lunedì 1 giugno 2026

Il cuore di un leone

 





Tante sono le prove che la vita ci riserva.

Fin dalla nascita siamo costretti a nuotare in un mare che non è per niente tranquillo, a passare attraverso uno scoglio dietro l’altro, evitando pericoli e imprevisti.

Crescendo ci troviamo ad affrontare interrogazioni, superare esami scolastici, studiare e “sudare le carte”; dobbiamo prepararci alle domande a trabocchetto di insegnanti mediocri che vogliono metterci in difficoltà, ma anche rispondere alle raffinatezze di chi ci vuole pronti ad affrontare sfide importanti.

Ci troviamo davanti a momenti difficili quando un familiare parte e se ne va lontano, un amico sparisce apparentemente senza motivo o un parente muore.

In quegli istanti siamo e ci sentiamo disarmati; chiediamo ad altri di infonderci dosi di coraggio, come una trasfusione che, goccia a goccia, ci dia la forza per rimetterci in piedi alla fine del pianto.

In realtà chi cerca di aiutarci non può trasfondere nulla, semmai può risvegliare qualcosa che è già in noi: una forza sopita che aspetta il momento adatto per venire alla luce. Un coraggio che non si sapeva di avere, che sorprende noi stessi e ci aiuta a prendere decisioni scomode, ad affrontare situazioni che schiaccerebbero chiunque altro.

Ecco, io ho visto tutto questo in mia figlia, per ben due volte: in occasione della nascita della sua primogenita, tre anni fa, e ora, che è nato il fratellino.

L’ho vista entrare in corsia con un cambio nella borsa e uno smisurato coraggio nel cuore. Avevo scritto “sconosciuto coraggio”, ma ho corretto.

Chi conosce mia figlia e l’ha vista in azione ha avuto modo di conoscere anche il suo valore.

Non fatevi ingannare dal suo aspetto esile di giovane donna.

Preferirei mille volte affrontare una leonessa che difende i suoi cuccioli, perché è esattamente questo che sei diventata: una leonessa disposta a qualunque cosa per proteggere i suoi piccoli, una donna col cuore colmo di coraggio e di forza esplosiva.

Ed è così che ti abbiamo vista affrontare le ultime settimane, noi disarmati e sconcertati, con le nostre paure senza risposta, e tu immobile e salda.

Col sorriso di ragazza e il cuore di un leone.

 




domenica 31 maggio 2026

L'appuntamento

 




— Ma dove eri finito? È una vita che ti aspetto!

— Ma che vita, qui sono passate solo 28 ore e 58 minuti.

— Ho capito, ma posso affermare che, al momento della tua comparsa, è stata esattamente tutta la mia vita che aspettavo.

— Non si era detto dall’inizio: «ci si vede di là a fine maggio»?

— Sì, certo. Ma abbiamo preso concetti a noi estranei come “di là” e anche “a fine maggio” dalle menti delle nostre creatrici.

— Per dire la verità, anche il concetto di creatore mi è un po’ ostico da capire. È come se qui fosse tutto più difficile, tutto da scoprire.

— Tutto da incominciare — precisa Gabri, che dalla sua esperienza di ben 28 ore e 58 minuti prova a fare la figura di chi la sa lunga.

Ale fa un sorrisino a occhi chiusi e gli adulti che stanno attorno ridono come sciocchi.

— Ascolta, devi assaggiare quel liquido che esce dalle mammelle della donna da cui sei uscito. È una cosa favolosa. Assaggialo, ti dico: non ne potrai più fare a meno…

Ale ci pensa su un momento, poi risponde:

— Lo farò. Ma adesso mi è uscito qualcosa di molto caldo e fastidioso da dietro; provo a fare qualche verso e vediamo se qualcuno dei presenti si decide a liberarmi dal problema.

— Bravo, fatti sentire — conferma Gabri, che ha già sperimentato con successo quella strategia.

— Ma noi diventeremo come queste persone qui presenti? — chiede Ale, curioso, al cugino di cui si fida davvero.

— Penso di sì, magari anche migliori. Certo sarà dura, ma io per te ci sarò sempre.

— Anche io — conferma il nuovo nato.

— E ti dirò un'altra cosa. Anche queste persone sembrano disponibili ad aiutarci. Io sarei ottimista…

— OK, mi fido. Ma ho come l’impressione di non sentirti più bene come quando eravamo al buio. Qui c’è tanta luce, e rumore, e odori, e gente... mi sembra di sentirti sempre di meno.

