neppure sua moglie. Poi ricorda, è la giovane infermiera del turno di notte. Si avvicina per misurare e rilevare, valutare e riportare in cartella. È brava ma è giovane, troppo giovane, pensa Quarto. Chissà se ha già visto morire qualcuno, si chiede, mentre lei gli sfiora la mano e gli chiede perché non dorma.

Quarto le vorrebbe dichiarare la verità, che i fantasmi del suo passato sono giunti a tenergli compagnia e gli impediscono di addormentarsi ma preferisce non spaventarla, lei è davvero tanto giovane e presto dovrà assisterlo e sostenere i suoi ultimi respiri. Le dice di stare bene ed è vero, perché il letto è comodo e non avverte dolore. L’infermiera gli sorride e gli ricorda di suonare il campanello in caso abbia bisogno di lei. Poi si gira e scompare dalla porta come l’ennesimo fantasma della notte. Deve avere circa l’età di suo nipote, anzi potrebbero conoscersi e anche piacersi, perché no, se solo lui trovasse il tempo (avesse il coraggio) di andare a trovarlo. Pazienza, in fondo è un bravo ragazzo e la sua casa gli farà comodo, così ha deciso Quarto e l’ha già messo su carta a evitare ripensamenti.

La casa non gli serve più, questo è sicuro da quando è entrato in quel letto, anche se chiunque indossi un camice bianco non abbia mai fatto mancare la speranza di una cura, di una possibilità. Quarto sa che certe cose non si possono procrastinare e sarà anche un vecchio deteriorato ma non è stupido. Non gli importa, non può dire di non avere paura ma a questo punto la curiosità è più forte della paura.

Solo una cosa lo angustia, non ricordare il volto di sua mamma, quando era piccolo e lei gli cantava le canzoncine per farlo addormentare.

La notte sembra non avere fine e dal buio, a un certo punto, emerge una figura, una donna, avrà trenta anni, i lunghi capelli neri legati in una treccia puntata dietro la nuca, senza trucco a parte un filo di rossetto, sembra una diva del cinema muto, anni trenta.

Si avvicina e lui la vede, è molto bella e priva di rughe.

Lei gli sorride e inizia a cantare, con una voce bellissima, dolce e vellutata. Proprio come quella che sentiva da bambino.

Stella rossa del mattino, chi ti ha messo sul sentiero…

Quarto la riconosce e sorride.

E con quel sorriso, finalmente trova pace e si addormenta.

 



domenica 19 ottobre 2025

Olly esce in strada

 







Lei lo fissa negli occhi.

Ogni volta è un colpo al cuore.



I loro visi distano pochi centimetri e lei è capace di fissarlo senza imbarazzo, lo fa sempre e ogni volta, a lui sembra la prima volta.

In quegli occhi scuri e grandi, che gli fanno venire in mente un cerbiatto smarrito, Oliviero si è perso tante volte, dalla prima superiore.

E ora che si avvia verso la maturità, ne è completamente, pazzamente innamorato.

Olly è una bestia in matematica, se la cava appena con la fisica ma nelle materie letterarie non ha rivali. Gaia chiede sempre un suo parere quando c’è il tema in classe.

Olly, come lo chiamano a scuola, per un momento ha dimenticato cosa deve dire, prima di baciarla.

Poi si concentra e ritrova la parola.


“Tu sei la forza del mattino, ciò che mi permette di fare il primo passo, tu sei il coraggio del giorno, che doma la mia perenne paura, tu sei il fuoco che riscalda i miei inverni e sei la speranza della sera che socchiude le mie palpebre”.


È fiero Olly di riuscire a dire quelle parole, tenendo lo sguardo in quello di lei. E già sa quale sarà la risposta della giovane donna.


“Tu sei il cavaliere che mi porge gentile la mano, l’uomo che ho scelto per affrontare il mare quando è in tempesta, chi mi circonda di tenerezza e mi fa camminare su un tappeto di sogni”.


Olly sente un calore invadere la sua pancia, un calore piacevole. Lo avverte ogni volta che sente la voce di Gaia pronunciare quelle parole.

Poi fa quello che deve.

Appena lei socchiude gli occhi, si avvicina, chiude gli occhi a sua volta e poggia le labbra su quelle di lei.

Attorno è solo silenzio.

Fuoco e miele, sono le labbra di lei, velluto e petali di rosa. Alito caldo e fragrante come pane appena sfornato.

Il profumo del paradiso.

Un bacio casto che vale mille promesse, consola mille attese.



Poi una voce imperiosa pone fine al sogno e alla magia.



