sabato 28 febbraio 2026

Dark side/Bright side

 






Oggi il cielo è sereno. 

Sembra dipinto da un bambino che ha utilizzato un azzurro intenso, quasi innaturale, disseminandolo di batuffoli bianchi di nuvole come pecorelle in un prato.

Il sole ha cominciato a far sentire il suo calore e i suoi raggi colpiscono il suolo come frecce.

«Quando il tempo è bello è facile essere in pace», pensa Valerio. 

Facile.

Valerio attraversa la piazza camminando con il suo solito passo veloce. I bambini scorrazzano — qualcuno con la palla tra i piedi, altri sulle biciclette — senza badare a dove vadano, ma oggi non danno fastidio. Valerio distribuisce sorrisi e si scansa per lasciare il passo. I gruppetti di mamme, che fanno finta di chiacchierare ma sorvegliano chiunque si avvicini alle loro fragili creature, annuiscono soddisfatte.

Almeno oggi, è questa la sensazione del giovane.

Valerio sa bene che certi giorni è facile essere brave persone: sorridere e ringraziare se qualcuno si ferma per farti attraversare, quando i progetti di vita si avviano sulla strada giusta e, soprattutto, quando si è in buona salute.

È facile essere buoni quando le cose vanno bene.

Valerio sa altrettanto bene di avere, come tutti, un lato oscuro. Senza arrivare a essere un uomo pericoloso, avvezzo al crimine o incline a fare del male, sa che dentro di lui si annida un lato meno nobile, pronto a generare malanimo, sentimenti negativi e perfino rabbia. Nelle giornate buie è più facile che questo lato affiori, che si manifesti; allora capita di non tollerare i bambini che fanno chiasso senza guardare dove vanno, o le mamme che pensano ai fatti loro ignorando il disagio creato dai propri marmocchi.

In questi giorni è più semplice guardare male chi non si sposta perché immerso nello schermo di un cellulare, o fare un gestaccio a chi ignora la segnaletica e parcheggia sui marciapiedi. In certi momenti è più facile notare solo le espressioni negative di cui è capace il genere umano; Valerio riconosce il proprio dark side e, a volte, ne ha paura. Teme che questo prenda il sopravvento e lo trasformi in una cattiva persona.

Una persona buia.

E Valerio non vuole diventare una persona buia.

L’uomo che gli ha fatto da padre lo è. Quanta negatività ha conosciuto Valerio, quanto livore. Il compagno che sua madre aveva trovato dopo essere rimasta vedova si sentiva sempre in credito con la vita. Era un pericoloso scansafatiche, un piantagrane di prima categoria e un nostalgico dei tempi bui, pur non avendoli mai vissuti realmente. Anzi, proprio per questo motivo.

Non lo aveva mai maltrattato fisicamente, nemmeno da piccolo, ma Valerio aveva subito quest’uomo e tutto il suo lato oscuro senza avere i mezzi per distaccarsene. Era cresciuto con un uomo che faceva del fallimento e del rimpianto il proprio stile di vita. Una volta gli aveva sentito dire: «Gli anni più belli sono quelli di quando eravamo bambini noi; giocavamo tutto il giorno e salivamo sugli alberi a mangiare la frutta, rientravamo a casa con le ginocchia sporche e sbucciate per le cadute e nessun adulto poteva dirci come comportarci. Ma che ne potete sapere voi giovani…».

Valerio lo lasciava parlare, con quel suo eloquio ricco di errori, frutto di una scarsa aderenza ai programmi scolastici basilari e di una filosofia da frasi dei cioccolatini. Lo lasciava parlare e lo ignorava. Lo lasciava sproloquiare e si chiedeva perché sua madre avesse sentito il bisogno di avere uno come lui come compagno di vita.

Tante erano le cose che Valerio non capiva. A lui piaceva pensare che gli anni più belli fossero sempre quelli che devono ancora venire. Anche solo mesi, o giorni.

Oggi il cielo è sereno. Sembra dipinto da un bambino; da un bimbo con il cuore leggero e la mente limpida. Oggi è facile sentirsi brave persone. Valerio sente di stare bene, di avere davanti una buona giornata. Sorride ai passanti, a costo di sembrare uno stupido, e si gode il tepore della primavera che verrà.

È facile essere buoni quando le cose vanno bene: questo Valerio lo ha capito ed è fermamente intenzionato a costruire davanti a sé un futuro fatto di buone giornate, indipendentemente dal clima.

Oggi è il suo lato chiaro a splendere.

Esattamente come il sole nel cielo.




sabato 7 febbraio 2026

Non si butta via niente

 







Gente strana nel suo lavoro, Ulisse ne aveva vista tanta.

