Per arrivare a ventuno
chili di peso, Nino aveva dovuto aspettare la terza elementare.
Gli si potevano contare
le ossa e non c’era ricetta che avesse il potere di stuzzicargli l’appetito, la
sua pagella però era costellata di dieci e lui era sempre stato un bambino
vivace e solare, dallo sguardo limpido e l’intelligenza pronta.
La questione del peso
finì così per passare in secondo piano.
Antonio era sempre
stato Antonino, Nino per tutti, piccolo e gracile ma sveglio e attento. Nei
giochi di squadra era sempre conteso perché era lui quello che trovava la
strategia migliore e la soluzione per vincere.
***
Gaetano era arrivato
alla tenera età di settantacinque anni pieno di acciacchi e malattie. Certo, la
sua non era stata una vita facile. Aveva iniziato giovane una carriera fatta di
piccole truffe e furti. Cose di poco conto e purtroppo per lui per diversi anni
gli era sempre andata bene. Se non fosse andato tutto così liscio, non staremmo
qui a raccontare.
***
A Nino piaceva molto
disegnare. Verso la fine dell’anno scolastico aveva ritratto la sua famiglia su
un prato verde, coperto di margherite. Era bravo nei particolari. Lui al
centro, piccolo e sottile come uno spaghetto. Ai due lati sua madre e suo
padre, lei con la sua lunga coda di capelli biondi e papà con la barba nera
spruzzata di peli bianchi sul mento. Dietro la nonna, altissima, quasi il
doppio dei genitori, con la treccia grigia e gli occhiali a scendere giù dal
naso. Per Nino le dimensioni dovevano apparire proporzionali all’età. La maestra
di matematica, arrivata quell’anno, non conosceva ancora bene la composizione
di tutte le famiglie, gli chiese: “Hai solo questa nonna?” Per una volta, Nino
fu in difficoltà nel rispondere.
***
Gaetano, detto Tano,
abitava in un appartamento di trenta metri quadrati, al piano terra di uno
stabile popolare, con un bagno piccolo quanto una cabina telefonica. Era tutto
quello che erano stati capaci di trovargli i servizi sociali, dopo la sua
ultima scarcerazione. A volte la notte si svegliava e aveva la precisa
sensazione di trovarsi ancora nella sua vecchia cella, poi guardava la finestra
e notava che mancavano le sbarre.
***
Nino non aveva
dimenticato di avere anche un nonno. La mamma aveva perso i genitori da
giovane, in un incidente di montagna ma il papà, i genitori li aveva ancora.
Una era sua nonna Amelia, che lo aveva cresciuto nel suo amore tra mille giochi
e qualche vizio. Nonna era l’unica persona che riusciva a convincerlo a finire
il piatto che aveva davanti. Purtroppo, la nonna piangeva appena chiunque
nominasse suo marito, anzi l’ex marito. Nonna era l’unica persona anziana che
Nino conoscesse a essere divorziata. Lui avrebbe voluto sapere qualcosa di più
riguardo suo nonno ma non voleva far piangere nonna Amelia e così teneva a
freno la sua curiosità.
***
Tano usciva dall'istituto di pena dopo un
periodo di otto anni, gli erano sembrati ottanta. Gli avevano trovato quel buco
di appartamento e viveva di una modesta pensione. Aveva trascurato la sua
salute e ora aveva urgente bisogno di un dentista e di un urologo. Avrebbe
dovuto anche usare un bastone ma in prigione si era abituato a farne a meno. Da
dieci anni non aveva contatti con la moglie e gli ultimi erano avvenuti tramite
gli avvocati, per firmare le carte del divorzio. Tuttavia le pareti della prigione,
anche se parecchio spesse, avevano occhi e orecchie e lui era venuto a sapere
che suo figlio aveva avuto a sua volta un bambino. Quanto gli sarebbe piaciuto
conoscere il nome di quel nipotino e poterlo guardare negli occhi. Almeno una
volta.
***
Nino era un ragazzino
curioso e sveglio. Ascoltava sempre i discorsi dei grandi, anche se in
apparenza continuava a giocare con il trenino elettrico, sul pavimento. Era
stato facile per lui apprendere che il marito, anzi l’ex marito di nonna Amelia
era tornato ad abitare in città. Era “uscito” avevano commentato gli adulti, ma
uscito da dove, e perché ci era entrato? Questi dilemmi avevano portato a
tenerlo sveglio nelle lunghe ore notturne, quelle affollate da fantasmi per
ogni bimbo a quell’età.
***
Gaetano si era dovuto
comprare un telefonino. L’avvocato d’ufficio che aveva seguito il suo rilascio
e l’assistente sociale, una donna di mezz’età, scialba e occhialuta, avevano
l’esigenza di contattarlo continuamente “per
monitorare il suo progetto di rientro nella società”. In realtà lui non
aveva molti altri contatti e accettava almeno quelli imposti dal sistema. La
sera stava a fissare quel telefono muto, che gli dava la virtuale possibilità
di parlare col mondo intero. Non aveva un televisore, dopo averne fatto a meno
per gran parte della vita adulta, aveva preferito risparmiare i soldi di quella
spesa. Fissare il muro però non aiuta a dormire bene, così come avere dolori
fisici e una pena nel cuore.