“STOP! Va bene così, Gaia perfetta, Olly meno nervoso se puoi, non siamo al Regio, è solo il teatro della scuola, perdinci! Gli altri ok, di più non si può pretendere. Ora tutti a casa a fare una doccia, puzzate come caproni, stasera si debutta”.

Il docente è stanco, lavorare fuori orario lo snerva ma a sorpresa, qualcosa di buono sta venendo fuori.



Il sipario si chiude, Gaia scappa di corsa, fuori dalla scuola c’è qualcuno che la aspetta.

Lui le afferra una mano, lei lo guarda interrogativa.

Sembra pronunciare una domanda che rimane inespressa.

Lui la fissa, cercando di parlare ma non riesce a emettere suono.

Allora Gaia lo saluta nervosa. Devo andare, ci vediamo stasera, poi si gira e corre via.

I compagni del laboratorio di teatro battono pacche sulle spalle di Olly, sei grande, gli dicono, stasera sarà un successo. Olly non se ne cura, piuttosto cerca di mettersi sulla scia di Gaia e le corre dietro.

Esce dal teatro, la porta sul retro è antipanico e sembra pesare dieci tonnellate.



Esce in strada.

Vede la scena che temeva.

Gaia s’infila un casco integrale che le ha porto il suo “ragazzo”.

Olly ha un brivido di repulsione.

L’altro è diversi anni più adulto. Una montagna di muscoli.

Guida una moto che peserà trecento chili. Ha portato un casco per lei, che Gaia ha indossato.

Poi li vede discutere.

Lei toglie il casco, poi lo indossa di nuovo.

Lui mette in moto, lei sale sul sellino e si volta.

Mentre l’energumeno dà gas facendo un rumore d’inferno lei si gira. E lo guarda.



Sta fissando me, pensa Oliviero, sta guardando me.



Gaia lo osserva intensamente, prima che il ragazzo faccia sgommare la moto in un trionfo di rumore, puzzo di benzina e gomma bruciata.



Olly pensa: Non sa che la sta perdendo.

Ripensa agli occhi di lei, al sapore delle sue labbra, al suo sguardo.

L’ha già persa.

E rientra in teatro.










sabato 11 ottobre 2025

Il mondo di Pedro

 






Il cielo è terso e nero.

Il vento degli ultimi giorni ha spazzato nuvole e smog. Anche se smog, qui in quota mille non ce n’è molto per fortuna.

Lo respirino i cittadini, pensò distratto Pedro, mentre guardava le stelle.

Il cielo di notte è bellissimo. 

Poi fece il gioco che ripeteva fin da quando era un bambino. Socchiuse un occhio e col pollice alzato nascose una stella, poi un'altra e un'altra ancora. Come se potesse, solo alzando un dito, cancellare, schiacciare una massa incandescente di idrogeno e elio in continua reazione, decine o centinaia di volte più grande del sole. Per poi farla riapparire solo spostando il dito.

Pedro lo sapeva che è un pensiero puerile ma quel gioco gli aveva sempre dato l’illusione di avere il potere di un demiurgo.

La temperatura è vicina allo zero e lui indossa solo una felpa ma non ha voglia di entrare. Mille volte preferisce stare sotto quel cielo, osservare i corpi celesti, luminosi, chiedersi come colmare la distanza da essi e sentire di farne parte.

Pedro in realtà si chiama Pietrantonio, come suo nonno, per quell’usanza di perpetuare il nome degli avi come a garantire loro una sorta d’immortalità, ma lui suo nonno non lo aveva mai nemmeno conosciuto. A quindici anni, durante una gita in Spagna, durante la quale i suoi compagni di classe si erano distrutti di canne, qualcuno gli aveva affibbiato quel nome e a lui era piaciuto.

A quindici anni avevo un sacco di amici, pensò con amarezza, oggi ho le stelle da guardare, da contare.

Era stata una sua scelta. Non si pentiva di averla fatta, vivere isolato, lontano dal rumore e dal traffico, dalle offerte speciali, dai venditori e da quelli, i peggiori, che volevano esserti amici ma si nutrivano delle tue energie.

Io le energie, le consumo scalando. Pedro amava arrampicarsi in solitaria, conosceva quelle pareti come la cucina di casa sua.

Non gli mancava niente, soprattutto sotto quel cielo.

Si era fatto tardi, si sfregò gli occhi stanchi e asciugò distratto una lacrima che gli solleticava, scorrendo sullo zigomo. È il freddo, si disse.

