I due ragazzini non si
sarebbero dati pace finché non avessero risolto il caso. Fin dai tempi in cui i
loro nonni erano giovani – incredibile pensare che quei due vecchietti un po'
rimbambiti e tanto affettuosi lo fossero stati per davvero – quella vigna era
chiamata "vigna di sangue".
Lo svitato del paese
aveva raccontato loro che tra quei filari si era consumato un fatto orrendo. Il
vecchio barbiere, impazzito dalla gelosia, aveva passato il suo rasoio
affilatissimo sulla gola dell'amante di sua moglie. Poi aveva scavato una buca
nel morbido terreno argilloso e ci aveva nascosto il cadavere.
Lo svitato era un
ubriacone con un passato di ricoveri per disturbi mentali: tra tutte le persone
strane del posto, era di sicuro la meno attendibile. Alessandro e Gabriele lo
avevano ascoltato sperando di non essere scoperti dal nonno, con un miscuglio
di brividi, sensi di colpa ed eccitazione. Provavano il sadico piacere di
sapere che un mistero così pauroso si fosse celato a due passi da casa loro.
Che cosa possono fare
due cugini per sconfiggere la noia di un’estate calda in un paese di poche
anime e per nutrire il loro naturale bisogno di avventura? Escogitare un piano
era il minimo.
Innanzi tutto, sarebbe
stato necessario mantenere il massimo riserbo. Il nonno si sarebbe arrabbiato
tantissimo anche solo se avesse saputo che quei due marmocchi avevano intervistato Tony lo svitato. Se avesse
scoperto quello che avevano in mente, li avrebbe rispediti dalle madri a
terminare l’estate rovente in città, a scontare una lunga punizione tra le mura
domestiche.
Dovevano fare
attenzione ed essere organizzati. Così Gabriele, il creativo, disegnò una mappa
dettagliata, mentre Alessandro, che dei due aveva il senso pratico, prelevò
senza chiedere il permesso alcuni attrezzi da lavoro utili allo scopo.
La mappa era un oggetto
del tutto inutile. Sarebbero arrivati alla vigna confinante con l’orto dei
nonni anche bendati o saltellando su un piede solo; ci avrebbero messo pochi
minuti anche senza indicazioni, ma disegnarla occupò un intero pomeriggio e
diede, a chiunque li avesse osservati, l’aria innocente di due bambini che si
divertono con i pennarelli.
I due zappetti, il
coltellino per intagliare il legno e un cacciavite (che nessuno dei due sapeva
a cosa potesse servire) erano già nascosti nello zaino. Presto avrebbero
aggiunto al sacco anche la torcia elettrica e una borraccia d’acqua. Già si
vedevano a passare la notte scavando come archeologi in cerca del cadavere.
Morivano di paura, ma erano così eccitati che a cena quasi non toccarono cibo.
Se i ragazzi mangiarono
assai poco, chi invece "mangiò la foglia" furono i nonni: rimbambiti
non lo erano per niente e si divertirono a osservare i gesti complici e
misteriosi dei nipoti, sforzandosi di rimanere seri per non guastare loro la
festa.
Li lasciarono andare a
letto senza opprimerli con le solite richieste — la doccia, i denti e altre
attività che ai piccoli sembravano sempre superflue — e permisero loro di
ritirarsi in camera prima del solito. Il nonno simulò un sonno profondo
ritirandosi nella sua stanza, mentre la nonna finse di essere troppo assorbita
dal lavoro ai ferri per interessarsi a loro. Nonostante la scarsa vena teatrale
dei vecchietti, i ragazzi non si accorsero di nulla, felici di potersi
finalmente muovere in totale libertà.
