domenica 25 gennaio 2026

Il perdono di Nino

 




Per arrivare a ventuno chili di peso, Nino aveva dovuto aspettare la terza elementare.

Gli si potevano contare le ossa e non c’era ricetta che avesse il potere di stuzzicargli l’appetito, la sua pagella però era costellata di dieci e lui era sempre stato un bambino vivace e solare, dallo sguardo limpido e l’intelligenza pronta.

La questione del peso finì così per passare in secondo piano.

Antonio era sempre stato Antonino, Nino per tutti, piccolo e gracile ma sveglio e attento. Nei giochi di squadra era sempre conteso perché era lui quello che trovava la strategia migliore e la soluzione per vincere.

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Gaetano era arrivato alla tenera età di settantacinque anni pieno di acciacchi e malattie. Certo, la sua non era stata una vita facile. Aveva iniziato giovane una carriera fatta di piccole truffe e furti. Cose di poco conto e purtroppo per lui per diversi anni gli era sempre andata bene. Se non fosse andato tutto così liscio, non staremmo qui a raccontare.

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A Nino piaceva molto disegnare. Verso la fine dell’anno scolastico aveva ritratto la sua famiglia su un prato verde, coperto di margherite. Era bravo nei particolari. Lui al centro, piccolo e sottile come uno spaghetto. Ai due lati sua madre e suo padre, lei con la sua lunga coda di capelli biondi e papà con la barba nera spruzzata di peli bianchi sul mento. Dietro la nonna, altissima, quasi il doppio dei genitori, con la treccia grigia e gli occhiali a scendere giù dal naso. Per Nino le dimensioni dovevano apparire proporzionali all’età. La maestra di matematica, arrivata quell’anno, non conosceva ancora bene la composizione di tutte le famiglie, gli chiese: “Hai solo questa nonna?” Per una volta, Nino fu in difficoltà nel rispondere.

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Gaetano, detto Tano, abitava in un appartamento di trenta metri quadrati, al piano terra di uno stabile popolare, con un bagno piccolo quanto una cabina telefonica. Era tutto quello che erano stati capaci di trovargli i servizi sociali, dopo la sua ultima scarcerazione. A volte la notte si svegliava e aveva la precisa sensazione di trovarsi ancora nella sua vecchia cella, poi guardava la finestra e notava che mancavano le sbarre.

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Nino non aveva dimenticato di avere anche un nonno. La mamma aveva perso i genitori da giovane, in un incidente di montagna ma il papà, i genitori li aveva ancora. Una era sua nonna Amelia, che lo aveva cresciuto nel suo amore tra mille giochi e qualche vizio. Nonna era l’unica persona che riusciva a convincerlo a finire il piatto che aveva davanti. Purtroppo, la nonna piangeva appena chiunque nominasse suo marito, anzi l’ex marito. Nonna era l’unica persona anziana che Nino conoscesse a essere divorziata. Lui avrebbe voluto sapere qualcosa di più riguardo suo nonno ma non voleva far piangere nonna Amelia e così teneva a freno la sua curiosità.

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Tano usciva dall'istituto di pena dopo un periodo di otto anni, gli erano sembrati ottanta. Gli avevano trovato quel buco di appartamento e viveva di una modesta pensione. Aveva trascurato la sua salute e ora aveva urgente bisogno di un dentista e di un urologo. Avrebbe dovuto anche usare un bastone ma in prigione si era abituato a farne a meno. Da dieci anni non aveva contatti con la moglie e gli ultimi erano avvenuti tramite gli avvocati, per firmare le carte del divorzio. Tuttavia le pareti della prigione, anche se parecchio spesse, avevano occhi e orecchie e lui era venuto a sapere che suo figlio aveva avuto a sua volta un bambino. Quanto gli sarebbe piaciuto conoscere il nome di quel nipotino e poterlo guardare negli occhi. Almeno una volta.

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Nino era un ragazzino curioso e sveglio. Ascoltava sempre i discorsi dei grandi, anche se in apparenza continuava a giocare con il trenino elettrico, sul pavimento. Era stato facile per lui apprendere che il marito, anzi l’ex marito di nonna Amelia era tornato ad abitare in città. Era “uscito” avevano commentato gli adulti, ma uscito da dove, e perché ci era entrato? Questi dilemmi avevano portato a tenerlo sveglio nelle lunghe ore notturne, quelle affollate da fantasmi per ogni bimbo a quell’età.

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Gaetano si era dovuto comprare un telefonino. L’avvocato d’ufficio che aveva seguito il suo rilascio e l’assistente sociale, una donna di mezz’età, scialba e occhialuta, avevano l’esigenza di contattarlo continuamente “per monitorare il suo progetto di rientro nella società”. In realtà lui non aveva molti altri contatti e accettava almeno quelli imposti dal sistema. La sera stava a fissare quel telefono muto, che gli dava la virtuale possibilità di parlare col mondo intero. Non aveva un televisore, dopo averne fatto a meno per gran parte della vita adulta, aveva preferito risparmiare i soldi di quella spesa. Fissare il muro però non aiuta a dormire bene, così come avere dolori fisici e una pena nel cuore.