Ma il pensiero conseguente era stato, sono più dolorose le lacrime che versiamo noi stessi o quelle che abbiamo fatto versare ad altri?

Pedro non aveva voglia di iniziare con le elucubrazioni che non lo avrebbero portato da nessuna parte e lo avrebbero costretto all’ennesima notte insonne. Non ne aveva per niente voglia, ma era troppo tardi.

Aveva fatto bene a ritirarsi in quella casa ai piedi della montagna, lasciandosi tutto il suo mondo, le persone care, la sua vita passata alle spalle?

Forse sì, forse no, era la risposta che si dava sempre ed era come contare le stelle, sapeva che non sarebbe andato da nessuna parte.

Forse era il momento di trovare un compromesso, il tempo passava e stava diventando vecchio. Non era preoccupato per lui, accettava il fatto di terminare i suoi giorni, solo, nella sua baita, senza che questo fatto gli provocasse il minimo disagio ma iniziava a pensare alle altre persone.

La sua ex moglie, che si preoccupava per la sua salute e non mancava di scrivergli anche ora che Pedro aveva smesso di usare il telefono. Suo figlio che era salito fin lassù per dirgli che la compagna aspettava un bambino e lui non aveva saputo mostrarsi emozionato e l’unica cosa che era riuscito a sussurrare era stato: cerca di essere un buon padre.

Il sottinteso era chiaro, non essere come me, e il ragazzo doveva avere capito, non si era fatto più vedere, a pensarci a quest’ora il bambino doveva essere nato da un pezzo.

Fu scosso da un brivido, faceva freddo e le stelle erano più vivide che mai.

Non posso far scomparire le persone passando sopra il pollice, come faccio con le stelle.

Le persone tornano, se non fisicamente, almeno nei pensieri e nello spirito e lasciano il segno. Spingono, stuzzicano, pungono, fanno male.

Pedro capiva che non avrebbe potuto continuare così, aveva coperto di nuvole il suo cielo ma le stelle continuavano a esserci e ogni tanto si facevano vedere.

Prima di rientrare decise.

Sarebbe sceso in paese e avrebbe iniziato a comprare un cellulare nuovo in cui inserire la vecchia scheda. Lì cerano salvati i numeri dei suoi contatti. Suo figlio avrebbe risposto o forse no, ma non poteva saperlo ed era deciso a provarci.

Rientrò in casa, era mezzo congelato.

Si aspettava di non riuscire a dormire ma l’insonnia non mise piede nella sua camera.

Dormì bene.

Le stelle vegliarono su di lui.

 



domenica 27 luglio 2025

Lo spaventapasseri

 



Cosa ci faccio qui, non me lo chiedo nemmeno.

Quando il capo chiede di fare una cosa, io la faccio. Sono fatto così. Credo nei valori come la fedeltà, l’obbedienza, il rispetto delle regole e dei ruoli.

Sono sempre stato così, anche se a volte quest’aspetto mi ha causato qualche problema.

Certo, sono stato anche un adolescente ribelle e trasandato, che non amava farsi tagliare i capelli e tantomeno fare la doccia troppo di frequente. Poi sono cresciuto, per fortuna, e la ribellione, i capelli lunghi e il cattivo odore sono rimasti nel passato.

“Vai tu alla convention dei venditori, io ho un impegno che m’impedisce. Sono due giorni nella natura, mangi e bevi gratis e se sei fortunato, fai anche qualche piacevole incontro!”

Il capo è fatto così anche lui, non gli importa che sia sposato e che certe avventure non m’interessano, per lui ogni occasione è buona per tradire la moglie e tutti sanno che è da lei allegramente ricambiato.

Comunque sia, sono finito qui, in questo paesino di duemila anime, incastonato tra verdi colline, nell’unica struttura della provincia, adatta a ospitare circa cinquecento venditori e i loro clienti, riuniti con la scusa di ascoltare le novità del settore ma con la reale intenzione di fare una vacanza (con relativa scappatella) a spese delle proprie aziende.

Il posto non è niente male, girano camerieri in guanti bianchi che offrono un rosato frizzantino locale come aperitivo, c’è la piscina per i momenti liberi e una vista mozzafiato sui filari di vigne e sui frutteti.

Io quei filari e quei frutteti li ricordo bene. Li vedevo fin da bambino.

Tutte le estati, durante le scuole elementari, alla fine dell’anno scolastico, i miei genitori mi accompagnavano dagli zii che vivevano in campagna e mi lasciavano sul posto da una a due settimane, dicendomi che a un bambino di città avrebbe fatto bene respirare per un po’ l’aria pulita delle verdi colline.