— Vedi Ale, anche io prima ti sentivo benissimo e ora faccio più fatica. Credo che dovremo fare in fretta ad adattarci a questo posto, vedrai che presto troveremo un nuovo modo di comunicare.

— Grazie Gabri, tu sei sempre quello con più esperienza e mi hai convinto.

Anche se non si guardano perché distanti, i due lattanti sono in perfetta sintonia e le persone presenti nella stanza non possono disturbare questa intesa.

— E ora che si fa, Gabri? — chiede preoccupato il cugino.

— E ora si vive, Ale.

Ora si vive!





mercoledì 27 maggio 2026

Guarda la luna stanotte

 




Guarda la luna stanotte.

E lei ti vedrà come sei, nell'ultima notte di attesa.

Ultima notte in sospeso.

Progetti di vita in due, di viaggi, colazioni in balcone, di lavoro e impegni, trasferte in auto e commissioni; di ansie per la bolletta, noia per la polvere da togliere, per il parcheggio difficile da trovare.

Ultima notte che ti vede mano nella mano con il tuo compagno di vita: voi due e tutto l’universo dall’altra parte.

Ultima notte da bambina, ragazza, giovane donna, figlia e nipote, e poi sposa.

Questa notte le stelle ti vedranno come sei stata per tutta la vita, da quando sei nata, e domani ti vedranno in un altro modo. In un'altra veste. La luna e le stelle vi vedranno, te giovane sposa e tuo marito giovane futuro padre, e vi vedranno nuovi. Rinnovati. Siete pronti, avete intrapreso assieme un meraviglioso percorso, consapevoli e bramosi, desiderosi e innamorati.

Questa notte la luna e le stelle ti vedranno come sei sempre stata: bellissima e determinata, forte e tenera.

Ma sarà l’ultima notte che ti vedrà sola.

Da domani ci sarà il tuo bambino e la prossima notte la luna ti vedrà come non ti ha mai vista prima.

E vedrà chi vedremo anche noi: la tua gioiosa, pazza, fortunata e incantata famiglia.

Vedrà una mamma.





sabato 2 maggio 2026

ZENO

 






Dovete sapere che ho una nipotina di quasi tre anni.

Com'è ovvio (ma non scontato) provo per lei un amore sconfinato e credo, anzi, ho la certezza di essere ricambiato. Lo sono in pieno, con quell'amore che provano e manifestano i bambini molto piccoli, che è forse il più potente che si possa vedere.

Ma non è questa la storia; questa è solo una premessa.

Un paio di settimane fa è capitato un evento tanto triste quanto comune a casa di mia figlia: è morto il pesce rosso. Accettare che tutti gli esseri viventi vadano incontro alla morte fa parte, per come la vedo io, di un passaggio imprescindibile nell'educazione di un bambino. Così è stato celebrato un breve rito di commiato per il piccolo essere che per qualche tempo aveva nuotato nell'acquario.

Il sabato seguente mio genero ha deciso di recarsi al negozio del centro commerciale, dove hanno una grande varietà di piante da giardino e un settore animali con pesci, tartarughe e pappagalli. Aveva pensato di acquistare un pesce rosso per riempire il vuoto lasciato dal precedente. Appena a casa, il nuovo pesce è stato messo nell'acqua pulita, è stato rifocillato ed è stata rivolta alla bimba la domanda più importante: 'Come vuoi chiamare il tuo pesce?'.

La risposta è stata pronta e sicura: 'Si chiamerà ZENO'.I genitori si sono guardati sorpresi e hanno chiesto meravigliati alla piccola da dove avesse preso quel nome così inusuale e di certo mai pronunciato in famiglia; se lo avesse sentito all'asilo o da un compagno di giochi, ma la piccola ha negato di averlo mai sentito prima.

Fin qui, si dirà, è una storiella semplice, perfino banale. Qualcosa che succede e si ripete nella stragrande maggioranza delle case.

E mi trovate d'accordo su tutto, tranne che per un particolare.

La storia non finisce qui.



Capita anche a voi di fare liste di cose da fare o di città da visitare?

Nella nostra lista delle città italiane da vedere c'era da tempo Bologna. A chi mi chiedeva: 'Ma come, non hai mai visitato Bologna?' ostentando supponenza e rimprovero, rispondevo con un misto di astio e vergogna che non avevo ancora avuto l'occasione, ma che avrei rimediato il prima possibile. Come se fosse un dovere; invece, per me, sarebbe stato soprattutto un piacere.