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Nino si era mosso con delicatezza e sensibilità straordinarie per la sua età, ma si era mosso. La sua mamma era la persona adatta. Lui lo aveva capito, e, infatti, fu da lei che apprese le informazioni, era stato come condividere un segreto tra madre e figlio. Aveva saputo essere convincente e la mamma si era aperta. Il nonno Gaetano era stato una persona cattiva, aveva rubato soldi e fatto del male a tante persone e si era meritato di finire in prigione, più di una volta. Suo figlio non l’avrebbe mai perdonato per il male fatto agli altri, ma soprattutto per quello causato alla sua famiglia. A sua moglie e alla madre e aveva promesso che non avrebbe parlato mai più col vecchio. Nino era rimasto impressionato, gli sembrava tanto assurdo che un nonno potesse essere malvagio.

***

Veleno era un ometto piccolo, secco e brutto, con gli occhi sporgenti e la barba incolta. Pochi ricordavano il suo vero nome e di certo Tano non lo aveva mai saputo. Era stato Veleno a visitare in carcere Tano e a raccontargli che il suo figliolo aveva sposato una biondona e lei aveva sfornato un marmocchio. "Mica possono giocare alla famiglia felice senza neanche informarti delle cose, sei sempre suo padre!" E Tano aveva pensato ad Amelia, a quante volte lei aveva dovuto perdonarlo, a quanti bocconi amari era stata costretta a ingoiare.  E suo figlio non lo aveva di certo fatto.  Non era mai andato a trovarlo in prigione. Tano riusciva a capire. Ma il bambino che ne poteva? Lui non aveva bisogno di sporcarsi le mani con il passato di suo nonno. Una cosa era certa, Veleno non era tipo da fare favori o regali. Prima o poi qualcosa in cambio l'avrebbe chiesta. Tano però aveva capito che era meglio stare lontano da certe persone. Forse era davvero cambiato.

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Nino ultimamente si era fatto taciturno.  Sua nonna era stata costretta ad ammettere che ciò che il nipote aveva saputo da sua madre era vero. L'ex marito era uscito dalla prigione e ora viveva in città. Quel signore era suo nonno e Nino non accettava di vivere senza nemmeno conoscerlo. Lo scontro con i genitori era stato duro ed era durato molto ma Nino sapeva da subito che ne sarebbe uscito vincitore.

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Tano passava tutte le sere ad ascoltare i suoi dolori e a fissare il telefonino tra le mani e talvolta il muro che c’era dietro. Il muro non poteva dirgli nulla e anche il cellulare rimaneva silenzioso. Dopo un’eternità squillò, facendolo sussultare. Era l’avvocato.

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Trovare l’indirizzo era stato semplice. L’avvocato che si stava occupando di suo padre, aveva provveduto al primo contatto. Lui avrebbe accontentato il piccolo. Glielo doveva, era suo diritto. Si era convinto a fatica ma lo credeva sul serio. Il viaggio di sole due ore era stato difficile. Nessuno dei due parlò, Nino osservava i campi, le case, la ferrovia, le piante, correre all’indietro, dal finestrino umido dell’auto. Suo padre era concentrato sull’autostrada, pensando a cosa dire.

***

Tano non era riuscito a chiudere occhio. Quel mattino presto si era fatto la barba tagliandosi. Le mani non smettevano di tremare e si sentiva un bambino piccolo schiacciato dal terrore.

***

La porta era socchiusa, Nino sarebbe entrato di corsa ma suo padre lo fermò e bussò delicatamente. Sentirono una voce roca e incerta dire: “Avanti, è aperto.”

Nino spalancò la porta e fece un passo. Suo padre si fermò sull’uscio. Per lui era troppo faticoso colmare quella distanza, fatta di silenzi e di anni di lontananza, di rabbia e di tristezza. Disse al piccolo Nino: “Va pure.” Nino si avvicinò al tavolo. L’uomo anziano si sedette da un lato e Nino salì sulla sedia di fronte. Tano iniziò a piangere. Nino rimase immobile, poi chiese: “Perché piangi? Io mi chiamo Antonino, faccio la terza elementare. È vero che sei mio nonno?” Tano si soffiò il naso, piano smise di singhiozzare e dopo aver sospirato, riuscì a rispondere. “Sì, è vero. Sono tuo nonno. Devi perdonarmi bambino mio. Ti chiedo perdono. Puoi farlo?”

Poi Nino disse qualcosa che fece capire al vecchio che se le sbarre alle finestre non c’erano, quelle della sua anima erano belle robuste e lo tenevano ancora rinchiuso. Quel bimbo era la persona che lo avrebbe liberato.

E lo fece toccandogli leggero la mano e l’anima.

“Nonno, tu non devi chiedermi di perdonarti. Penso che sei te stesso quello che debba perdonarsi. Io lo avevo già fatto prima.”

Tano avvertì la dolce melodia della felicità e sentì il rumore di sbarre che si aprono.

Entrambi sorrisero.

 




sabato 10 gennaio 2026

Il vecchio Ukulele

 





Il vecchio lanciò un sospiro fortissimo. Seguito da un peto reboante. I suoi lamenti si potevano sentire nel corridoio fino a tre camere di distanza.