Difficilmente ormai riusciva a stupirsi ma, se per questo, nemmeno si annoiava.

Era un responsabile della sicurezza sui cantieri per una grande impresa edile che si occupava prevalentemente della gestione e restauro di palazzine antiche; edifici vuoti e inutilizzati da tempo che erano acquistati in genere da associazioni o istituti di credito, dati i costi enormi.

La sorte di questi immobili, spesso non privi di valore artistico o storico, era divenire sedi prestigiose adibite a uffici notarili, studi legali associati o, non di rado, alberghi e residenze per turisti facoltosi.

I tesori venivano alla luce come sempre all’avvio dei lavori e questo, Ulisse, lo sapeva bene.

La gente non butta via mai niente.

Esperti improvvisati che, solo per il fatto di avere disponibilità economiche pressoché infinite, pretendevano la rimozione di raffinati stucchi e la cancellazione di dipinti preziosi a favore di anonime e squadrate architetture, senza alcun valore artistico e di dubbio gusto. Certo, il cliente che paga ha sempre ragione, soprattutto se paga bene. Ulisse, però, non riusciva a nascondere il suo disgusto e a lui poco importava se il committente fosse un ignorante arricchito o una multinazionale con pochi scrupoli. Per questo motivo il capo lo teneva alla larga dalle riunioni tecniche e dal contatto diretto con la clientela. Ulisse il suo lavoro lo conosceva e sapeva farlo bene: questa era l’unica cosa che contava.

Negli anni aveva ritrovato e salvato decine di manufatti e oggetti dal valore estetico innegabile. Nel suo capanno, trasformato in officina, custodiva un piccolo e inconsueto museo. Un lavandino in pietra vecchio di due secoli, che gli operai avevano staccato in una cantina e stavano per rompere a martellate; diversi chiodi a staffa, utilizzati per reggere l’architrave, ormai in disuso e introvabili; una tela decorata a olio con un magnifico tramonto sul lago, che il proprietario aveva ordinato di bruciare. Ma anche monete antiche, vecchie racchette da neve di legno e vimini, un pregevole pestello con mortaio in marmo bianco, svariati ferri di cavallo coperti dalla ruggine, alcuni crocifissi di legno e ossidiana, piccoli amuleti profani ritraenti divinità pagane, del vasellame di uso comune in rame, una vecchia caffettiera napoletana in alluminio, chiavi e altri oggetti che, oltre alla polvere e al tempo, conservavano un indiscusso fascino.



Un sabato mattina, Ulisse non era di turno, ma decise ugualmente di fare una capatina al cantiere. Quella mattina era di solito dedicata al riordino, alla pulizia e alla manutenzione dell’attrezzatura e gli operai non avevano certo bisogno dell’addetto alla sicurezza tra i piedi; ma Ulisse era rispettato, se non benvoluto da tutti, e non aveva certo problemi a presentarsi anche quando non aspettato.

Gli operai che lo conoscevano da più tempo sapevano della sua passione per gli oggetti antichi e i reperti ritrovati nelle cantine, sotto i pavimenti, tra le masserizie. Pochi giorni prima, un suo collaboratore gli aveva consegnato una busta dalla carta ammuffita, scoperta dietro pacchi di vecchie piastrelle da gettare. Dalla busta era venuta fuori una foto in bianco e nero, circa tre centimetri per quattro. La foto ritraeva due giovani: lui con capelli impomatati, farfallino di nastro, baffi sottili e lo sguardo smarrito; lei pallida, con il velo da sposa, seria ma con gli occhi che sembravano sprizzare gioia. Poteva appartenere agli anni Trenta del ventesimo secolo, aveva stimato Ulisse. Dietro, una breve frase vergata con grafia minuscola, un po’ infantile ma di certo elegante, diceva: "Armando e Angela, con amore per sempre". L’operaio era eccitatissimo per quella scoperta e Ulisse era stato contento di avere instillato nei colleghi qualcosa del suo interesse.

Quella mattina Ulisse scese subito al piano interrato. Le vecchie cantine inutilizzate avrebbero fatto posto a un moderno parcheggio sotterraneo. Il materiale da sgombrare era stato accumulato in un cassone per essere, a un certo punto, portato via. Ulisse vide qualcosa luccicare sotto i faretti alogeni: un portachiavi di metallo a forma di papero. La vernice gialla era venuta via quasi tutta, ma ciò non impedì all’oggetto di essere trovato. Ulisse ricordava di aver posseduto qualcosa di molto simile quando era bambino. Al portachiavi era attaccata una piccola chiave, di quelle che aprono scrigni e scatole; era uguale a quella che aveva avuto lui. Per un breve momento ebbe una vertigine; poi mise in tasca la chiave con il papero e salutò tutti, andando via di corsa.