Dunque avevamo deciso: prenotato il viaggio e l'appartamento, cercato informazioni sul web: sui luoghi da vedere, sulle curiosità da scovare e sulle ricette da assaggiare.

Avevamo una lista di locali che avrebbe richiesto una permanenza di almeno sei mesi.

Appena arrivati alla stazione centrale, cercammo la lapide e l'orologio fermo alle 10,25, che ricordano il tragico attentato dell'agosto 1980. Uscito dalla stazione, mi trovai davanti un parcheggio da superare e un viale da attraversare. Atteso il verde, svoltai alla mia sinistra cercando la lunga via che ci avrebbe portato verso il centro storico.

Sulla sinistra vidi un piazzale con il terminal delle autolinee bolognesi.

E proprio nello stesso istante in cui mia nipote si trovava a scegliere il nome per il suo nuovo pesce rosso, io, a circa trecentocinquantasei chilometri di distanza, posavo gli occhi su una grande scritta bianca ombreggiata di azzurro: un graffito di quelli che oggi chiamano Urban Art, un nome disegnato con la vernice spray su una parete di cemento.

Quel nome era: ZENO.



Lì per lì non ci feci molto caso; ne fui colpito solo perché mi sembrava un nome fuori posto. Lo avrei associato più a Trieste (la città di Italo Svevo) e mi chiedevo chi fosse quel Zeno: l'unico collegamento che mi veniva in mente era Zeno Cosini. Poi fui rapito dalla bellezza di Bologna, delle sue piazze, delle sue chiese, dei suoi monumenti, della sua gente e non ci pensai più.

Fino a quando, tornati a casa tre giorni dopo, mia figlia ci raccontò del pesce rosso…



La storia è terminata.

Mi sono sempre reputato una persona razionale, ho sempre creduto alla scienza e alle evidenze; su certe storie sono decisamente scettico. I fantasmi, la telepatia e lo spiritismo mi intrattengono nei libri e nei film ma finisce lì.

Ma non mi danno fastidio, anzi posso sopportare con benevolenza, gli sguardi meravigliati dei familiari che, come me, hanno vissuto questa vicenda.

Non mi dà fastidio pensare che possano verificarsi eventi inspiegabili, coincidenze, episodi incredibili.



E mi dà felicità poter anche solo immaginare, con tanta ingenuità e di certo fallacemente, che mia nipote sia legata a me da una forza così potente da non poter essere spiegata.

Anche perché questa forza esiste, su questo non dubito.

Questa forza io la sento bene e so che la sente anche lei.








domenica 19 aprile 2026

La fontana magica

 





«Affacciati, ti dico!»

«Lo sto facendo, ma più di così cado nell’acqua!»

Alcuni anziani, seduti su una panchina a qualche metro dalla fontana, osservavano la scena con aria divertita e incuriosita. I bambini continuarono il loro vociare acuto, senza badare al pubblico attempato.

«Devi recitare la formula magica.»

«Uno, due, tre, la fortuna porta a me; quattro, cinque, sei, sacchi d’oro ventisei...» Gabriele tentenna, poi tacque.

«Vai avanti, cosa aspetti?» disse Alessandro, impaziente.

«Non ricordo come prosegue, tua sorella non me lo ha insegnato» rispose il bambino dai capelli biondi.

«Ti fidi troppo di mia sorella Sofia. E poi, come trasportiamo, secondo te, ventisei sacchi d’oro? Hai idea di quanto pesino?» Il bimbo dai capelli rossicci si staccò dal bordo della fontana e vi si appoggiò con le terga, incrociando le braccia. Assunse l’aria imbronciata che tanto lo faceva somigliare a sua madre. Suo cugino, che è anche suo compagno di giochi, di classe e migliore amico, per nulla sicuro provò a opporsi: «Sofia non mentirebbe. Se ha detto che la fontana è in grado di fare incantesimi, io le credo. Solo perché voi litigate sempre, non fa di lei una bugiarda!»

«Sarà... se vuoi crederle andiamo avanti, ma almeno recita bene l’incantesimo.»

Si voltarono entrambi e tornarono a fissare i loro volti giovani tremolare sulla superficie dell’acqua.