Lo chiamavano il vecchio perché era l’unico, in quell’ala, ad avere più di novant’anni.

Tutti gli altri erano penosamente meno anziani. O disgraziatamente più giovani.

Si andava dagli ottantatré di Giovanni ai quarantaquattro di Maurizio. Una vera merda, dicevano.

Nelle giornate buone si ritrovavano nella sala comune, adattata a salotto con tanto di schermo televisivo circondato da una libreria fornita da libri e fumetti, letti perlopiù dal personale durante i lunghi turni di notte.

Quando pensavano che dormisse, le infermiere socchiudevano la porta ma immancabilmente il vecchio suonava il campanello nel giro di cinque minuti. Non deve essere bello restare chiusi fuori dal mondo, soprattutto se stai morendo.

Teo di anni ne aveva settantasei, molto sotto la media dell’attesa di vita maschile. Era ricoverato da quattro settimane e aveva una prognosi di tre mesi. Quei giorni era quasi felice, i sintomi della malattia si erano stabilizzati e da qualche tempo aveva iniziato un percorso di aiuto psicologico che iniziava a renderlo in pace con ciò che gli aveva riservato la vita. Pensava che se non avesse avuto così poco tempo si sarebbe potuto innamorare della psicologa e questo pensiero impertinente non mancava mai di farlo sorridere. Ora sarebbe stato il caso di far accettare la realtà anche al suo figliolo ma questo era molto più complicato.

Quel mattino Teo aveva chiesto al ragazzo, anche se il figlio era ormai un uomo di quasi cinquant’anni, di cercare in soffitta il suo vecchio ukulele. Alessandro si era naturalmente opposto, cosa che si ripeteva ormai da qualche tempo, lui si opponeva a qualsiasi decisione prendesse il genitore, come se soffrire di una malattia con prognosi infausta equivalesse a essere un demente senza più facoltà di discernimento. Teo aveva ripetuto la sua innocua richiesta usando un tono che non ammetteva repliche e quel pomeriggio era rientrato in possesso del vecchio strumento.

Il legno laminato non si era deformato troppo e le quattro corde in nylon reggevano l’età. A dire il vero la cosa che aveva maggiormente risentito del passare degli anni erano le sue dita.

Appena preso in mano il vecchio strumento, Teo aveva sorriso come un bimbo col suo giocattolo e a guardarlo bene questa frase era tutto tranne che un’immagine letteraria.

Si fece regalare da Irene un batuffolo di cotone imbevuto e ripulì l’ukulele come avrebbe fatto col culetto di un neonato col pannolino da cambiare.

Poi cercò di accordare girando le chiavi sulla paletta. Andava a orecchio ma l’infermiera ricordò che in magazzino c’era una tastiera che aveva lasciato un paziente ed era corsa a prenderla.

SOL, DO, MI. LA presto fatto. Irene era proprio una brava persona, pensava Teo e non era il solo.

Cercò di ricordare alcune diteggiature e fu felice di realizzare che ne ricordava molte, se non tutte. “È come andare in bici…” fu il suo commento verso Antonio, che si era avvicinato curioso. Il suono dell’ukulele era dolce e aggraziato e non sembrava disturbare gli altri ricoverati. Anche Maurizio si era trascinato sulla sedia a rotelle, lasciando il suo angolo vicino alla finestra dove passava tutti i lunghi pomeriggi.

Teo provò a fare un giro di note che ricordava, accennò a un brano celebre ma che nessuno degli uomini presenti sembrava riconoscere. Allora intonò con la sua voce debole e gracchiante ma il risultato fu pessimo.

“Certo che canti peggio di un cane” fu il commento di Maurizio e tutti si stupirono a vedere che era accompagnato da un sorriso. Nessuno di loro aveva mai visto il ragazzo sorridere.

“Lo so, cantare non è mai stato il mio forte, al massimo fischiettavo” e prese ad accompagnare gli accordi col suo fischio incerto.

Do, Mi minore, Fa, Do, poi Fa, La minore, Sol e di nuovo LA minore e Fa… si dovrebbero essere questi. Teo suonava sempre più sicuro, sempre con miglior resa, tempi adeguati, sentimento, come se avesse smesso solo la settimana prima. È davvero come andare in bici, e anche il suo fischiettare si faceva più somigliante e ora la canzone era riconoscibilissima.

Le due infermiere in turno si erano avvicinate in silenzio, non volevano disturbare e sapevano essere silenziose come dei gatti. La più anziana, Annalisa diede una piccola spinta alla collega, sussurrando: vai! Ma Irene era timida e non voleva guastare l’atmosfera. Poi si fece coraggio e andò.

Teo suonava a tempo e la voce che gorgheggiò un OHHH ripetuto era partita così flebile che quasi nessuno si era voltato verso l’infermiera che stava in piedi dietro al divanetto su cui suonava Teo. Lentamente era diventata più sostenuta e potente, le note di OVER THE RAINBOW si erano propagate per il corridoio, erano salite al soffitto e si erano dirette verso il fondo della struttura, passando dolci per tutte le camere per poi uscire dal vasistas in fondo alla corsia e salire verso le nuvole.