Forse avevano ragione ma all’epoca la pensavo diversamente.

Tutti i giorni a strappare le erbacce del cortile, dipingere lo steccato di recinzione delle galline, a raccogliere frutta e a trasportarla in cesti pesantissimi, io bambino di città, a casa ci ritornavo con i calli sulle mani e le spalle scottate dal sole.

Poi c’erano gli inconvenienti. Scappare dal cane che mi aveva già morso una volta sulle chiappe, quando qualcuno si dimenticava di legare la catena. Le camminate sotto il sole cocente, senza sapere dove andare, senza poter utilizzare la vecchia bicicletta con le gomme bucate, che “domani se ho tempo le riparo” ma quel domani non veniva mai.

Mi ero trovato dei compagni di gioco, un gruppo di dodicenni che di giorno lavorava nei campi dei genitori ma di sera invadeva la piazza con un vecchio pallone di cuoio e ingaggiava interminabili partite usando le panchine come limiti del campo di gioco e quattro lampioni come pali.

Inutile dire che per quei scapestrati io ero il “signorino” oppure il “cittadino” e come tale ero scelto per ultimo. Appena gli anziani del gruppo si accorgevano che ero bravo e osavo sfidarli con finte, tunnel e altra roba che avevo nel repertorio, partivano i calcetti sulle caviglie, le pallonate in piena faccia o nello stomaco e una volta ero rimasto a terra senza respirare per quasi un minuto intero prima che i compagni di squadra si decidessero di interrompere l’azione di gioco. Tornavo dagli zii, la sera, quasi sempre con le ginocchia sbucciate ma non dicevo loro niente per evitare l’alcool che usavano per tutto, dalla disinfezione alla manutenzione del motore diesel del trattore.

Sia chiaro, quella crudeltà non era un problema, era solo la conferma che lì, in quel mondo rurale, le cose funzionavano esattamente come in città, e anche lì, così come a scuola, se volevi sopravvivere, non dovevi lamentarti troppo.

Semmai il problema era un altro.

Mi era stata assegnata una stanzetta, in cima alle scale, e il posto era bellissimo. Dalla finestra, che tenevo aperta anche di notte, potevo guardare un magnifico cielo e osservare i crateri della luna e sognare di quando l’uomo, solo pochi anni prima, ci aveva camminato sopra. Inoltre la cascina non veniva chiusa a chiave e qualche volta, la notte, illuminando le scale con una piccola torcia, ero sceso il cortile ad ascoltare i rumori degli animali. Lo stridio delle civette o spesso il lungo ululato dell’allocco. Lo scricchiolio tra l’erba dei piccoli roditori che scappavano sapendo di essere prede.

Mi affascinava quel mondo spietato e sanguinario, scoprivo il lato selvaggio della natura che non potevo ancora riconoscere nel mio ambiente cittadino.

Non mi faceva paura, non fino a una notte.

Dalla finestra sentii un respiro, come di qualcuno che ansima dopo una corsa in salita o di chi ha l’asma. Sembrava vicino e mi affacciai per vedere se uno degli zii fosse uscito in cortile. Il cortile era immerso nel buio, era una notte con poche stelle e non distinguevo la terra dal cielo. A distanza, nella vigna, vidi qualcosa. Sembrava una piccola fiammella rossa, immaginai qualcuno che stesse fumando. Quel rosso poteva essere la brace di una sigaretta, certo. Poi guardando bene, mi accorsi che i puntini rossi erano due e il rumore di respiro proveniva dalla direzione di quelle luci.

Di quegli occhi.

Provai una paura folle e disperata, chiusi gli scuri e la finestra e sopportai il caldo e le lenzuola fradice di sudore fino al mattino, senza potermi riaddormentare.

Qualcuno mi osservava dal campo, con occhi di fuoco.

Al mattino andai con uno zio proprio in quel campo, di giorno tutto sembrava normale ma per sicurezza le mie mani stringevano una vanga.

In mezzo al campo se ne stava eretto, legato a un lungo bastone di legno, uno spaventapasseri, vestito di stracci, una camicia e un pantalone muffiti e tenuti su con una corda e l’orribile faccia di paglia sotto a un cappellaccio consumato dalle intemperie. Chiesi allo zio se qualcuno potesse andare in quel campo di notte, magari per fumare ma lui rise, disse che lì non era andato nessuno, si sarebbe accorto e poi non c’erano segni nella terra morbida.