Gabriele riprovò: «Uno, due, tre, la fortuna porta a me; quattro, cinque, sei, sacchi d’oro ventisei; sette, otto, nove, la ricchezza dal cielo piove!»

Si girò a fissare il cugino, tutto tronfio e soddisfatto per essersi ricordato i versi dell’incantesimo.

Alessandro fece finta di non vedere la sua espressione, ma era contento. Sapeva che non sarebbero apparsi ventisei sacchi di monete d’oro e che era altamente improbabile che piovessero diamanti dal cielo che, tra l’altro, era di un azzurro incredibile. Faceva la terza elementare, mica era un bamboccio dell’asilo. E, se per questo, anche Gabri non lo era: per quanto sognatore, era consapevole che i loro tesori consistevano in carte dei Pokémon da scambiare, biglie e palline, o al massimo una bicicletta nuova.

All’improvviso si abbassarono verso l’acqua e, credendosi al riparo da sguardi indiscreti, sputarono nella fontana.

Se li avesse sorpresi il vigile del paese, li avrebbe rincorsi urlando e schiumando di livore; a vederli, invece, c’erano solo i vecchi sulla panchina, che sghignazzarono con i loro sorrisi sdentati dandosi di gomito. La leggenda della fontana magica era viva già ai tempi della loro fanciullezza.

Per la verità li vidi anch’io, dall’alto, mentre scendevo la scalinata della chiesa. Ma mi guardai bene dall’interrompere quel loro momento pieno di magia.

Non avrei detto nulla alle loro madri che potesse recare loro nocumento. Ormai ero un nonno in piena regola: il mio tempo come genitore era passato, e l’interesse dei marmocchi veniva prima di quello delle figlie.

Li vidi correre via ridendo e schiamazzando, dandosi il cinque e spingendosi per le spalle. Furono lontani in un attimo, liberi e gioiosi, con il rumore esplosivo di uno stormo di uccelli, regalando ai presenti l’allegria di un carnevale.

Un anziano sulla panca mi fece un gesto con la mano, indicando la direzione dei ragazzini; io, sempre senza parlare, gli feci cenno di aver capito.

Quanto mi sarebbe piaciuto avere sette anni e poter giocare con loro, avere la stessa vitalità e la gioia che regalavano al prossimo.

Mi avvicinai alla fontana e appoggiai le mani sul bordo di marmo scaldato dal sole. Osservai il mio riflesso: la barba e i capelli bianchi mi facevano venire in mente il Natale…

Poi mi ascoltai recitare: «Uno, due, tre, torna indietro solo te; quattro, cinque, sei, resta bimbo finché vuoi!»

Mi sentii sciocco e sperai che nessuno dei vecchi sulla panchina mi avesse sentito. Poi, senza averne consapevolezza, mi affacciai sull’acqua e sputai.

Dovevo sembrare matto, e vi assicuro che quello che vidi riflesso per poco non mi fece impazzire sul serio.

Il riflesso mostrava un viso piccolo e glabro, quello di un bimbo dai capelli neri e dai grandi occhi, ancora più sgranati dalla sorpresa.

Provai a dire qualcosa, ma la voce che uscì fu uno squillo acutissimo, il grido di un bambino che chiama i compagni.

Un anziano si alzò dalla panchina e mi disse: «Sono andati di là i tuoi amici, sono di là…!»

Cosa resta da fare a un bimbo all’imbrunire di un caldo pomeriggio estivo, se non giocare?

Allora corsi come non facevo da decenni, come non avevo fatto mai; corsi gridando con quella voce bambinesca che mi era appartenuta sessant’anni prima.

«Aleee, Gabriii, aspettatemi! Arrivo!»

Da lontano, dietro le querce, arrivò la risposta.

 

A nessun bambino dispiace trovare un nuovo amico.

Il tesoro che avevano chiesto.



domenica 12 aprile 2026

La vigna di sangue

 






I due ragazzini non si sarebbero dati pace finché non avessero risolto il caso. Fin dai tempi in cui i loro nonni erano giovani – incredibile pensare che quei due vecchietti un po' rimbambiti e tanto affettuosi lo fossero stati per davvero – quella vigna era chiamata "vigna di sangue".

Lo svitato del paese aveva raccontato loro che tra quei filari si era consumato un fatto orrendo. Il vecchio barbiere, impazzito dalla gelosia, aveva passato il suo rasoio affilatissimo sulla gola dell'amante di sua moglie. Poi aveva scavato una buca nel morbido terreno argilloso e ci aveva nascosto il cadavere.