Teo si sentì felice a vedere che qualcuno cantava per lui. All’infermiera Annalisa, che era un osso duro e ne aveva viste di tutti i colori durante la sua carriera, scese una lacrima. Giovanni avrebbe voluto applaudire ma non aveva la forza per restare in piedi senza tenersi al suo deambulatore.

Maurizio si rivolse a Irene e a Teo e disse solo: grazie!

Poi tornò nel suo angolo.

Irene divenne rossa, certo aveva studiato gli effetti della musicoterapia e la ricaduta sui pazienti ma il direttore era un conservatore che non gradiva le novità e le iniziative del personale. L’unico cambiamento che aveva voluto negli ultimi dieci anni era stato far rimuovere il vecchio pavimento di linoleum per il quale erano diventati lo zimbello dell’ospedale, anche se non era servito, infatti tutti continuavano a chiamarli quelli del miglio verde.

Per un po’ Over the Rainbow continuò a echeggiare nelle stanze e nelle orecchie dei presenti, nessuno aveva commentato ma si leggeva sui volti che qualcosa era cambiato e tutti erano costretti a stare un po’ meglio.

Irene si abbassò verso Teo per ringraziarlo. Lui le prese la mano e con galanteria le rispose che aveva la voce di un angelo. Lei scappò in infermeria vergognandosi mentre la sua collega si soffiava rumorosamente il naso.

Il momento magico era finito ma tutti lo avrebbero ricordato nei giorni successivi.

A parte il vecchio, che proprio quella notte andò oltre. Morì, come facevano tutti in quel posto, ma non gli mancò la tenera compagnia dei suoi familiari né la presenza competente del personale.

Irene volle immaginare che un alito di quelle note fosse passato anche da quella camera, e la serenità rimasta sul viso dell’uomo le disse che forse era stato proprio così.





martedì 6 gennaio 2026

Che cosa ci rimane?

 



Cosa ci rimane?


Cosa rimane di questo periodo di feste che come ogni anno arriva improvviso e ci travolge come un tifone?

La stanchezza e la fatica degli acquisti eccezionali, la gioia per la luce nello sguardo dei bambini, la vaga delusione per un regalo poco azzeccato e la soddisfazione per la bella figura fatta a costo di prezzo altissimo, un vago bruciore di stomaco per le troppe calorie assunte, un latente magone per chi c'era ma non si è impegnato, il dolore per chi non c'era ma si sarebbe voluto, una leggera seccatura per chi ha confermato le aspettative negative e il calore per chi ha manifestato il lato positivo. Il piacere per tutte quelle luci e la tristezza per chi non è stato capace di rischiarare il personale buio.


Ora siamo pronti per smontare tutto ma qualcosa dovrà pur rimanere, qualcosa che sta oltre le luci, il cibo, i regali. Qualcosa che resiste dentro le persone, tutte, anche chi si dichiara indifferente o insofferente ai festeggiamenti. 

Qualcosa che ci può consolare le tristezze e lenire il dolore per le bombe, per le guerre, per le morti che la vita promette e la realtà mantiene.

Qualcosa che deve restare tutto l'anno e che può e deve farci vivere e sopravvivere nonostante tutto e tutti.

Qualcosa che non esiste solo durante le feste, anche se durante le feste si palesa più facilmente, qualcosa che tutti abbiamo e tutti meritiamo. 

E questa cosa si chiama amore.






sabato 29 novembre 2025

LUOGHI INSOLITI in cammino con Giorgio Papa: Sebastiano, l'ultimo poeta

LUOGHI INSOLITI in cammino con Giorgio Papa: Sebastiano, l'ultimo poeta:   Sebastiano lo ricordo bene. Viveva nel piccolo appartamento sotto al mio, già a quei tempi aveva più di settant’anni. Sebastiano usciv...

Sebastiano, l'ultimo poeta

 





Sebastiano lo ricordo bene.

Viveva nel piccolo appartamento sotto al mio, già a quei tempi aveva più di settant’anni.

Sebastiano usciva poco, una volta di sabato per fare la spesa, occasionalmente per i controlli dal medico. Non ricordo ricevesse mai visite, ma non sono il tipo che si è mai fatto gli affari dei vicini.

Lo vedevo dal terrazzino, che utilizzo ancora oggi come rifugio per le mie letture, mentre usciva in balcone per innaffiare i gerani e in quelle occasioni scambiavamo le nostre rade parole.

Anche se brevi dialoghi, avevo sempre la sensazione di essere più ricco, rientrando in casa.

Non mancava mai di farmi notare la fragranza e il tepore dell’aria all’inizio della primavera o di condividere la bellezza delle diverse tonalità dell’indaco, poco prima del tramonto.

Una volta mi disse che non avrebbe sopportato il buio della notte senza prima gustare la tavolozza di colori preparata dalla natura, quando il sole andava a ristorarsi nei mari del sud.

Fu da quel momento che iniziai a riportare le considerazioni di quel vecchio su di un quaderno, che ancora oggi conservo con cura.

Anche perché Sebastiano non avrebbe potuto.

