«Affacciati, ti dico!»
«Lo sto facendo, ma più
di così cado nell’acqua!»
Alcuni anziani, seduti
su una panchina a qualche metro dalla fontana, osservavano la scena con aria
divertita e incuriosita. I bambini continuarono il loro vociare acuto, senza
badare al pubblico attempato.
«Devi recitare la
formula magica.»
«Uno, due, tre, la
fortuna porta a me; quattro, cinque, sei, sacchi d’oro ventisei...» Gabriele
tentenna, poi tacque.
«Vai avanti, cosa
aspetti?» disse Alessandro, impaziente.
«Non ricordo come
prosegue, tua sorella non me lo ha insegnato» rispose il bambino dai capelli
biondi.
«Ti fidi troppo di mia
sorella Sofia. E poi, come trasportiamo, secondo te, ventisei sacchi d’oro? Hai
idea di quanto pesino?» Il bimbo dai capelli rossicci si staccò dal bordo della
fontana e vi si appoggiò con le terga, incrociando le braccia. Assunse l’aria
imbronciata che tanto lo faceva somigliare a sua madre. Suo cugino, che è anche
suo compagno di giochi, di classe e migliore amico, per nulla sicuro provò a
opporsi: «Sofia non mentirebbe. Se ha detto che la fontana è in grado di fare
incantesimi, io le credo. Solo perché voi litigate sempre, non fa di lei una
bugiarda!»
«Sarà... se vuoi
crederle andiamo avanti, ma almeno recita bene l’incantesimo.»
Si voltarono entrambi e
tornarono a fissare i loro volti giovani tremolare sulla superficie dell’acqua.
Gabriele riprovò: «Uno,
due, tre, la fortuna porta a me; quattro, cinque, sei, sacchi d’oro ventisei;
sette, otto, nove, la ricchezza dal cielo piove!»
Si girò a fissare il
cugino, tutto tronfio e soddisfatto per essersi ricordato i versi
dell’incantesimo.
Alessandro fece finta
di non vedere la sua espressione, ma era contento. Sapeva che non sarebbero
apparsi ventisei sacchi di monete d’oro e che era altamente improbabile che
piovessero diamanti dal cielo che, tra l’altro, era di un azzurro incredibile.
Faceva la terza elementare, mica era un bamboccio dell’asilo. E, se per questo,
anche Gabri non lo era: per quanto sognatore, era consapevole che i loro tesori
consistevano in carte dei Pokémon da scambiare, biglie e palline, o al massimo
una bicicletta nuova.
All’improvviso si
abbassarono verso l’acqua e, credendosi al riparo da sguardi indiscreti,
sputarono nella fontana.
Se li avesse sorpresi
il vigile del paese, li avrebbe rincorsi urlando e schiumando di livore; a
vederli, invece, c’erano solo i vecchi sulla panchina, che sghignazzarono con i
loro sorrisi sdentati dandosi di gomito. La leggenda della fontana magica era
viva già ai tempi della loro fanciullezza.
Per la verità li vidi
anch’io, dall’alto, mentre scendevo la scalinata della chiesa. Ma mi guardai
bene dall’interrompere quel loro momento pieno di magia.
Non avrei detto nulla
alle loro madri che potesse recare loro nocumento. Ormai ero un nonno in piena
regola: il mio tempo come genitore era passato, e l’interesse dei marmocchi
veniva prima di quello delle figlie.
Li vidi correre via
ridendo e schiamazzando, dandosi il cinque e spingendosi per le spalle. Furono
lontani in un attimo, liberi e gioiosi, con il rumore esplosivo di uno stormo
di uccelli, regalando ai presenti l’allegria di un carnevale.
Un anziano sulla panca
mi fece un gesto con la mano, indicando la direzione dei ragazzini; io, sempre
senza parlare, gli feci cenno di aver capito.
Quanto mi sarebbe
piaciuto avere sette anni e poter giocare con loro, avere la stessa vitalità e
la gioia che regalavano al prossimo.
Mi avvicinai alla
fontana e appoggiai le mani sul bordo di marmo scaldato dal sole. Osservai il
mio riflesso: la barba e i capelli bianchi mi facevano venire in mente il
Natale…
Poi mi ascoltai
recitare: «Uno, due, tre, torna indietro solo te; quattro, cinque, sei, resta
bimbo finché vuoi!»
Mi sentii sciocco e
sperai che nessuno dei vecchi sulla panchina mi avesse sentito. Poi, senza
averne consapevolezza, mi affacciai sull’acqua e sputai.
Dovevo sembrare matto,
e vi assicuro che quello che vidi riflesso per poco non mi fece impazzire sul
serio.
Il riflesso mostrava un
viso piccolo e glabro, quello di un bimbo dai capelli neri e dai grandi occhi,
ancora più sgranati dalla sorpresa.
Provai a dire qualcosa,
ma la voce che uscì fu uno squillo acutissimo, il grido di un bambino che
chiama i compagni.
Un anziano si alzò
dalla panchina e mi disse: «Sono andati di là i tuoi amici, sono di là…!»
Cosa resta da fare a un
bimbo all’imbrunire di un caldo pomeriggio estivo, se non giocare?
Allora corsi come non
facevo da decenni, come non avevo fatto mai; corsi gridando con quella voce
bambinesca che mi era appartenuta sessant’anni prima.
«Aleee, Gabriii,
aspettatemi! Arrivo!»
Da lontano, dietro le
querce, arrivò la risposta.
A nessun bambino
dispiace trovare un nuovo amico.
Il tesoro che avevano
chiesto.