Lo svitato era un ubriacone con un passato di ricoveri per disturbi mentali: tra tutte le persone strane del posto, era di sicuro la meno attendibile. Alessandro e Gabriele lo avevano ascoltato sperando di non essere scoperti dal nonno, con un miscuglio di brividi, sensi di colpa ed eccitazione. Provavano il sadico piacere di sapere che un mistero così pauroso si fosse celato a due passi da casa loro.

Che cosa possono fare due cugini per sconfiggere la noia di un’estate calda in un paese di poche anime e per nutrire il loro naturale bisogno di avventura? Escogitare un piano era il minimo.

Innanzi tutto, sarebbe stato necessario mantenere il massimo riserbo. Il nonno si sarebbe arrabbiato tantissimo anche solo se avesse saputo che quei due marmocchi avevano intervistato Tony lo svitato. Se avesse scoperto quello che avevano in mente, li avrebbe rispediti dalle madri a terminare l’estate rovente in città, a scontare una lunga punizione tra le mura domestiche.

Dovevano fare attenzione ed essere organizzati. Così Gabriele, il creativo, disegnò una mappa dettagliata, mentre Alessandro, che dei due aveva il senso pratico, prelevò senza chiedere il permesso alcuni attrezzi da lavoro utili allo scopo.

La mappa era un oggetto del tutto inutile. Sarebbero arrivati alla vigna confinante con l’orto dei nonni anche bendati o saltellando su un piede solo; ci avrebbero messo pochi minuti anche senza indicazioni, ma disegnarla occupò un intero pomeriggio e diede, a chiunque li avesse osservati, l’aria innocente di due bambini che si divertono con i pennarelli.

I due zappetti, il coltellino per intagliare il legno e un cacciavite (che nessuno dei due sapeva a cosa potesse servire) erano già nascosti nello zaino. Presto avrebbero aggiunto al sacco anche la torcia elettrica e una borraccia d’acqua. Già si vedevano a passare la notte scavando come archeologi in cerca del cadavere. Morivano di paura, ma erano così eccitati che a cena quasi non toccarono cibo.

Se i ragazzi mangiarono assai poco, chi invece "mangiò la foglia" furono i nonni: rimbambiti non lo erano per niente e si divertirono a osservare i gesti complici e misteriosi dei nipoti, sforzandosi di rimanere seri per non guastare loro la festa.

Li lasciarono andare a letto senza opprimerli con le solite richieste — la doccia, i denti e altre attività che ai piccoli sembravano sempre superflue — e permisero loro di ritirarsi in camera prima del solito. Il nonno simulò un sonno profondo ritirandosi nella sua stanza, mentre la nonna finse di essere troppo assorbita dal lavoro ai ferri per interessarsi a loro. Nonostante la scarsa vena teatrale dei vecchietti, i ragazzi non si accorsero di nulla, felici di potersi finalmente muovere in totale libertà.

La notte in campagna scende rapida, e così la temperatura. Con il golfino leggero addosso, i brividi non furono solo d’eccitazione. Arrivarono all’ultimo filare; la torcia illuminava solo un piccolo ovale davanti ai loro piedi, mentre tutto intorno era buio e nero come l’inchiostro. Quando individuarono il punto prescelto, Alessandro lasciò cadere lo zaino a terra e subito suo cugino Gabriele lo sgridò sottovoce: «Non fare rumore, sei impazzito? Vuoi farci scoprire?».

Alessandro tranquillizzò l’altro: «Non c’è nessuno, i nonni dormono e la casa è distante. Chi può sentirci?».

Erano agitati, certo, ma anche determinati a portare a termine il loro progetto. Presero a scavare con i due zappetti da orto e ci diedero dentro con talmente tanta energia che presto furono entrambi sudati come dopo una partita di calcio. La torcia non voleva saperne di stare in bilico appoggiata a un tralcio e rotolava spesso, spostando il cono di luce e rallentando lo scavo. Decisero allora che avrebbe scavato un solo dei due per volta, mentre l’altro avrebbe retto la fonte luminosa.

Quando l’estremità dello zappetto toccò qualcosa di rigido, Alessandro si bloccò e a Gabriele iniziò a tremare la mano, spostando la luce a destra e a sinistra. Il ragazzino afferrò lo zappetto con entrambe le mani, lo spinse più a fondo e tirò fuori dalla terra qualcosa di piccolo e bianco.