Una volta a casa, andò subito in soffitta: aveva ben chiara la disposizione delle cose conservate. Chi non butta mai via niente, di solito, è ordinato e rigoroso. Aprì un vecchio baule che custodiva i ricordi della sua infanzia: una collezione incompleta di fumetti Disney, sostituita negli anni da albi di supereroi, vecchi diari e qualche sussidiario delle elementari. Tra questi c'era una scatola di latta variopinta, con una serratura in cima. Ne aveva persa la chiave, ma non aveva voluto forzarla per non rovinarla. Prese dalla tasca la chiave con il papero: le dimensioni erano compatibili. La inserì, vide che si adattava e girò in senso antiorario: la serratura scattò.

Sentì che il cuore gli aveva perso un battito. Quel papero scolorito dai decenni aveva agito come una macchina del tempo. Aprì la scatola: era piena di biglietti, lettere ripiegate e qualche fotografia. Erano le lettere che sua madre gli aveva scritto prima di andarsene, troppo giovane, per una maledetta malattia.

Chiuse il coperchio perché la carta non fosse bagnata dalle lacrime. Avrebbe portato tutto giù in salotto. Si sarebbe fatto un caffè — no, meglio una camomilla — e avrebbe letto ogni cosa con calma.

Il passato a volte torna con la velocità di un treno e la forza di un tifone; non sempre è discreto e gentile. Arriva, soprattutto se porta con sé l’amore che c'è stato, e bisogna accoglierlo preparati, senza farsi travolgere sui binari.

Lo sa bene chi è abituato a conservare gli oggetti di una vita. Lo sa bene chi, come Ulisse, non butta via mai niente.









domenica 25 gennaio 2026

Il perdono di Nino

 




Per arrivare a ventuno chili di peso, Nino aveva dovuto aspettare la terza elementare.

Gli si potevano contare le ossa e non c’era ricetta che avesse il potere di stuzzicargli l’appetito, la sua pagella però era costellata di dieci e lui era sempre stato un bambino vivace e solare, dallo sguardo limpido e l’intelligenza pronta.

La questione del peso finì così per passare in secondo piano.

Antonio era sempre stato Antonino, Nino per tutti, piccolo e gracile ma sveglio e attento. Nei giochi di squadra era sempre conteso perché era lui quello che trovava la strategia migliore e la soluzione per vincere.

***

Gaetano era arrivato alla tenera età di settantacinque anni pieno di acciacchi e malattie. Certo, la sua non era stata una vita facile. Aveva iniziato giovane una carriera fatta di piccole truffe e furti. Cose di poco conto e purtroppo per lui per diversi anni gli era sempre andata bene. Se non fosse andato tutto così liscio, non staremmo qui a raccontare.

***

A Nino piaceva molto disegnare. Verso la fine dell’anno scolastico aveva ritratto la sua famiglia su un prato verde, coperto di margherite. Era bravo nei particolari. Lui al centro, piccolo e sottile come uno spaghetto. Ai due lati sua madre e suo padre, lei con la sua lunga coda di capelli biondi e papà con la barba nera spruzzata di peli bianchi sul mento. Dietro la nonna, altissima, quasi il doppio dei genitori, con la treccia grigia e gli occhiali a scendere giù dal naso. Per Nino le dimensioni dovevano apparire proporzionali all’età. La maestra di matematica, arrivata quell’anno, non conosceva ancora bene la composizione di tutte le famiglie, gli chiese: “Hai solo questa nonna?” Per una volta, Nino fu in difficoltà nel rispondere.

***

Gaetano, detto Tano, abitava in un appartamento di trenta metri quadrati, al piano terra di uno stabile popolare, con un bagno piccolo quanto una cabina telefonica. Era tutto quello che erano stati capaci di trovargli i servizi sociali, dopo la sua ultima scarcerazione. A volte la notte si svegliava e aveva la precisa sensazione di trovarsi ancora nella sua vecchia cella, poi guardava la finestra e notava che mancavano le sbarre.

***

Nino non aveva dimenticato di avere anche un nonno. La mamma aveva perso i genitori da giovane, in un incidente di montagna ma il papà, i genitori li aveva ancora. Una era sua nonna Amelia, che lo aveva cresciuto nel suo amore tra mille giochi e qualche vizio. Nonna era l’unica persona che riusciva a convincerlo a finire il piatto che aveva davanti. Purtroppo, la nonna piangeva appena chiunque nominasse suo marito, anzi l’ex marito. Nonna era l’unica persona anziana che Nino conoscesse a essere divorziata. Lui avrebbe voluto sapere qualcosa di più riguardo suo nonno ma non voleva far piangere nonna Amelia e così teneva a freno la sua curiosità.