Poi mi sorprese con una domanda:

“Non è che per caso hai sentito lo spaventapasseri? A volte nelle notti buie si anima per spaventare i ragazzini…”

Lui rise grassamente ma io non lo trovai divertente e mi vennero i brividi al pensiero di quello spaventapasseri, alto quasi due metri, che se ne andava in giro per il campo con gli occhi rossi di fuoco.

Poi crebbi, studiai, giocai a calcio, conobbi ragazze e feci tutte le cose che fanno i ragazzini quando crescono. Persi la mia innocenza e le paure infantili furono sostituite dalle ansie degli adulti, trovare un buon lavoro, pagare le tasse, comprare un’auto nuova.

Ora sono qui, in questo Resort di lusso, tra le colline che credevo di avere dimenticato ma ricordavo bene, molto bene.

È notte, sono in camera e mi affaccio alla finestra.

La notte è buia, la piscina e le luci sono sull’altro lato. Non ci sono stelle e la falce di luna è nascosta da una nuvola nera. Non si distingue la terra dal cielo.

Tutto è buio tranne qualcosa tra i filari.

Due occhi rossi che mi fissano da lontano.

Due occhi che mi stavano aspettando e che non si erano dimenticati di me, come io non mi sono mai dimenticato di loro.

Gli occhi dello spaventapasseri.





lunedì 21 luglio 2025

Il guru

 





La strada è impervia e abbastanza ripida, ma meno dura di quanto mi fossi immaginato.

Quaranta minuti di mulattiera, quasi tutta in salita, quasi tutta all’ombra dei castagni.

C’erano state costruzioni abbandonate, vecchie baite dal tetto sfondato, asili per animali selvatici ed erbacce. Troppo costose da ristrutturare e troppo brutte per pensare di farci una vacanza.

Al contrario, l’arrivo alla casa del guru è stato una piacevole sorpresa. Una casa graziosa esposta al sole, due piani compreso l’abbaino, facciata di calce bianca e balconcino spiovente di legno, ornato da dalie colorate.

Qualcuno si accorge del mio arrivo perché una voce maschile mi invita ad entrare.

Anche la persona del guru è una sorpresa.

Mi ero aspettato un vecchio, con barba bianca e volto segnato, invece mi trovo davanti un uomo magro e alto, qualche anno più di me ma non troppi, sbarbato e con una camicia pulita.

Vede come lo guardo e sorride.

“Fanno tutti quella faccia”

Io faccio finta di non capire e lui è gentile e fa finta di dovermi spiegare.

“So che vi aspettate un anziano saggio, magari un po’ sporco e trasandato, ma qui c’è la corrente e abbiamo tutti i confort, compreso rasoio elettrico e lavatrice”

Biascico delle scuse frettolose e mi sento stupido. Niente di strano, mi dico, dopotutto il guru è lui, mica io.

“Si accomodi, le verso un bicchiere d’acqua”

L’acqua è fresca e buona e molto piacevole dopo la camminata.

“Chi le ha detto di venire fin qui?”

Quell’uomo era di certo abituato alle visite di estranei e non dava segno che la cosa lo infastidisse.

“Un mio collega e amico. Conosce un uomo che è salito quassù per consultarsi con lei e questo gli ha detto che lei gli ha cambiato la vita”

“Se qualcuno riesce a cambiare vita, non dipende da me ma da lui stesso, dai suoi motivi, dalla sua forza”

“Certo, lo capisco, ma lui lo ha fatto dopo essere stato a parlare con lei”

Il guru fa un gesto con la mano, come a scacciare una mosca, anzi come a cancellare cose successe nel passato. Poi mi tende la mano e si presenta.

“Mi chiamo Oreste, forse è per questo che sono finito a vivere qui…” Sorride di nuovo.

Il non capisco la sua battuta e mi limito a rispondere col mio nome.

“Io sono Alberto, piacere…”

Il guru, nella mia testa lo avrei continuato a chiamare così, mi porge una sedia di legno, lui si accomoda sul vecchio divano. Guardo la stanza, vedo libri e quadri ma anche uno schermo e nell’angolo un router che ronza, e fa l’occhiolino con le sue spie verdi.

Oreste continua a sorridere. “Come vedi abbiamo anche internet. È bello stare soli ma non è giusto perdere la connessione con il mondo”

Deve divertirsi un mondo a prendere in giro quelli ingenui e creduloni come me. Noto con piacere che è passato al tu.