— «Sembra un osso...» — Cercò di mantenere un tono adulto, ma la sua voce era incrinata.

Gabriele avvicinò la torcia all’oggetto e fece un verso schifato: «Sembra un osso di pollo...».

Senza parlare, si chiesero se fosse il caso di continuare a scavare; non si sentivano più così avventurosi e qualcosa di simile alla paura iniziò a farsi strada nei loro animi. Poi sentirono uno scricchiolio e Gabriele, d’istinto, spense la torcia.

Una piccola luce fioca, che prima non avevano visto ma che ora, al buio, era evidente, si avvicinò e da dietro l’ultimo filare una figura nera fece la sua comparsa. Qualcuno strillò con voce acutissima; non si seppe mai chi dei due, poiché entrambi, successivamente, avrebbero negato. Lo spavento fu talmente grande che per poco qualcuno non se la fece nelle mutande.

Poi si accese un'altra torcia, molto più grande e potente della loro, e i due ragazzi provarono insieme sollievo, paura, vergogna e imbarazzo, in un turbine di sensazioni nuove e violente. L’essere che era apparso dal buio spaventandoli come nient'altro prima di allora, non era altri che il nonno!

«Torniamo a casa. Avete preso abbastanza freddo», disse solo. I due ragazzi lo seguirono in fila indiana, come pulcini con la mamma oca. Per quella sera, le emozioni potevano bastare. Il nonno cercò di mantenere un atteggiamento severo, ma non ridere gli costò molta fatica. La nonna rimboccò le coperte ai due discoli, che tutto si sarebbero aspettati tranne quei gesti premurosi e amorevoli. Nemmeno il nonno sembrava arrabbiato davvero. Provarono a parlare dell’accaduto, ma la stanchezza li vinse in meno di un minuto.

Il giorno dopo, a colazione, Alessandro e Gabriele scoprirono che ciò che avevano trovato era, con tutta probabilità, il resto della sepoltura di un cagnolino di quando i nonni erano bambini. La "vigna di sangue" non era mai esistita, se non nella fantasia malata di un vecchio ubriacone.

Avevano avuto la loro avventura, però, e ne erano orgogliosi. Era stato emozionante uscire di nascosto e provare paura, anche se sapere che il nonno li aveva sorvegliati per tutto il tempo dava loro un senso di calore, come una coperta d’inverno o una coccola dopo una caduta. Quell’esperienza aveva soddisfatto il loro bisogno di emozioni forti.

La notte nella vigna di sangue se la sarebbero ricordata a lungo.

Forse per sempre.

 

 

 



giovedì 12 marzo 2026

Il tempo di un ricordo

 





Il tempo non ha età dicono.

Forse è vero.

Forse è corretto il pensiero tanto bene espresso da Einstein: il tempo è un concetto relativo; anzi, per la fisica quantistica, il tempo è un fenomeno che non esiste.

Certo, per essere più obiettivo dovrei diventare un osservatore esterno al fenomeno ma io non lo sono.

Alcuni filosofi sostengono che il passato non esista, così come il futuro, che ancora non c'è. L'unico tempo reale è ora. Il presente è un elemento non estendibile: se avesse un’estensione all'indietro o in avanti, apparterrebbe al passato o al futuro. A questa visione preferisco ciò che afferma l’eternismo: passato, presente e futuro sono tutti ugualmente reali, sono diverse coordinate nello spazio-tempo.

Io sono figlio di un uomo e di una donna e, anche se mio padre e mia madre appartengono al passato, io sono qui e sono reale. Ma sono anche il prodotto dei loro sogni, dei loro progetti, delle loro passioni. Sono il risultato concreto della loro imprudenza e della loro capacità, della loro forza e della loro debolezza, della loro intelligenza e del loro istinto di sopravvivenza.

Sappiamo che sono esistiti davvero, e non sono solo le fotografie o i documenti anagrafici a dimostrarlo. Esiste qualcosa che va al di là del tempo e dello spazio, qualcosa che non ha né presente né passato, ma è una costante nel presente e, come tale, esistente anche nel futuro. È ciò che mi permette di vederli ancora, di ascoltarli e di parlare loro come facevo un tempo. Si tratta di un'essenza, un profumo forse, uno spirito - chiamatelo come volete - qualcosa che non si può vedere né toccare, ma che è essenzialmente reale e tangibile, tanto quanto le cose che si vedono e si toccano.