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Tano usciva dall'istituto di pena dopo un periodo di otto anni, gli erano sembrati ottanta. Gli avevano trovato quel buco di appartamento e viveva di una modesta pensione. Aveva trascurato la sua salute e ora aveva urgente bisogno di un dentista e di un urologo. Avrebbe dovuto anche usare un bastone ma in prigione si era abituato a farne a meno. Da dieci anni non aveva contatti con la moglie e gli ultimi erano avvenuti tramite gli avvocati, per firmare le carte del divorzio. Tuttavia le pareti della prigione, anche se parecchio spesse, avevano occhi e orecchie e lui era venuto a sapere che suo figlio aveva avuto a sua volta un bambino. Quanto gli sarebbe piaciuto conoscere il nome di quel nipotino e poterlo guardare negli occhi. Almeno una volta.

***

Nino era un ragazzino curioso e sveglio. Ascoltava sempre i discorsi dei grandi, anche se in apparenza continuava a giocare con il trenino elettrico, sul pavimento. Era stato facile per lui apprendere che il marito, anzi l’ex marito di nonna Amelia era tornato ad abitare in città. Era “uscito” avevano commentato gli adulti, ma uscito da dove, e perché ci era entrato? Questi dilemmi avevano portato a tenerlo sveglio nelle lunghe ore notturne, quelle affollate da fantasmi per ogni bimbo a quell’età.

***

Gaetano si era dovuto comprare un telefonino. L’avvocato d’ufficio che aveva seguito il suo rilascio e l’assistente sociale, una donna di mezz’età, scialba e occhialuta, avevano l’esigenza di contattarlo continuamente “per monitorare il suo progetto di rientro nella società”. In realtà lui non aveva molti altri contatti e accettava almeno quelli imposti dal sistema. La sera stava a fissare quel telefono muto, che gli dava la virtuale possibilità di parlare col mondo intero. Non aveva un televisore, dopo averne fatto a meno per gran parte della vita adulta, aveva preferito risparmiare i soldi di quella spesa. Fissare il muro però non aiuta a dormire bene, così come avere dolori fisici e una pena nel cuore.

***

Nino si era mosso con delicatezza e sensibilità straordinarie per la sua età, ma si era mosso. La sua mamma era la persona adatta. Lui lo aveva capito, e, infatti, fu da lei che apprese le informazioni, era stato come condividere un segreto tra madre e figlio. Aveva saputo essere convincente e la mamma si era aperta. Il nonno Gaetano era stato una persona cattiva, aveva rubato soldi e fatto del male a tante persone e si era meritato di finire in prigione, più di una volta. Suo figlio non l’avrebbe mai perdonato per il male fatto agli altri, ma soprattutto per quello causato alla sua famiglia. A sua moglie e alla madre e aveva promesso che non avrebbe parlato mai più col vecchio. Nino era rimasto impressionato, gli sembrava tanto assurdo che un nonno potesse essere malvagio.

***

Veleno era un ometto piccolo, secco e brutto, con gli occhi sporgenti e la barba incolta. Pochi ricordavano il suo vero nome e di certo Tano non lo aveva mai saputo. Era stato Veleno a visitare in carcere Tano e a raccontargli che il suo figliolo aveva sposato una biondona e lei aveva sfornato un marmocchio. "Mica possono giocare alla famiglia felice senza neanche informarti delle cose, sei sempre suo padre!" E Tano aveva pensato ad Amelia, a quante volte lei aveva dovuto perdonarlo, a quanti bocconi amari era stata costretta a ingoiare.  E suo figlio non lo aveva di certo fatto.  Non era mai andato a trovarlo in prigione. Tano riusciva a capire. Ma il bambino che ne poteva? Lui non aveva bisogno di sporcarsi le mani con il passato di suo nonno. Una cosa era certa, Veleno non era tipo da fare favori o regali. Prima o poi qualcosa in cambio l'avrebbe chiesta. Tano però aveva capito che era meglio stare lontano da certe persone. Forse era davvero cambiato.

***

Nino ultimamente si era fatto taciturno.  Sua nonna era stata costretta ad ammettere che ciò che il nipote aveva saputo da sua madre era vero. L'ex marito era uscito dalla prigione e ora viveva in città. Quel signore era suo nonno e Nino non accettava di vivere senza nemmeno conoscerlo. Lo scontro con i genitori era stato duro ed era durato molto ma Nino sapeva da subito che ne sarebbe uscito vincitore.

