Il tempo non ha
età dicono.
Forse è vero.
Forse è corretto
il pensiero tanto bene espresso da Einstein: il tempo è un concetto relativo;
anzi, per la fisica quantistica, il tempo è un fenomeno che non esiste.
Certo, per essere
più obiettivo dovrei diventare un osservatore esterno al fenomeno ma io non lo
sono.
Alcuni filosofi
sostengono che il passato non esista, così come il futuro, che ancora non c'è.
L'unico tempo reale è ora. Il presente è un elemento non estendibile: se avesse
un’estensione all'indietro o in avanti, apparterrebbe al passato o al futuro. A
questa visione preferisco ciò che afferma l’eternismo: passato, presente e
futuro sono tutti ugualmente reali, sono diverse coordinate nello spazio-tempo.
Io sono figlio di
un uomo e di una donna e, anche se mio padre e mia madre appartengono al
passato, io sono qui e sono reale. Ma sono anche il prodotto dei loro sogni,
dei loro progetti, delle loro passioni. Sono il risultato concreto della loro
imprudenza e della loro capacità, della loro forza e della loro debolezza,
della loro intelligenza e del loro istinto di sopravvivenza.
Sappiamo che sono
esistiti davvero, e non sono solo le fotografie o i documenti anagrafici a
dimostrarlo. Esiste qualcosa che va al di là del tempo e dello spazio, qualcosa
che non ha né presente né passato, ma è una costante nel presente e, come tale,
esistente anche nel futuro. È ciò che mi permette di vederli ancora, di
ascoltarli e di parlare loro come facevo un tempo. Si tratta di un'essenza, un
profumo forse, uno spirito - chiamatelo come volete - qualcosa che non si può
vedere né toccare, ma che è essenzialmente reale e tangibile, tanto quanto le
cose che si vedono e si toccano.
Il tempo non
esiste, e forse è per questo che serbiamo alcuni ricordi per sempre e non
ricordiamo ciò che abbiamo fatto mezz’ora fa. Ricordo il gusto della caramella
che vinsi in classe al gioco del silenzio: me la diede la mia maestra in
seconda elementare perché ero riuscito a tenere la bocca chiusa più a lungo di
tutti. Non solo: ero stato capace di evitare di trascinare il banco, di
dondolare sulla sedia rischiando di cadere, di far precipitare i libri sul
pavimento e altre cose così rumorose che i miei compagni non riuscivano a
evitare. La maestra aveva annunciato che c’era un solo vincitore e, quando si
era avviata tra i banchi, dentro di me era stata forte la certezza che venisse
da me. Quello era il gusto che prova chi vince. Anche se sono passati più di
cinquant’anni.
Che cosa sono
cinquant’anni? Mezzo secolo, quando lo studiamo a scuola sembra così lungo, ma
a viverlo passa in un soffio. In classe, all’età di sette, otto anni, ci
divertivamo a immaginare - come fanno da sempre gli autori di fantascienza -
come sarebbe diventato il mondo del futuro. Come sarebbe stato vivere nell’anno
duemila. Agli occhi di bimbo, avere trentaquattro anni avrebbe fatto di me un
uomo anziano che sarebbe vissuto in una città ricca di torri altissime, con
passerelle e nastri trasportatori per gli spostamenti e il cielo solcato da
veicoli rapidi e silenziosi al posto delle automobili. Com’è successo a molti
autori di narrativa fantastica, non avevo azzeccato il mondo che sarebbe stato
dopo trent’anni e non ero riuscito a immaginare come saremmo diventati. Nemmeno
i più lungimiranti tra i bambini di quella classe elementare predissero che nel
duemilaventisei avremmo avuto tutti a disposizione uno specchio magico, tale e
quale a quello della strega di Biancaneve, con cui parlare, sempre pronto per
ogni tipo di dubbio o domanda. È facile scriverlo oggi, con il mio bravo
smartphone in tasca e la sua applicazione d’intelligenza artificiale con la
quale mettere a riposo quella poca naturale rimasta.
Per quanto
riguarda i trasporti, le auto viaggiano ancora al suolo e le vecchie case
rimangono da ristrutturare. A beneficio dei nostalgici.
L’altro giorno
pensavo al mio amico Aurelio. Ripenso a lui con un sorriso, anche se questo
porta con sé un gusto amaro. Preferisco ricordare il calore con cui mi
trattava. “Ehi Giò, vuoi sapere cosa mi è capitato?”, diceva.
Chiacchierava volentieri. Quando il lavoro riservava momenti impegnativi e
critici, diventava taciturno; comunicavamo velocemente, in silenzio. Non c’era
bisogno di tante parole: entrambi sapevamo quello che dovevamo fare, come due
centrocampisti che triangolano il pallone senza guardarsi perché ognuno sa dove
si troverà l’altro. Solo che noi non usavamo palloni, parastinchi e scarpette
ma farmaci, siringhe, laringoscopi e tubi tracheali.
Con Aurelio era
facile andare d’accordo. Mi parlava della sua Sicilia; i suoi aneddoti
spaziavano dalla cucina allo sport e le sue competenze umane erano buone quanto
quelle professionali. Una persona di qualità con cui ho avuto la fortuna di
condividere diversi anni della mia carriera. Negli ultimi tempi la sua salute
aveva scricchiolato e, anche se le nostre strade si erano allontanate, era
stato lui a telefonarmi perché aveva saputo di un mio malanno. Era stato
premuroso e affettuoso e mi aveva raccontato di essere afflitto da un peso che
traspariva in ogni sua parola. Ero stato felice di quella telefonata e mi ero
proposto di sentirlo e vederlo appena possibile. Solo che il destino aveva
altri piani e lui non era stato in grado di sopportare il peso del suo male. Il
suo tempo è terminato, all’improvviso. E questo mi ha fatto male, come a molte
persone.
Riesco ancora a
sentire la sua voce quando mi chiamava per raccontare una barzelletta, per
citare un autore caro - di solito siciliano - per spiegarmi una ricetta. “Ehi
Giò, senti questa!”
E io lo sento
ancora perché, se è vero che il tempo non esiste, allora anche Aurelio non è
mai andato via.
È solo il tempo di un
ricordo.