***
Nino si era mosso con
delicatezza e sensibilità straordinarie per la sua età, ma si era mosso. La sua
mamma era la persona adatta. Lui lo aveva capito, e, infatti, fu da lei che
apprese le informazioni, era stato come condividere un segreto tra madre e
figlio. Aveva saputo essere convincente e la mamma si era aperta. Il nonno
Gaetano era stato una persona cattiva, aveva rubato soldi e fatto del male a
tante persone e si era meritato di finire in prigione, più di una volta. Suo
figlio non l’avrebbe mai perdonato per il male fatto agli altri, ma soprattutto
per quello causato alla sua famiglia. A sua moglie e alla madre e aveva
promesso che non avrebbe parlato mai più col vecchio. Nino era rimasto
impressionato, gli sembrava tanto assurdo che un nonno potesse essere malvagio.
***
Veleno era un ometto
piccolo, secco e brutto, con gli occhi sporgenti e la barba incolta. Pochi
ricordavano il suo vero nome e di certo Tano non lo aveva mai saputo. Era stato
Veleno a visitare in carcere Tano e a raccontargli che il suo figliolo aveva
sposato una biondona e lei aveva sfornato un marmocchio. "Mica possono
giocare alla famiglia felice senza neanche informarti delle cose, sei sempre
suo padre!" E Tano aveva pensato ad Amelia, a quante volte lei aveva
dovuto perdonarlo, a quanti bocconi amari era stata costretta a ingoiare. E suo figlio non lo aveva di certo
fatto. Non era mai andato a trovarlo in
prigione. Tano riusciva a capire. Ma il bambino che ne poteva? Lui non aveva
bisogno di sporcarsi le mani con il passato di suo nonno. Una cosa era certa,
Veleno non era tipo da fare favori o regali. Prima o poi qualcosa in cambio
l'avrebbe chiesta. Tano però aveva capito che era meglio stare lontano da certe
persone. Forse era davvero cambiato.
***
Nino ultimamente si era
fatto taciturno. Sua nonna era stata
costretta ad ammettere che ciò che il nipote aveva saputo da sua madre era
vero. L'ex marito era uscito dalla prigione e ora viveva in città. Quel signore
era suo nonno e Nino non accettava di vivere senza nemmeno conoscerlo. Lo
scontro con i genitori era stato duro ed era durato molto ma Nino sapeva da
subito che ne sarebbe uscito vincitore.
***
Tano passava tutte le
sere ad ascoltare i suoi dolori e a fissare il telefonino tra le mani e
talvolta il muro che c’era dietro. Il muro non poteva dirgli nulla e anche il
cellulare rimaneva silenzioso. Dopo un’eternità squillò, facendolo sussultare.
Era l’avvocato.
***
Trovare l’indirizzo era
stato semplice. L’avvocato che si stava occupando di suo padre, aveva
provveduto al primo contatto. Lui avrebbe accontentato il piccolo. Glielo
doveva, era suo diritto. Si era convinto a fatica ma lo credeva sul serio. Il
viaggio di sole due ore era stato difficile. Nessuno dei due parlò, Nino
osservava i campi, le case, la ferrovia, le piante, correre all’indietro, dal
finestrino umido dell’auto. Suo padre era concentrato sull’autostrada, pensando
a cosa dire.
***
Tano non era riuscito a
chiudere occhio. Quel mattino presto si era fatto la barba tagliandosi. Le mani
non smettevano di tremare e si sentiva un bambino piccolo schiacciato dal
terrore.
***
La porta era socchiusa,
Nino sarebbe entrato di corsa ma suo padre lo fermò e bussò delicatamente. Sentirono
una voce roca e incerta dire: “Avanti, è aperto.”
Nino spalancò la porta
e fece un passo. Suo padre si fermò sull’uscio. Per lui era troppo faticoso
colmare quella distanza, fatta di silenzi e di anni di lontananza, di rabbia e
di tristezza. Disse al piccolo Nino: “Va pure.” Nino si avvicinò al tavolo. L’uomo
anziano si sedette da un lato e Nino salì sulla sedia di fronte. Tano iniziò a
piangere. Nino rimase immobile, poi chiese: “Perché piangi? Io mi chiamo Antonino,
faccio la terza elementare. È vero che sei mio nonno?” Tano si soffiò il naso,
piano smise di singhiozzare e dopo aver sospirato, riuscì a rispondere. “Sì, è
vero. Sono tuo nonno. Devi perdonarmi bambino mio. Ti chiedo perdono. Puoi
farlo?”
Poi Nino disse qualcosa
che fece capire al vecchio che se le sbarre alle finestre non c’erano, quelle
della sua anima erano belle robuste e lo tenevano ancora rinchiuso. Quel bimbo
era la persona che lo avrebbe liberato.
E lo fece toccandogli
leggero la mano e l’anima.
“Nonno, tu non devi
chiedermi di perdonarti. Penso che sei te stesso quello che debba perdonarsi. Io
lo avevo già fatto prima.”
Tano avvertì la dolce melodia
della felicità e sentì il rumore di sbarre che si aprono.
Entrambi sorrisero.