***

Tano passava tutte le sere ad ascoltare i suoi dolori e a fissare il telefonino tra le mani e talvolta il muro che c’era dietro. Il muro non poteva dirgli nulla e anche il cellulare rimaneva silenzioso. Dopo un’eternità squillò, facendolo sussultare. Era l’avvocato.

***

Trovare l’indirizzo era stato semplice. L’avvocato che si stava occupando di suo padre, aveva provveduto al primo contatto. Lui avrebbe accontentato il piccolo. Glielo doveva, era suo diritto. Si era convinto a fatica ma lo credeva sul serio. Il viaggio di sole due ore era stato difficile. Nessuno dei due parlò, Nino osservava i campi, le case, la ferrovia, le piante, correre all’indietro, dal finestrino umido dell’auto. Suo padre era concentrato sull’autostrada, pensando a cosa dire.

***

Tano non era riuscito a chiudere occhio. Quel mattino presto si era fatto la barba tagliandosi. Le mani non smettevano di tremare e si sentiva un bambino piccolo schiacciato dal terrore.

***

La porta era socchiusa, Nino sarebbe entrato di corsa ma suo padre lo fermò e bussò delicatamente. Sentirono una voce roca e incerta dire: “Avanti, è aperto.”

Nino spalancò la porta e fece un passo. Suo padre si fermò sull’uscio. Per lui era troppo faticoso colmare quella distanza, fatta di silenzi e di anni di lontananza, di rabbia e di tristezza. Disse al piccolo Nino: “Va pure.” Nino si avvicinò al tavolo. L’uomo anziano si sedette da un lato e Nino salì sulla sedia di fronte. Tano iniziò a piangere. Nino rimase immobile, poi chiese: “Perché piangi? Io mi chiamo Antonino, faccio la terza elementare. È vero che sei mio nonno?” Tano si soffiò il naso, piano smise di singhiozzare e dopo aver sospirato, riuscì a rispondere. “Sì, è vero. Sono tuo nonno. Devi perdonarmi bambino mio. Ti chiedo perdono. Puoi farlo?”

Poi Nino disse qualcosa che fece capire al vecchio che se le sbarre alle finestre non c’erano, quelle della sua anima erano belle robuste e lo tenevano ancora rinchiuso. Quel bimbo era la persona che lo avrebbe liberato.

E lo fece toccandogli leggero la mano e l’anima.

“Nonno, tu non devi chiedermi di perdonarti. Penso che sei te stesso quello che debba perdonarsi. Io lo avevo già fatto prima.”

Tano avvertì la dolce melodia della felicità e sentì il rumore di sbarre che si aprono.

Entrambi sorrisero.

 




sabato 10 gennaio 2026

Il vecchio Ukulele

 





Il vecchio lanciò un sospiro fortissimo. Seguito da un peto reboante. I suoi lamenti si potevano sentire nel corridoio fino a tre camere di distanza.

Lo chiamavano il vecchio perché era l’unico, in quell’ala, ad avere più di novant’anni.

Tutti gli altri erano penosamente meno anziani. O disgraziatamente più giovani.

Si andava dagli ottantatré di Giovanni ai quarantaquattro di Maurizio. Una vera merda, dicevano.

Nelle giornate buone si ritrovavano nella sala comune, adattata a salotto con tanto di schermo televisivo circondato da una libreria fornita da libri e fumetti, letti perlopiù dal personale durante i lunghi turni di notte.

Quando pensavano che dormisse, le infermiere socchiudevano la porta ma immancabilmente il vecchio suonava il campanello nel giro di cinque minuti. Non deve essere bello restare chiusi fuori dal mondo, soprattutto se stai morendo.

Teo di anni ne aveva settantasei, molto sotto la media dell’attesa di vita maschile. Era ricoverato da quattro settimane e aveva una prognosi di tre mesi. Quei giorni era quasi felice, i sintomi della malattia si erano stabilizzati e da qualche tempo aveva iniziato un percorso di aiuto psicologico che iniziava a renderlo in pace con ciò che gli aveva riservato la vita. Pensava che se non avesse avuto così poco tempo si sarebbe potuto innamorare della psicologa e questo pensiero impertinente non mancava mai di farlo sorridere. Ora sarebbe stato il caso di far accettare la realtà anche al suo figliolo ma questo era molto più complicato.

Quel mattino Teo aveva chiesto al ragazzo, anche se il figlio era ormai un uomo di quasi cinquant’anni, di cercare in soffitta il suo vecchio ukulele. Alessandro si era naturalmente opposto, cosa che si ripeteva ormai da qualche tempo, lui si opponeva a qualsiasi decisione prendesse il genitore, come se soffrire di una malattia con prognosi infausta equivalesse a essere un demente senza più facoltà di discernimento. Teo aveva ripetuto la sua innocua richiesta usando un tono che non ammetteva repliche e quel pomeriggio era rientrato in possesso del vecchio strumento.