Non sapeva scrivere.

Appena si accorse che ero il tipo di vicino discreto, educato e rispettoso, iniziò a scambiare qualche frase, non mi risulta avesse altri contatti nel condominio.

Un giorno venne da me, si scusò molte volte per il disturbo ma aveva ricevuto una lettera dalla banca e dovette confessarmi, pieno di vergogna e rosso per l’imbarazzo, che ne riconosceva il logo ma che non era in grado di leggere e capire quello che c’era scritto. Provò anche a spiegarmi, a giustificare la sua “debolezza”, come la definiva lui, derivante dal fatto di avere frequentato la scuola fino alla seconda elementare ma che dopo suo padre lo aveva costretto a lasciare perché era necessario il suo aiuto al lavoro nei campi e lo aveva ritirato dalla scuola “come si ritira un pacco alle poste” e quello che aveva imparato era considerato poco importante dalla sua famiglia. Chiaramente nella sua casa non vi era presenza di alcun libro né transitavano giornali e lui non aveva potuto conservare molto di quell’alfabeto che prometteva di contenere mille e mille mondi che anche se lui bramava non avrebbe mai visitato.

Dopo quel giorno gli offrii il mio aiuto ma lui approfittò ben poche volte. Con le bollette se la cavava, i numeri sapeva usarli e faceva i calcoli a mente. Conosceva alcune opere classiche perché amava il teatro, c’era stato tante volte con sua moglie e ora che era rimasto solo, ascoltava tutti i programmi radiofonici che mettevano in programmazione racconti. Mi sono chiesto più volte, col senno del poi, come avrebbe reagito se avesse saputo dell’universo di internet e dell’esistenza dei Podcast… ma Sebastiano era uomo di altri tempi e l’offerta esistente gli bastava.

“Ma tu li hai mai visti i colori del paradiso?” Mi chiese un pomeriggio afoso di un’estate caldissima. Ero seduto in balcone a tentare di leggere Viaggio al termine della notte ma faceva caldo anche dentro il romanzo e mi veniva sonno. La voce di Sebastiano mi colse e mi strappò dal sopore. “Quali sarebbero i colori del paradiso?” Mormorai confuso e lui continuò come se parlasse più a se stesso che a un'altra persona.

“Il nero profondo degli occhi di una donna che ti ama, che diventa brillante quando ti guarda ma che se non fai attenzione si tramuta nel nero di un pozzo in cui cadere e perdersi per sempre, il blu del mare in lontananza che senza che ti accorgi si fonde con il colore del cielo quando scende la notte, il verde delle foglie in primavera, brillante più di mille smeraldi e il bianco accecante, che taglia come una lama, dei raggi del sole che passano attraverso le foglie e ti feriscono gli occhi… nessun quadro contiene questi colori”

Stavo per rispondere una stupidaggine come, dovresti scrivere queste considerazioni ma mi fermai in tempo, mi sembrò comunque che il silenzio avesse trasmesso il messaggio con dolorosa puntualità.

E dopo il silenzio, lui proseguì.

“E la senti la musica? Il suono regolare e maestoso dell’universo che si muove e ruota tutte le cose? Il rombo del nostro pianeta che sfreccia nel vuoto assieme agli altri, con il sole e tutte le altre stelle che viaggiano verso chissà cosa? Lo senti nel cuore della notte, quando sembra tutto immobile e silenzioso e quel rombo muto è così spaventoso? Non dirmi che non lo senti?”

Invitai Sebastiano a salire per bere un tè ma lui rifiutò, mi disse che gli dispiaceva avermi disturbato e che sarebbe rientrato per godersi il fresco della sua cucina.

Una sera, mentre irrigava i fiori e staccava minuscole foglioline secche dalle piantine, mi vide, alzò l’indice ad ammonirmi:

“Non posare mai nemmeno un dito su un essere vivente, se non per una carezza e se tendi la mano che sia solo per aiutare l’altro a rialzarsi dopo una caduta.”

Avrei risposo di sentirmi una persona mite ma lui non mi lasciò il tempo di aprire bocca, perché continuò.

“Gli uomini che colpiscono una donna o un bambino sono i più perduti, sono condannati perché camminano su questa terra ma in realtà vivono già all’inferno, e questo cerca di invadere il mondo attraverso di loro. Non basterebbe un oceano di lacrime per chiedere pietà di certi gesti”

Mi colse alla sprovvista, capii la sera, vedendo il notiziario e sentendo annunciare l’ennesimo caso di violenza.

Ha ragione Sebastiano, non basterebbe un oceano di lacrime a chiedere pietà.

 

Sono passati tanti anni, ci sono momenti in cui mi manca quel bizzarro vecchio del mio vicino.

Ora nell’appartamento sotto, sono venuti a vivere due giovani, lui barba rada sul mento e un sorriso contagioso, lei capelli rame e un’aria bambinesca con un miliardo di efelidi.

Sono chiassosi e divertenti, salutano con trasporto e la notte non s’imbarazzano a farsi sentire quando fanno l’amore.

Hanno portato gioia, anche se non tutti apprezzano.

A Sebastiano sarebbero piaciuti.