La notte in campagna
scende rapida, e così la temperatura. Con il golfino leggero addosso, i brividi
non furono solo d’eccitazione. Arrivarono all’ultimo filare; la torcia
illuminava solo un piccolo ovale davanti ai loro piedi, mentre tutto intorno
era buio e nero come l’inchiostro. Quando individuarono il punto prescelto,
Alessandro lasciò cadere lo zaino a terra e subito suo cugino Gabriele lo
sgridò sottovoce: «Non fare rumore, sei impazzito? Vuoi farci scoprire?».
Alessandro
tranquillizzò l’altro: «Non c’è nessuno, i nonni dormono e la casa è distante.
Chi può sentirci?».
Erano agitati, certo,
ma anche determinati a portare a termine il loro progetto. Presero a scavare
con i due zappetti da orto e ci diedero dentro con talmente tanta energia che
presto furono entrambi sudati come dopo una partita di calcio. La torcia non
voleva saperne di stare in bilico appoggiata a un tralcio e rotolava spesso,
spostando il cono di luce e rallentando lo scavo. Decisero allora che avrebbe
scavato un solo dei due per volta, mentre l’altro avrebbe retto la fonte
luminosa.
Quando l’estremità
dello zappetto toccò qualcosa di rigido, Alessandro si bloccò e a Gabriele
iniziò a tremare la mano, spostando la luce a destra e a sinistra. Il ragazzino
afferrò lo zappetto con entrambe le mani, lo spinse più a fondo e tirò fuori
dalla terra qualcosa di piccolo e bianco.
— «Sembra un osso...» —
Cercò di mantenere un tono adulto, ma la sua voce era incrinata.
Gabriele avvicinò la
torcia all’oggetto e fece un verso schifato: «Sembra un osso di pollo...».
Senza parlare, si
chiesero se fosse il caso di continuare a scavare; non si sentivano più così
avventurosi e qualcosa di simile alla paura iniziò a farsi strada nei loro
animi. Poi sentirono uno scricchiolio e Gabriele, d’istinto, spense la torcia.
Una piccola luce fioca,
che prima non avevano visto ma che ora, al buio, era evidente, si avvicinò e da
dietro l’ultimo filare una figura nera fece la sua comparsa. Qualcuno strillò
con voce acutissima; non si seppe mai chi dei due, poiché entrambi,
successivamente, avrebbero negato. Lo spavento fu talmente grande che per poco
qualcuno non se la fece nelle mutande.
Poi si accese un'altra
torcia, molto più grande e potente della loro, e i due ragazzi provarono
insieme sollievo, paura, vergogna e imbarazzo, in un turbine di sensazioni
nuove e violente. L’essere che era apparso dal buio spaventandoli come
nient'altro prima di allora, non era altri che il nonno!
«Torniamo a casa. Avete
preso abbastanza freddo», disse solo. I due ragazzi lo seguirono in fila
indiana, come pulcini con la mamma oca. Per quella sera, le emozioni potevano
bastare. Il nonno cercò di mantenere un atteggiamento severo, ma non ridere gli
costò molta fatica. La nonna rimboccò le coperte ai due discoli, che tutto si
sarebbero aspettati tranne quei gesti premurosi e amorevoli. Nemmeno il nonno
sembrava arrabbiato davvero. Provarono a parlare dell’accaduto, ma la
stanchezza li vinse in meno di un minuto.
Il giorno dopo, a
colazione, Alessandro e Gabriele scoprirono che ciò che avevano trovato era,
con tutta probabilità, il resto della sepoltura di un cagnolino di quando i
nonni erano bambini. La "vigna di sangue" non era mai esistita, se
non nella fantasia malata di un vecchio ubriacone.
Avevano avuto la loro
avventura, però, e ne erano orgogliosi. Era stato emozionante uscire di
nascosto e provare paura, anche se sapere che il nonno li aveva sorvegliati per
tutto il tempo dava loro un senso di calore, come una coperta d’inverno o una
coccola dopo una caduta. Quell’esperienza aveva soddisfatto il loro bisogno di
emozioni forti.
La notte nella vigna di sangue se la sarebbero
ricordata a lungo.
Forse per sempre.