Il legno laminato non si era deformato troppo e le quattro corde in nylon reggevano l’età. A dire il vero la cosa che aveva maggiormente risentito del passare degli anni erano le sue dita.

Appena preso in mano il vecchio strumento, Teo aveva sorriso come un bimbo col suo giocattolo e a guardarlo bene questa frase era tutto tranne che un’immagine letteraria.

Si fece regalare da Irene un batuffolo di cotone imbevuto e ripulì l’ukulele come avrebbe fatto col culetto di un neonato col pannolino da cambiare.

Poi cercò di accordare girando le chiavi sulla paletta. Andava a orecchio ma l’infermiera ricordò che in magazzino c’era una tastiera che aveva lasciato un paziente ed era corsa a prenderla.

SOL, DO, MI. LA presto fatto. Irene era proprio una brava persona, pensava Teo e non era il solo.

Cercò di ricordare alcune diteggiature e fu felice di realizzare che ne ricordava molte, se non tutte. “È come andare in bici…” fu il suo commento verso Antonio, che si era avvicinato curioso. Il suono dell’ukulele era dolce e aggraziato e non sembrava disturbare gli altri ricoverati. Anche Maurizio si era trascinato sulla sedia a rotelle, lasciando il suo angolo vicino alla finestra dove passava tutti i lunghi pomeriggi.

Teo provò a fare un giro di note che ricordava, accennò a un brano celebre ma che nessuno degli uomini presenti sembrava riconoscere. Allora intonò con la sua voce debole e gracchiante ma il risultato fu pessimo.

“Certo che canti peggio di un cane” fu il commento di Maurizio e tutti si stupirono a vedere che era accompagnato da un sorriso. Nessuno di loro aveva mai visto il ragazzo sorridere.

“Lo so, cantare non è mai stato il mio forte, al massimo fischiettavo” e prese ad accompagnare gli accordi col suo fischio incerto.

Do, Mi minore, Fa, Do, poi Fa, La minore, Sol e di nuovo LA minore e Fa… si dovrebbero essere questi. Teo suonava sempre più sicuro, sempre con miglior resa, tempi adeguati, sentimento, come se avesse smesso solo la settimana prima. È davvero come andare in bici, e anche il suo fischiettare si faceva più somigliante e ora la canzone era riconoscibilissima.

Le due infermiere in turno si erano avvicinate in silenzio, non volevano disturbare e sapevano essere silenziose come dei gatti. La più anziana, Annalisa diede una piccola spinta alla collega, sussurrando: vai! Ma Irene era timida e non voleva guastare l’atmosfera. Poi si fece coraggio e andò.

Teo suonava a tempo e la voce che gorgheggiò un OHHH ripetuto era partita così flebile che quasi nessuno si era voltato verso l’infermiera che stava in piedi dietro al divanetto su cui suonava Teo. Lentamente era diventata più sostenuta e potente, le note di OVER THE RAINBOW si erano propagate per il corridoio, erano salite al soffitto e si erano dirette verso il fondo della struttura, passando dolci per tutte le camere per poi uscire dal vasistas in fondo alla corsia e salire verso le nuvole.

Teo si sentì felice a vedere che qualcuno cantava per lui. All’infermiera Annalisa, che era un osso duro e ne aveva viste di tutti i colori durante la sua carriera, scese una lacrima. Giovanni avrebbe voluto applaudire ma non aveva la forza per restare in piedi senza tenersi al suo deambulatore.

Maurizio si rivolse a Irene e a Teo e disse solo: grazie!

Poi tornò nel suo angolo.

Irene divenne rossa, certo aveva studiato gli effetti della musicoterapia e la ricaduta sui pazienti ma il direttore era un conservatore che non gradiva le novità e le iniziative del personale. L’unico cambiamento che aveva voluto negli ultimi dieci anni era stato far rimuovere il vecchio pavimento di linoleum per il quale erano diventati lo zimbello dell’ospedale, anche se non era servito, infatti tutti continuavano a chiamarli quelli del miglio verde.

Per un po’ Over the Rainbow continuò a echeggiare nelle stanze e nelle orecchie dei presenti, nessuno aveva commentato ma si leggeva sui volti che qualcosa era cambiato e tutti erano costretti a stare un po’ meglio.

Irene si abbassò verso Teo per ringraziarlo. Lui le prese la mano e con galanteria le rispose che aveva la voce di un angelo. Lei scappò in infermeria vergognandosi mentre la sua collega si soffiava rumorosamente il naso.