Chissà, forse anche a loro sarebbero piaciute le storie che mi raccontava quel vecchio poeta, strambo e saggio allo stesso tempo.

Quel vecchio analfabeta, che mi ha insegnato che non basta guardare ma occorre vedere, che non è solo sentire ma ascoltare e capire.

Sebastiano che quando raccontava, dipingeva.

Quel poeta che non sapeva scrivere ma con le parole ti entrava dritto nel cuore.

Proprio come fanno i poeti.

 

 

 




sabato 15 novembre 2025

Raul torna indietro

 





“Hai portato le scarpe a riparare?”

“Ricordati di andare a prendere mia madre alla stazione!”

“Ancora le calze nere nel bucato bianco! Ma non impari mai?”

“Di nuovo questi biscotti. Perché compri sempre questi biscotti, lo sai che non mi piacciono…”

“Non possiamo passare tutti i sabati sera a casa!”

Questa era sua moglie Clara. Questa era la routine di Raul. Non ci si abitua a tutto? Raul, trent’anni, da dieci impiegato di un’importante assicurazione con sede in centro e come direttore il prestigioso suocero, l’ingegner Rinaldi, affettuoso padre di sua moglie Clara, autrice delle “attenzioni” sopra citate verso il proprio maritino.

Rinaldi non era meglio, negli ultimi diedi anni la frase più gentile che aveva rivolto al genero, era stata: Il nome Raul da chi è ispirato? Orchestra Casadei? Dovresti darti al clarinetto… e giù una grassa risata, condita da esplosioni di tosse, tipici del fumatore di sigaro.

Raul mandava giù di tutto.

Per mantenere saldo il matrimonio, per non perdere un lavoro di cui aveva bisogno. Per… non sapeva nemmeno più lui perché lo faceva. In dieci anni mai un ritardo, mai un’assenza, una sbavatura. Scrivania in ordine, pratiche evase e archiviate nei tempi e nei modi corretti. Ma nemmeno un’alzata d’ingegno, un segnale di creatività, un contratto fuori dell’ordinario. Insomma tutto lavoro eseguito nell’anonimato e all’insegna della mediocrità. Mediocre come solo può essere un’ex promessa dello sport, il talento del pattinaggio, una promessa non mantenuta. Come tante altre promesse…

Raul aveva capito presto che l’atteggiamento più importante verso suo suocero, era non strafare, non tanto perché l’altro non accettasse errori ma perché non tollerava chi dimostrava più brillantezza e un’intelligenza superiore.

A casa era anche peggio. Sua moglie Clara pretendeva cene eleganti e regali costosi, a lui piaceva la pizza mentre lei preferiva i ristoranti stellati, lui una passeggiata sul lungomare, lei le piste da sci.

Raul sapeva una cosa che lo teneva sveglio quasi tutte le notti. Troncare con quel surrogato di matrimonio, che lo stava lentamente soffocando, sarebbe stato l’equivalente di farsi dare un calcio sul sedere dal Direttore, che lo avrebbe spedito dalla sua scrivania direttamente in mezzo a una strada.

Non una strada qualunque, no, l’autostrada a sei corsie diretta alla miseria e alla rovina.

A tutto questo stava pensando quella sera di metà autunno mentre tornava a casa in bici. Quella sera c’erano ancora sedici gradi e si sentiva accaldato e per questo non aveva indossato in caschetto.

La ciclabile attraversava un boschetto di Tigli che di giorno produceva una gradevole ombra e la sera il viottolo diventava buio e nero. Raul pedalava veloce pensando ai fatti suoi e la distrazione non gli fece vedere il ramo che invadeva la pista, all’altezza della sua fronte.

Passanti, poco lontano sentirono un cozzo e corsero vedendo le lucette di una bici, abbandonata di traverso sulla strada. Nessuna traccia del ciclista…

 

“Raul, Raul… sveglia, come stai?”

La voce è di un ragazzo, e, infatti, il giovane avrà massimo diciassette anni.

“Non saprei, che male… cosa è successo?”

Raul si porta la mano alla fronte e tocca qualcosa di ruvido che non è altro che un turbante di garza.

“Non ricordi? Sei caduto facendo lo scemo sui pattini e hai battuto la testa!”

Sandro guarda stranito Raul e pensa che la botta in testa abbia peggiorato il suo amico, già strambo di suo… Raul si guarda le mani e strabuzza gli occhi, sono magre e senza peli, e soprattutto manca l’anello. Prova così a chiedere all’amico: “La mia fede?” Sandro per poco non si strozza con l’aranciata che sta bevendo. “Ma sei diventato matto? Quale fede, ma credi di esserti sposato stanotte, in ospedale? E chi, l’infermiera?” Poi ride sguaiato.

“Sei ricoverato, sei stato un giorno privo di sensi, guarda, ci sono ancora i pattini sporchi di fango nell’armadietto, anche se tuo padre ha detto che te li butta.”

Detto questo apre l’armadietto e indica i pattini a rotelle di Raul.

