Gente strana nel suo lavoro, Ulisse ne aveva vista tanta.
Difficilmente ormai riusciva a stupirsi ma, se per questo, nemmeno si annoiava.
Era un responsabile della sicurezza sui cantieri per una grande impresa edile che si occupava prevalentemente della gestione e restauro di palazzine antiche; edifici vuoti e inutilizzati da tempo che erano acquistati in genere da associazioni o istituti di credito, dati i costi enormi.
La sorte di questi immobili, spesso non privi di valore artistico o storico, era divenire sedi prestigiose adibite a uffici notarili, studi legali associati o, non di rado, alberghi e residenze per turisti facoltosi.
I tesori venivano alla luce come sempre all’avvio dei lavori e questo, Ulisse, lo sapeva bene.
La gente non butta via mai niente.
Esperti improvvisati che, solo per il fatto di avere disponibilità economiche pressoché infinite, pretendevano la rimozione di raffinati stucchi e la cancellazione di dipinti preziosi a favore di anonime e squadrate architetture, senza alcun valore artistico e di dubbio gusto. Certo, il cliente che paga ha sempre ragione, soprattutto se paga bene. Ulisse, però, non riusciva a nascondere il suo disgusto e a lui poco importava se il committente fosse un ignorante arricchito o una multinazionale con pochi scrupoli. Per questo motivo il capo lo teneva alla larga dalle riunioni tecniche e dal contatto diretto con la clientela. Ulisse il suo lavoro lo conosceva e sapeva farlo bene: questa era l’unica cosa che contava.
Negli anni aveva ritrovato e salvato decine di manufatti e oggetti dal valore estetico innegabile. Nel suo capanno, trasformato in officina, custodiva un piccolo e inconsueto museo. Un lavandino in pietra vecchio di due secoli, che gli operai avevano staccato in una cantina e stavano per rompere a martellate; diversi chiodi a staffa, utilizzati per reggere l’architrave, ormai in disuso e introvabili; una tela decorata a olio con un magnifico tramonto sul lago, che il proprietario aveva ordinato di bruciare. Ma anche monete antiche, vecchie racchette da neve di legno e vimini, un pregevole pestello con mortaio in marmo bianco, svariati ferri di cavallo coperti dalla ruggine, alcuni crocifissi di legno e ossidiana, piccoli amuleti profani ritraenti divinità pagane, del vasellame di uso comune in rame, una vecchia caffettiera napoletana in alluminio, chiavi e altri oggetti che, oltre alla polvere e al tempo, conservavano un indiscusso fascino.
Un sabato mattina, Ulisse non era di turno, ma decise ugualmente di fare una capatina al cantiere. Quella mattina era di solito dedicata al riordino, alla pulizia e alla manutenzione dell’attrezzatura e gli operai non avevano certo bisogno dell’addetto alla sicurezza tra i piedi; ma Ulisse era rispettato, se non benvoluto da tutti, e non aveva certo problemi a presentarsi anche quando non aspettato.
Gli operai che lo conoscevano da più tempo sapevano della sua passione per gli oggetti antichi e i reperti ritrovati nelle cantine, sotto i pavimenti, tra le masserizie. Pochi giorni prima, un suo collaboratore gli aveva consegnato una busta dalla carta ammuffita, scoperta dietro pacchi di vecchie piastrelle da gettare. Dalla busta era venuta fuori una foto in bianco e nero, circa tre centimetri per quattro. La foto ritraeva due giovani: lui con capelli impomatati, farfallino di nastro, baffi sottili e lo sguardo smarrito; lei pallida, con il velo da sposa, seria ma con gli occhi che sembravano sprizzare gioia. Poteva appartenere agli anni Trenta del ventesimo secolo, aveva stimato Ulisse. Dietro, una breve frase vergata con grafia minuscola, un po’ infantile ma di certo elegante, diceva: "Armando e Angela, con amore per sempre". L’operaio era eccitatissimo per quella scoperta e Ulisse era stato contento di avere instillato nei colleghi qualcosa del suo interesse.
Quella mattina Ulisse scese subito al piano interrato. Le vecchie cantine inutilizzate avrebbero fatto posto a un moderno parcheggio sotterraneo. Il materiale da sgombrare era stato accumulato in un cassone per essere, a un certo punto, portato via. Ulisse vide qualcosa luccicare sotto i faretti alogeni: un portachiavi di metallo a forma di papero. La vernice gialla era venuta via quasi tutta, ma ciò non impedì all’oggetto di essere trovato. Ulisse ricordava di aver posseduto qualcosa di molto simile quando era bambino. Al portachiavi era attaccata una piccola chiave, di quelle che aprono scrigni e scatole; era uguale a quella che aveva avuto lui. Per un breve momento ebbe una vertigine; poi mise in tasca la chiave con il papero e salutò tutti, andando via di corsa.
Una volta a casa, andò subito in soffitta: aveva ben chiara la disposizione delle cose conservate. Chi non butta mai via niente, di solito, è ordinato e rigoroso. Aprì un vecchio baule che custodiva i ricordi della sua infanzia: una collezione incompleta di fumetti Disney, sostituita negli anni da albi di supereroi, vecchi diari e qualche sussidiario delle elementari. Tra questi c'era una scatola di latta variopinta, con una serratura in cima. Ne aveva persa la chiave, ma non aveva voluto forzarla per non rovinarla. Prese dalla tasca la chiave con il papero: le dimensioni erano compatibili. La inserì, vide che si adattava e girò in senso antiorario: la serratura scattò.
Sentì che il cuore gli aveva perso un battito. Quel papero scolorito dai decenni aveva agito come una macchina del tempo. Aprì la scatola: era piena di biglietti, lettere ripiegate e qualche fotografia. Erano le lettere che sua madre gli aveva scritto prima di andarsene, troppo giovane, per una maledetta malattia.
Chiuse il coperchio perché la carta non fosse bagnata dalle lacrime. Avrebbe portato tutto giù in salotto. Si sarebbe fatto un caffè — no, meglio una camomilla — e avrebbe letto ogni cosa con calma.
Il passato a volte torna con la velocità di un treno e la forza di un tifone; non sempre è discreto e gentile. Arriva, soprattutto se porta con sé l’amore che c'è stato, e bisogna accoglierlo preparati, senza farsi travolgere sui binari.
Lo sa bene chi è abituato a conservare gli oggetti di una vita. Lo sa bene chi, come Ulisse, non butta via mai niente.