Il momento magico era finito ma tutti lo avrebbero ricordato nei giorni successivi.

A parte il vecchio, che proprio quella notte andò oltre. Morì, come facevano tutti in quel posto, ma non gli mancò la tenera compagnia dei suoi familiari né la presenza competente del personale.

Irene volle immaginare che un alito di quelle note fosse passato anche da quella camera, e la serenità rimasta sul viso dell’uomo le disse che forse era stato proprio così.





martedì 6 gennaio 2026

Che cosa ci rimane?

 



Cosa ci rimane?


Cosa rimane di questo periodo di feste che come ogni anno arriva improvviso e ci travolge come un tifone?

La stanchezza e la fatica degli acquisti eccezionali, la gioia per la luce nello sguardo dei bambini, la vaga delusione per un regalo poco azzeccato e la soddisfazione per la bella figura fatta a costo di prezzo altissimo, un vago bruciore di stomaco per le troppe calorie assunte, un latente magone per chi c'era ma non si è impegnato, il dolore per chi non c'era ma si sarebbe voluto, una leggera seccatura per chi ha confermato le aspettative negative e il calore per chi ha manifestato il lato positivo. Il piacere per tutte quelle luci e la tristezza per chi non è stato capace di rischiarare il personale buio.


Ora siamo pronti per smontare tutto ma qualcosa dovrà pur rimanere, qualcosa che sta oltre le luci, il cibo, i regali. Qualcosa che resiste dentro le persone, tutte, anche chi si dichiara indifferente o insofferente ai festeggiamenti. 

Qualcosa che ci può consolare le tristezze e lenire il dolore per le bombe, per le guerre, per le morti che la vita promette e la realtà mantiene.

Qualcosa che deve restare tutto l'anno e che può e deve farci vivere e sopravvivere nonostante tutto e tutti.

Qualcosa che non esiste solo durante le feste, anche se durante le feste si palesa più facilmente, qualcosa che tutti abbiamo e tutti meritiamo. 

E questa cosa si chiama amore.






sabato 29 novembre 2025

LUOGHI INSOLITI in cammino con Giorgio Papa: Sebastiano, l'ultimo poeta

LUOGHI INSOLITI in cammino con Giorgio Papa: Sebastiano, l'ultimo poeta:   Sebastiano lo ricordo bene. Viveva nel piccolo appartamento sotto al mio, già a quei tempi aveva più di settant’anni. Sebastiano usciv...

Sebastiano, l'ultimo poeta

 





Sebastiano lo ricordo bene.

Viveva nel piccolo appartamento sotto al mio, già a quei tempi aveva più di settant’anni.

Sebastiano usciva poco, una volta di sabato per fare la spesa, occasionalmente per i controlli dal medico. Non ricordo ricevesse mai visite, ma non sono il tipo che si è mai fatto gli affari dei vicini.

Lo vedevo dal terrazzino, che utilizzo ancora oggi come rifugio per le mie letture, mentre usciva in balcone per innaffiare i gerani e in quelle occasioni scambiavamo le nostre rade parole.

Anche se brevi dialoghi, avevo sempre la sensazione di essere più ricco, rientrando in casa.

Non mancava mai di farmi notare la fragranza e il tepore dell’aria all’inizio della primavera o di condividere la bellezza delle diverse tonalità dell’indaco, poco prima del tramonto.

Una volta mi disse che non avrebbe sopportato il buio della notte senza prima gustare la tavolozza di colori preparata dalla natura, quando il sole andava a ristorarsi nei mari del sud.

Fu da quel momento che iniziai a riportare le considerazioni di quel vecchio su di un quaderno, che ancora oggi conservo con cura.

Anche perché Sebastiano non avrebbe potuto.

Non sapeva scrivere.

Appena si accorse che ero il tipo di vicino discreto, educato e rispettoso, iniziò a scambiare qualche frase, non mi risulta avesse altri contatti nel condominio.

Un giorno venne da me, si scusò molte volte per il disturbo ma aveva ricevuto una lettera dalla banca e dovette confessarmi, pieno di vergogna e rosso per l’imbarazzo, che ne riconosceva il logo ma che non era in grado di leggere e capire quello che c’era scritto. Provò anche a spiegarmi, a giustificare la sua “debolezza”, come la definiva lui, derivante dal fatto di avere frequentato la scuola fino alla seconda elementare ma che dopo suo padre lo aveva costretto a lasciare perché era necessario il suo aiuto al lavoro nei campi e lo aveva ritirato dalla scuola “come si ritira un pacco alle poste” e quello che aveva imparato era considerato poco importante dalla sua famiglia. Chiaramente nella sua casa non vi era presenza di alcun libro né transitavano giornali e lui non aveva potuto conservare molto di quell’alfabeto che prometteva di contenere mille e mille mondi che anche se lui bramava non avrebbe mai visitato.