Raul chiude gli occhi, li stringe ma il dolore alla testa gli impedisce di capire qualcosa, poi spossato, si riaddormenta. Sogna Raul, nel suo dormire sudato e sofferente. Ma non era autunno? Si chiede nel sogno, ma non ero sposato e non stavo pedalando? Per andare dove, poi non ricorda bene, è come se tutto appartenga a immagini oniriche, prodotte dalla sua testa conciata male, forse dal suo bernoccolo. Ma mi sono fatto male cadendo con i pattini o da una bici? Raul non può rispondere, perché il suo sogno confuso lo porta da un'altra parte, è vecchio, ora, sposato con una donna che non lo sopporta e lo maltratta, e lui non capisce perché non ha fatto carriera nello sport poiché tutti puntano su di lui per portare a casa qualche medaglia.

La sua società sportiva è orgogliosa delle gare cui partecipa e dei trofei che conquista e il suo allenatore gli confida che lo vorrebbe vedere alle Olimpiadi.

Dopo qualche ora si risveglia. È comodo quel letto d’ospedale e si sente meglio, tanto che passa un medico e gli anticipa che l’osservazione sta terminando e presto potrà tornare a casa.

Raul si osserva le mani, il torace glabro e ossuto e non riesce a capacitarsi. I suoi ricordi sono confusi. Poi riceve una visita, suo padre entra in stanza. Raul ha la sensazione di non vedere l’uomo da una decina d’anni ma sa che deve essere stata la botta in testa.

Il genitore è preoccupato, vorrebbe che lui smettesse di allenarsi con quei pattini che non ha mai approvato. Poi gli racconta una cosa: “Appena tornerai a casa, verrà a trovarti l’ingegnere, Rinaldi, lo conosci, abita nella villa in fondo al viale. Sa che tra un anno ti diplomerai e ha accennato che potrebbe assumenti come apprendista nel suo ufficio. Ha anche una figlia della tua età, mi pare si chiami Clara… quella è gente che sta bene, io al tuo posto smetterei di pensare ai pattini…”

Raul non ascolta più. Qualcosa gli dice che deve andare via da quel letto, da quella stanza, da quella vita. Attende il termine della visita, il padre tornerà nel pomeriggio quando sarà dimesso.

Lui aspetta di essere solo, indossa la tuta ginnica conservata nell’armadietto, le scarpe non ci sono e infila i pattini, la fuga sarà più veloce. In corridoio un carrello con le cartelle, messo di traverso, lo informa che il personale è impegnato dentro una camera. Sente i passi di qualcuno ma prima che la persona sbuchi da dietro l’angolo, Raul è già dentro l’ascensore. L’atrio è piccolo e mentre una donna sta entrando, lui infila la porta a vetri dell’ingresso, salta elegante i tre gradini e fugge sulla piazza. Il sole gli ferisce gli occhi, prende velocità per la discesa ma è abbagliato dalla luce e finisce dritto a sbattere la fronte, già bendata, sullo sportello posteriore di un furgone parcheggiato in doppia fila. Il botto è violento e Raul perde i sensi. La prima sensazione consapevole è di avere bisogno di ghiaccio, molto ghiaccio.

“Raul mi senti? Che cosa combini, non è da te cadere in quel modo, devi stare concentrato!”

Raul guarda il suo allenatore come se non lo conoscesse. Nel palazzetto la poca gente intervenuta per osservare gli allenamenti, è in piedi dietro la vetrata e trattiene il fiato per l’apprensione.

Il ghiaccio sotto al sedere e alla schiena di Raul lo sta gelando ma per fortuna riesce a rimettersi in piedi. Arriva Rita, la sua fidanzata, lo bacia felice di vedere che non si è fatto davvero male.

“Cosa è successo, mi è girata la testa e ho perso l’equilibrio…”

“Sei solo stanco, amore mio, stavi provando l’Axel, e sei davvero bravo, quando, non so come, sei caduto con la testa in avanti”

“Non preoccuparti, sto bene, molto bene!”

Raul è confuso, certo, ma il sentimento che lo pervade è il sollievo. Tra poco ci saranno le gare per le qualifiche nazionali e lui è deciso a entrare nella selezione Olimpica.

Non sarà un piccolo incidente di percorso a fermarlo.

Pensa, è un’occasione unica, poi sorride.

Qualcosa dentro di lui gli rivela che c’è sempre una seconda possibilità.

Bacia la sua fidanzata e torna sulla pista come se non fosse capitato niente.

È felice, è questo il suo mondo. Deve solo pensare ad allenarsi.

E stare attento a non battere più la testa.





sabato 25 ottobre 2025

Stella rossa del mattino

 





Stella rossa del mattino, chi ti ha messo sul sentiero

A vegliare questo bimbo, fin da quando è messo al mondo

A proteggere e sostenere, che la vita è un mistero

Stella rossa a contemplare, il suo potere è profondo

 

Stella rossa, ma che diavolo è questa poesiola, da dove arriva ora?

Così pensa Quarto, immerso da qualche ora nel dormiveglia. Si è stufato di guardare il soffitto e all’improvviso gli sono balenati in mente da chissà dove, quegli sciocchi versi. Non ci pensa a lungo perché è sopraffatto da un sonno imperioso e sogni, pensieri e immagini reali si rincorrono e si confondono in un pazzo girotondo.