Il tempo non esiste, e forse è per questo che serbiamo alcuni ricordi per sempre e non ricordiamo ciò che abbiamo fatto mezz’ora fa. Ricordo il gusto della caramella che vinsi in classe al gioco del silenzio: me la diede la mia maestra in seconda elementare perché ero riuscito a tenere la bocca chiusa più a lungo di tutti. Non solo: ero stato capace di evitare di trascinare il banco, di dondolare sulla sedia rischiando di cadere, di far precipitare i libri sul pavimento e altre cose così rumorose che i miei compagni non riuscivano a evitare. La maestra aveva annunciato che c’era un solo vincitore e, quando si era avviata tra i banchi, dentro di me era stata forte la certezza che venisse da me. Quello era il gusto che prova chi vince. Anche se sono passati più di cinquant’anni.

Che cosa sono cinquant’anni? Mezzo secolo, quando lo studiamo a scuola sembra così lungo, ma a viverlo passa in un soffio. In classe, all’età di sette, otto anni, ci divertivamo a immaginare - come fanno da sempre gli autori di fantascienza - come sarebbe diventato il mondo del futuro. Come sarebbe stato vivere nell’anno duemila. Agli occhi di bimbo, avere trentaquattro anni avrebbe fatto di me un uomo anziano che sarebbe vissuto in una città ricca di torri altissime, con passerelle e nastri trasportatori per gli spostamenti e il cielo solcato da veicoli rapidi e silenziosi al posto delle automobili. Com’è successo a molti autori di narrativa fantastica, non avevo azzeccato il mondo che sarebbe stato dopo trent’anni e non ero riuscito a immaginare come saremmo diventati. Nemmeno i più lungimiranti tra i bambini di quella classe elementare predissero che nel duemilaventisei avremmo avuto tutti a disposizione uno specchio magico, tale e quale a quello della strega di Biancaneve, con cui parlare, sempre pronto per ogni tipo di dubbio o domanda. È facile scriverlo oggi, con il mio bravo smartphone in tasca e la sua applicazione d’intelligenza artificiale con la quale mettere a riposo quella poca naturale rimasta.

Per quanto riguarda i trasporti, le auto viaggiano ancora al suolo e le vecchie case rimangono da ristrutturare. A beneficio dei nostalgici.

L’altro giorno pensavo al mio amico Aurelio. Ripenso a lui con un sorriso, anche se questo porta con sé un gusto amaro. Preferisco ricordare il calore con cui mi trattava. “Ehi Giò, vuoi sapere cosa mi è capitato?”, diceva. Chiacchierava volentieri. Quando il lavoro riservava momenti impegnativi e critici, diventava taciturno; comunicavamo velocemente, in silenzio. Non c’era bisogno di tante parole: entrambi sapevamo quello che dovevamo fare, come due centrocampisti che triangolano il pallone senza guardarsi perché ognuno sa dove si troverà l’altro. Solo che noi non usavamo palloni, parastinchi e scarpette ma farmaci, siringhe, laringoscopi e tubi tracheali.

Con Aurelio era facile andare d’accordo. Mi parlava della sua Sicilia; i suoi aneddoti spaziavano dalla cucina allo sport e le sue competenze umane erano buone quanto quelle professionali. Una persona di qualità con cui ho avuto la fortuna di condividere diversi anni della mia carriera. Negli ultimi tempi la sua salute aveva scricchiolato e, anche se le nostre strade si erano allontanate, era stato lui a telefonarmi perché aveva saputo di un mio malanno. Era stato premuroso e affettuoso e mi aveva raccontato di essere afflitto da un peso che traspariva in ogni sua parola. Ero stato felice di quella telefonata e mi ero proposto di sentirlo e vederlo appena possibile. Solo che il destino aveva altri piani e lui non era stato in grado di sopportare il peso del suo male. Il suo tempo è terminato, all’improvviso. E questo mi ha fatto male, come a molte persone.

Riesco ancora a sentire la sua voce quando mi chiamava per raccontare una barzelletta, per citare un autore caro - di solito siciliano - per spiegarmi una ricetta. “Ehi Giò, senti questa!”

E io lo sento ancora perché, se è vero che il tempo non esiste, allora anche Aurelio non è mai andato via.

È solo il tempo di un ricordo.