Scrivo con le dita che
tremano dalla rabbia.
Scrivo con la
sensazione che il cuore possa scoppiare da un momento all'altro. Scoppiare nel
petto come un palloncino troppo pieno d'acqua. Gonfiato da un'umidità fatta di
lacrime represse.
Guardo verso l'alto, le
nuvole sono scure e si stanno organizzando, presto squarceranno il cielo con
violenza elettrica e faranno rombare la protesta contro l'orrore che lo stesso
cielo ha permesso.
Non riesco a pensare a
ciò che è accaduto e allo stesso tempo non riesco a pensare ad altro. Ho pianto
quando ho accolto la notizia della tua morte ma troppo poco e ora sono
bloccato. Fa spavento, fa così spavento il rendersi conto che il tempo va, con
buona pace dei fisici, in una sola direzione e non avremo altre occasioni oltre
quelle che abbiamo avuto.
Che abbiamo perduto.
Che abbiamo trascorso.
Che abbiamo sprecato.
Alzo gli occhi e vedo
di fronte a me il torrente, quasi in secca a causa di quel cambiamento
climatico che certa politica va stupidamente negando, e noto che il flusso di
corrente è lento e continuo. Inarrestabile. Una buona metafora del tempo e
della vita.
Quella che ci è
concessa.
La tua è terminata,
almeno quella biologica, quella che noi conosciamo. Senza preavviso, senza
sospetto. E questo fa tanto male. Non capiamo perché e questo aumenta il
dolore. Iniziano a venirmi in mente piccoli, brevi ricordi della nostra vita
assieme, del nostro passato. La nostra infanzia, le feste di Natale, i fine
settimana nebbiosi vicino Novara, le cene prelibate che ci preparavi e quella
volta che ci perdemmo nel bosco mentre si andava a porcini.
Il passato fa male,
perché è come quel ramoscello che sta galleggiando sull'acqua. Va avanti lento
e non tornerà indietro. E io non voglio. Non voglio dimenticare la tua
piacevole ironia, il tuo sorriso, l'allegria sempre presente nel tuo
sguardo.
Non voglio dimenticare
nulla di te, Alfonso.
E allora lo scrivo.
Con le dita che tremano
di rabbia e il cuore gonfio di lacrime, come questo cielo che presto esprimerà
la sua protesta.
Addio.

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