Forse, pensa in un effimero momento di veglia, era una filastrocca che mi cantava la mia mamma quando sono nato, immagina Quarto e sorride al buio, sono passati quasi novant’anni dalla sua nascita ed è sicuro di non poter essere in grado di ricordare nessun particolare di quel periodo remoto della sua vita.

Non ricordo nemmeno il volto di mia madre, pensa in uno sprazzo di lucidità e immensa amarezza Quarto, è questo non è giusto, davvero non è giusto.

Quante cose non sono giuste nella vita ma quelle che decidiamo noi sono una conseguenza delle nostre azioni, dei nostri errori e ne abbiamo la responsabilità. Altre cose non dipendono dalla volontà e sono ingiuste e basta.

Questo sa Quarto, anche sotto l’effetto dei farmaci.

Torna a sognare, di una presenza, una donna dal volto sfumato ma familiare che canta, canta una dolce melodia con voce aggraziata e delicata, Stella rossa del mattino…

Poi la donna tace e il suo volto subisce una metamorfosi, gli occhi diventano luminosi e azzurri, i capelli corti e biondi, quasi bianchi, la statura cresce e Quarto si sente felice perché anche questa persona gli è cara e la riconosce. Sua moglie che non ha mai dimenticato, sua moglie persa quindici anni fa che sembra ieri. Quarto sente una fitta al cuore, un dolore intimo che nemmeno la morfina endovena può sedare. Il dolore di un vuoto, di un arto amputato, di un buco nella sua anima. Mi manchi tanto, pensa mentre gli scorrono lacrime che continuerà a piangere anche dopo, nel sonno. Perché non ha mai smesso di piangere la scomparsa di sua moglie. Piange per gli anni che non hanno avuto ma anche per la vita che hanno trascorso, sa di averle regalato bei momenti e un amore sincero ma le ha anche gettato addosso giornate terribili, liti e notti insonni, un tradimento da lei perdonato ma mai dimenticato, e soprattutto silenzi. Dei silenzi si era pentito già prima che lei morisse, cercava sempre qualcosa da raccontarle, un accadimento, perfino le barzellette, faceva in modo di riempire il vuoto dei silenzi anche quando lei era stanca e avrebbe preferito riposare.

Era terrorizzato dal silenzio che sarebbe sopraggiunto alla sua morte e che ormai lo accompagnava da tanti, troppi anni.

Stella rossa del mattino, veglia e proteggi lei che non ho più, recita e si sente un vecchio stupido e deteriorato che non è nemmeno più in grado di pregare e forse non lo è mai stato.

Sulla soglia appare una giovane donna. Quarto sa che non può essere sua mamma e neppure sua moglie. Poi ricorda, è la giovane infermiera del turno di notte. Si avvicina per misurare e rilevare, valutare e riportare in cartella. È brava ma è giovane, troppo giovane, pensa Quarto. Chissà se ha già visto morire qualcuno, si chiede, mentre lei gli sfiora la mano e gli chiede perché non dorma.

Quarto le vorrebbe dichiarare la verità, che i fantasmi del suo passato sono giunti a tenergli compagnia e gli impediscono di addormentarsi ma preferisce non spaventarla, lei è davvero tanto giovane e presto dovrà assisterlo e sostenere i suoi ultimi respiri. Le dice di stare bene ed è vero, perché il letto è comodo e non avverte dolore. L’infermiera gli sorride e gli ricorda di suonare il campanello in caso abbia bisogno di lei. Poi si gira e scompare dalla porta come l’ennesimo fantasma della notte. Deve avere circa l’età di suo nipote, anzi potrebbero conoscersi e anche piacersi, perché no, se solo lui trovasse il tempo (avesse il coraggio) di andare a trovarlo. Pazienza, in fondo è un bravo ragazzo e la sua casa gli farà comodo, così ha deciso Quarto e l’ha già messo su carta a evitare ripensamenti.

La casa non gli serve più, questo è sicuro da quando è entrato in quel letto, anche se chiunque indossi un camice bianco non abbia mai fatto mancare la speranza di una cura, di una possibilità. Quarto sa che certe cose non si possono procrastinare e sarà anche un vecchio deteriorato ma non è stupido. Non gli importa, non può dire di non avere paura ma a questo punto la curiosità è più forte della paura.

Solo una cosa lo angustia, non ricordare il volto di sua mamma, quando era piccolo e lei gli cantava le canzoncine per farlo addormentare.

La notte sembra non avere fine e dal buio, a un certo punto, emerge una figura, una donna, avrà trenta anni, i lunghi capelli neri legati in una treccia puntata dietro la nuca, senza trucco a parte un filo di rossetto, sembra una diva del cinema muto, anni trenta.

Si avvicina e lui la vede, è molto bella e priva di rughe.

Lei gli sorride e inizia a cantare, con una voce bellissima, dolce e vellutata. Proprio come quella che sentiva da bambino.

Stella rossa del mattino, chi ti ha messo sul sentiero…

Quarto la riconosce e sorride.

E con quel sorriso, finalmente trova pace e si addormenta.