“Certo, mi ero aspettato un posto diverso, avevo pensato che…”

“Fermo, fermo. Tutto questo pensare può portarti su strade lontane dalla tua meta. Il troppo pensare, a volte, porta a errare, nelle diverse accezioni di questo termine, ma ora sei qui e questo significa solo una cosa, che oltre a essere un uomo di pensiero sei anche un uomo d’azione. Possiamo lavoraci dunque”

Sono sempre più confuso, così non dico niente.

Oreste decide di aiutarmi.

“Qual è la domanda che ti ha condotto da me, cosa vorresti ottenere? Non rispondere qualcosa di astratto, non la bevo, tutti vogliamo qualcosa di concreto, non solo frasi filosofiche da calendario new-age”

“Vorrei essere più bravo a scegliere, a prendere decisioni. Vorrei avere successo nelle cose che faccio”

Ok, apprezzo sempre l’onestà e la praticità. Ti confesso che la maggior parte delle persone vuole alla fine solo fare soldi”

“Fare soldi non è che mi farebbe schifo…”

Il guru ride e finalmente rido con lui.

Lui torna serio e si mette a fissare un quadro sulla parete. Rappresenta una donna di spalle, vestita di rosa, con i capelli raccolti, semisdraiata sull’erba, a fissare una cascina distante.

Dopo qualche minuto di silenzio Oreste riprende.

“È una riproduzione. L’originale è a New York, credo. Mi colma di pace osservare questo quadro. Certo con molti soldi potrei cercare di comprare l’originale. Fare i soldi non è un male in sé ma si può trovare la pace anche avendone meno”

Adesso sono io a restare in silenzio e ad aspettare che riprenda.

“Vedi Alberto, sono sicuro che una persona come te, che pensa molto, al risveglio abbia almeno due idee. Ogni giorno. Una porta cose buone, conduce più vicino alla meta che si vuole raggiungere, individua la strada migliore. L’altra soddisfa un bisogno immediato, crea un piacere, colma l’ego di benessere. Ma costa energie e tempo e spesso conduce su una strada errata. Perdersi è semplice”

“Allora cosa mi consigli?”

“Impara a fare la scelta giusta, anche quando questa non comporta piacere immediato”

“E se mi svegliassi con una terza idea?”

“Girati e riprendi a dormire”

Ridiamo. Sembriamo una coppia di vecchi amici davanti a un bicchiere di vino.

“Ora vai, per oggi non ho altro da dirti”

Mi sento un po’ deluso ma non mi permetto di contrariare il guru.

Chiedo quanto gli devo e lui mi fa un gesto eloquente.

Poi precisa.

“Ti aspetto presto, torna su a riferire come sta andando la tua vita. E se le cose ti aggradano, farai un’offerta alla fondazione. Ricordi? C’è internet…”

Gli stringo la mano.

Sulla strada del ritorno ho occasione per iniziare a seguire ciò che mi ha detto.

Cerco di non pensare.

Così vedo il terreno, gli steli d’erba, gli insetti. Il profumo della lavanda. L'odore dell’estate e il calore del sole sulle braccia.

Mi godo la montagna, la natura.

E sento di farne parte.

 

 

 


domenica 29 giugno 2025

Il lago

 





La vecchia barca beccheggia sull’acqua scura del lago.

Nicola non è sicuro che sia il termine giusto ma gli suona bene.

La barca è sporca e la vernice è scrostata. Il cavo che la tiene ormeggiata scompare sotto la melma. Sul lato si legge il nome: “Desiree”, Nicola lo trova molto bello.

Tre anatre nuotano attorno alla chiglia e spuntano alla vista dell’uomo. Sono germani reali, due maschi dalla testa verde brillante e una femmina. Tutto quello che sa sulla natura del luogo, frutto di antiche visioni di documentari.

Desiree, il desiderio. Nicola capisce che non sa cosa desiderare e lo spettro dell’assenza di desiderio lo atterrisce.

Pensa ai pesci.

Si ostina a visitare quella zona di acqua stagnante e scura, solo perché poco frequentata. Gli sembra di essere al sicuro, seminascosto e protetto dalla macchia verde, in quel versante dove nessun altro va a pescare.

Oggi nemmeno i pesci desiderano cibarsi né delle molliche di pane né dei vermetti che usa come esca. Non che abbia mai pescato molto, in ogni caso…

Probabile che i vertebrati acquatici che popolano il lago abbiano sviluppato una sorta di comunicazione rudimentale e che questa sia stata sufficiente a condividere l’informazione di non cadere nella trappola attaccata al filo.

Soddisfare la fame per un breve istante a costo del sacrificio della propria vita non può valere la pena. Anche i pesci lo capiscono.