Dopo quel giorno gli offrii il mio aiuto ma lui approfittò ben poche volte. Con le bollette se la cavava, i numeri sapeva usarli e faceva i calcoli a mente. Conosceva alcune opere classiche perché amava il teatro, c’era stato tante volte con sua moglie e ora che era rimasto solo, ascoltava tutti i programmi radiofonici che mettevano in programmazione racconti. Mi sono chiesto più volte, col senno del poi, come avrebbe reagito se avesse saputo dell’universo di internet e dell’esistenza dei Podcast… ma Sebastiano era uomo di altri tempi e l’offerta esistente gli bastava.

“Ma tu li hai mai visti i colori del paradiso?” Mi chiese un pomeriggio afoso di un’estate caldissima. Ero seduto in balcone a tentare di leggere Viaggio al termine della notte ma faceva caldo anche dentro il romanzo e mi veniva sonno. La voce di Sebastiano mi colse e mi strappò dal sopore. “Quali sarebbero i colori del paradiso?” Mormorai confuso e lui continuò come se parlasse più a se stesso che a un'altra persona.

“Il nero profondo degli occhi di una donna che ti ama, che diventa brillante quando ti guarda ma che se non fai attenzione si tramuta nel nero di un pozzo in cui cadere e perdersi per sempre, il blu del mare in lontananza che senza che ti accorgi si fonde con il colore del cielo quando scende la notte, il verde delle foglie in primavera, brillante più di mille smeraldi e il bianco accecante, che taglia come una lama, dei raggi del sole che passano attraverso le foglie e ti feriscono gli occhi… nessun quadro contiene questi colori”

Stavo per rispondere una stupidaggine come, dovresti scrivere queste considerazioni ma mi fermai in tempo, mi sembrò comunque che il silenzio avesse trasmesso il messaggio con dolorosa puntualità.

E dopo il silenzio, lui proseguì.

“E la senti la musica? Il suono regolare e maestoso dell’universo che si muove e ruota tutte le cose? Il rombo del nostro pianeta che sfreccia nel vuoto assieme agli altri, con il sole e tutte le altre stelle che viaggiano verso chissà cosa? Lo senti nel cuore della notte, quando sembra tutto immobile e silenzioso e quel rombo muto è così spaventoso? Non dirmi che non lo senti?”

Invitai Sebastiano a salire per bere un tè ma lui rifiutò, mi disse che gli dispiaceva avermi disturbato e che sarebbe rientrato per godersi il fresco della sua cucina.

Una sera, mentre irrigava i fiori e staccava minuscole foglioline secche dalle piantine, mi vide, alzò l’indice ad ammonirmi:

“Non posare mai nemmeno un dito su un essere vivente, se non per una carezza e se tendi la mano che sia solo per aiutare l’altro a rialzarsi dopo una caduta.”

Avrei risposo di sentirmi una persona mite ma lui non mi lasciò il tempo di aprire bocca, perché continuò.

“Gli uomini che colpiscono una donna o un bambino sono i più perduti, sono condannati perché camminano su questa terra ma in realtà vivono già all’inferno, e questo cerca di invadere il mondo attraverso di loro. Non basterebbe un oceano di lacrime per chiedere pietà di certi gesti”

Mi colse alla sprovvista, capii la sera, vedendo il notiziario e sentendo annunciare l’ennesimo caso di violenza.

Ha ragione Sebastiano, non basterebbe un oceano di lacrime a chiedere pietà.

 

Sono passati tanti anni, ci sono momenti in cui mi manca quel bizzarro vecchio del mio vicino.

Ora nell’appartamento sotto, sono venuti a vivere due giovani, lui barba rada sul mento e un sorriso contagioso, lei capelli rame e un’aria bambinesca con un miliardo di efelidi.

Sono chiassosi e divertenti, salutano con trasporto e la notte non s’imbarazzano a farsi sentire quando fanno l’amore.

Hanno portato gioia, anche se non tutti apprezzano.

A Sebastiano sarebbero piaciuti.

Chissà, forse anche a loro sarebbero piaciute le storie che mi raccontava quel vecchio poeta, strambo e saggio allo stesso tempo.

Quel vecchio analfabeta, che mi ha insegnato che non basta guardare ma occorre vedere, che non è solo sentire ma ascoltare e capire.

Sebastiano che quando raccontava, dipingeva.

Quel poeta che non sapeva scrivere ma con le parole ti entrava dritto nel cuore.

Proprio come fanno i poeti.