Nicola quella lezione l’aveva capita troppo tardi. Dopo che aveva abboccato all’esca della bellissima Corinna, una giovane donna, piena di vita e di libertà, sempre sorridente, sempre affamata di vino, risate, gioia e abbracci. E sesso.

In verità l’esca non era per lui, sarebbe stato ingiusto e non veritiero dare la responsabilità alla giovane donna. Sarebbe stato conveniente. Era semplicemente lo stile di vita di lei. La responsabilità era tutta sua, Nicola lo sapeva. Nemmeno le attenuanti generiche che qualcuno gli raccontava, l’attimo di fragilità, un bisogno emotivo, la prorompenza fisica della ragazza, e la peggiore di tutte: l’uomo è cacciatore, potevano alleggerire il peso che si portava sulla schiena e nell’anima.

Nicola si era diretto con voracità verso l’esca, quel bocconcino prelibato, prima che fosse preda per altri pesci, e lo aveva addentato senza avere l’intenzione di dividerlo con nessuno.

Aveva stretto fra le braccia quella giovane vita e come un pesce è tirato fuori dall’acqua con uno strattone della lenza, era stato tirato fuori dalla sua vita di uomo sposato. Non si era accorto subito, inebriato com’era da quell’effimera storia sconvolgente, della mancanza di ossigeno.

Quel nuovo ambiente lo aveva condotto a una morte lenta e dolorosa, fatta di problemi di condotta sul lavoro, d’irascibilità, di voltafaccia di vecchi amici che si erano schierati dalla parte della moglie tradita e della promessa di quest’ultima che avrebbe pagato cara quella scelta.

Ora Nick sapeva.

Sapeva che non sarebbe mai più rientrato in acque tranquille di uno stagno calmo e fin troppo familiare. Sapeva che il debito con l’onestà avrebbe richiesto il pagamento di rate che non avevano una data di scadenza. Sapeva che non gli sarebbe rimasto altro che la vista di quel lago e la compagnia di pesci che lo guardavano muti, dall’acqua fonda e scura, ignoranti della propria sorte quanto di quella dell’uomo.

Nicola sperò con tutto il cuore che nessun pesce abboccasse all’amo e morisse annegando nell’aria, e per quella mattina fu accontentato dalla sorte.

Ora è calmo, come l’aria ferma sopra al lago.

Le anatre sono scomparse.

Passano due ragazzini, la femmina lo saluta ridendo, e presto spariscono tra le foglie.

A Nicola evocano allegria, immagina i loro scherzi, la loro ingenua passione, i loro baci. I loro errori e le loro future esperienze con altri.

Sorride mentre spera, anzi augura a quei giovanissimi amanti, che possano avere quello che a lui è mancato. Non la passione, non gli sguardi, non il dolce profumo di una pelle abbronzata. Ma quello che a volte manca nella vita degli adulti, quello che è racchiuso in una parola, che è forse la parola più bella dell’universo.

Legge quella parola proprio lì, scritta sulla superficie dell’acqua.

E quella parola è PERDONO.

 

 




sabato 28 giugno 2025

Il senso di Martino

 





Il lenzuolo è ruvido e gratta la pelle.

Sembra di riposare su carta abrasiva.



Martino avverte il bruciore, che non è più dolore, sotto la garza. Non ricorda il momento del ricovero ma sa che il trauma cranico prevede un iter dal quale non ci si può discostare. TAC, ricovero in osservazione, allettamento, antidolorifici e ghiaccio. E lui si sta sorbendo tutta la trafila.

Entra nella stanza una donna.

Lei non guarda le persone nei letti, non saluta. Efficiente ed efficace come ha richiesto il suo responsabile, il suo sguardo, la sua attenzione, sono rivolte al pavimento che le impegna anche tutte le energie. Pulire e sanificare, non le è richiesto altro.

Quel detersivo finirà per farle del male, pensa Martino. Anche se non legge l'etichetta, il contenitore è troppo distante dal suo letto, sa che contiene etanoammina, un composto che sebbene sia incolore, ha un leggero odore di ammoniaca. La signora ovviamente non ne è consapevole e prosegue a passare lo straccio.

Lui è sorpreso da quella sua considerazione, stupito ma fino a un certo punto e si gratta leggermente sopra la medicazione con il mignolo.

La signora incaricata delle pulizie finisce ed esce per dirigersi con efficienza svizzera verso un'altra stanza.

Entra una donna in divisa, molto giovane e molto bella. Sorride e saluta i ricoverati. Martino la saluta e osserva le mani curate della giovane donna. Oleammide, Parabeni Petrolati e Siliconi, sostanze che non dovrebbero stare sulla pelle di una giovane donna. Fa per parlare, vorrebbe spiegare all'infermiera di non utilizzare le creme che contengono tali sostanze ma si rende conto che non sa come fare, non saprebbe spiegare a qualcuno come fa a sapere quello che sa, così come non lo sa spiegare neanche a se stesso. Certo che quella botta in testa lo ha cambiato, gli permette, anzi lo costringe a sentire odori e a riconoscere sostanze di cui non ha mai sentito parlare. Ma com’è possibile, si chiede, può un trauma cranico causare questo cambiamento?

Il lenzuolo continua a grattare e l'odore della formaldeide contenuta nel detersivo usato per il lavaggio lo turba e non gli permette di riposare.

Improvvisamente prende la decisione. Deve uscire da quel luogo, chiederà di essere dimesso.

Attende che passi un medico in visita.

Martino deve osservare il digiuno e dopo la prima colazione (degli altri) un medico entra. Si presenta in modo formale. Si tratta del direttore, e come tale adegua i suoi gesti misurati e il suo parlare forbito. Gli altri degenti ne hanno timore reverenziale e fanno bene, lui ha assoluto potere sulle persone assistite nel suo servizio.

Martino avverte chiaro, sotto l’alcool contenuto del dopobarba del primario, il butilidrossitoluene, un conservante potenzialmente pericoloso, e oltre a quello un odore più profondo, un prodotto enzimatico originato dalla riproduzione cellulare di un carcinoma.

È spaventato, dovrebbe informare il medico ma si chiede con quale diritto farlo. E poi il medico è l’altro, lui è solo il paziente e quindi tiene la bocca chiusa, non vuole essere trasferito in psichiatria.

Il primario lo informa che la TAC eseguita ha dato esito negativo e se vuole, può essere dimesso nel primo pomeriggio.

Martino quasi non ascolta, distratto dai suoi pensieri. Si chiede: tutto questo che senso ha?  Certo che vorrebbe uscire dall’ospedale e tornare a casa ma più ancora vorrebbe che qualcuno lo liberasse da quella condizione, lo riportasse allo stato precedente, senza superpotere, ma libero.

Tornato in se, insiste per essere dimesso immediatamente. Il Direttore della struttura non ha nulla in contrario ma gli chiede di firmare in cartella la volontà di essere dimesso contro il parere del sanitario.

Martino firma e si dispone ad aspettare la lettera delle dimissioni.

Si cambia, toglie quel ridicolo camice e veste i panni di prima del trauma. Quanto vorrebbe liberarsi oltre che dal camice ospedaliero anche da quella dannata “condizione” ma non si pente di non averne parlato col primario.

Pensa che non dovrà parlare con nessuno se non vuole finire i suoi giorni rinchiuso in qualche istituto per la cura di malattie mentali.

Più tardi l’infermiera viene a prenderlo con una carrozzina, Martino si vergogna, non vuole sembrare più malato di quello che è, quindi rifiuta l’assistenza.

Basta non può restare un minuto di più in quel reparto.

Non vuole riconoscere gli odori dei prodotti chimici, dei disinfettanti, delle persone, delle malattie, della morte imminente.

S’incammina con le sue carte in mano senza nemmeno conoscere la strada ma è fortunato e vede l’uscita.

Indovina anche la posizione degli ascensori, scopre di trovarsi al terzo piano, scende premendo lo zero e si trova in un corridoio che finisce nella vasta sala d’ingresso del nosocomio.

Oltre le vetrate c’è la sua libertà.



Si chiede come sarà d’ora in avanti la sua vita ma adesso la priorità è andare fuori.

Nel salone c’è l’efficiente signora di prima che ha appena lavato il pavimento di marmo lucido e si appresta a posizionare gli avvisi per la cautela ma non fa in tempo perché Martino è troppo veloce. La scivolata è inevitabile, così come la caduta a terra comprensiva di trauma contusivo all’occipite.

Martino è prontamente soccorso e trasportato nei meandri dell’ospedale.

Non può opporsi, non è cosciente e forse per lui questa è una fortuna.



Il primario legge i referti mentre lui se ne sta col respiro pesante e la bava sul mento nel letto che aveva occupato solo qualche ora prima.



Poi lentamente riemerge alla coscienza.

Prima annebbiato, poi sempre più lucido.

E finalmente, uscito dalla nebbia dell’inconsapevolezza... VEDE.



E gli è chiara finalmente, l’essenza stessa dell’universo.