domenica 19 aprile 2026

La fontana magica

 





«Affacciati, ti dico!»

«Lo sto facendo, ma più di così cado nell’acqua!»

Alcuni anziani, seduti su una panchina a qualche metro dalla fontana, osservavano la scena con aria divertita e incuriosita. I bambini continuarono il loro vociare acuto, senza badare al pubblico attempato.

«Devi recitare la formula magica.»

«Uno, due, tre, la fortuna porta a me; quattro, cinque, sei, sacchi d’oro ventisei...» Gabriele tentenna, poi tacque.

«Vai avanti, cosa aspetti?» disse Alessandro, impaziente.

«Non ricordo come prosegue, tua sorella non me lo ha insegnato» rispose il bambino dai capelli biondi.

«Ti fidi troppo di mia sorella Sofia. E poi, come trasportiamo, secondo te, ventisei sacchi d’oro? Hai idea di quanto pesino?» Il bimbo dai capelli rossicci si staccò dal bordo della fontana e vi si appoggiò con le terga, incrociando le braccia. Assunse l’aria imbronciata che tanto lo faceva somigliare a sua madre. Suo cugino, che è anche suo compagno di giochi, di classe e migliore amico, per nulla sicuro provò a opporsi: «Sofia non mentirebbe. Se ha detto che la fontana è in grado di fare incantesimi, io le credo. Solo perché voi litigate sempre, non fa di lei una bugiarda!»

«Sarà... se vuoi crederle andiamo avanti, ma almeno recita bene l’incantesimo.»

Si voltarono entrambi e tornarono a fissare i loro volti giovani tremolare sulla superficie dell’acqua.

Gabriele riprovò: «Uno, due, tre, la fortuna porta a me; quattro, cinque, sei, sacchi d’oro ventisei; sette, otto, nove, la ricchezza dal cielo piove!»

Si girò a fissare il cugino, tutto tronfio e soddisfatto per essersi ricordato i versi dell’incantesimo.

Alessandro fece finta di non vedere la sua espressione, ma era contento. Sapeva che non sarebbero apparsi ventisei sacchi di monete d’oro e che era altamente improbabile che piovessero diamanti dal cielo che, tra l’altro, era di un azzurro incredibile. Faceva la terza elementare, mica era un bamboccio dell’asilo. E, se per questo, anche Gabri non lo era: per quanto sognatore, era consapevole che i loro tesori consistevano in carte dei Pokémon da scambiare, biglie e palline, o al massimo una bicicletta nuova.

All’improvviso si abbassarono verso l’acqua e, credendosi al riparo da sguardi indiscreti, sputarono nella fontana.

Se li avesse sorpresi il vigile del paese, li avrebbe rincorsi urlando e schiumando di livore; a vederli, invece, c’erano solo i vecchi sulla panchina, che sghignazzarono con i loro sorrisi sdentati dandosi di gomito. La leggenda della fontana magica era viva già ai tempi della loro fanciullezza.

Per la verità li vidi anch’io, dall’alto, mentre scendevo la scalinata della chiesa. Ma mi guardai bene dall’interrompere quel loro momento pieno di magia.

Non avrei detto nulla alle loro madri che potesse recare loro nocumento. Ormai ero un nonno in piena regola: il mio tempo come genitore era passato, e l’interesse dei marmocchi veniva prima di quello delle figlie.

Li vidi correre via ridendo e schiamazzando, dandosi il cinque e spingendosi per le spalle. Furono lontani in un attimo, liberi e gioiosi, con il rumore esplosivo di uno stormo di uccelli, regalando ai presenti l’allegria di un carnevale.

Un anziano sulla panca mi fece un gesto con la mano, indicando la direzione dei ragazzini; io, sempre senza parlare, gli feci cenno di aver capito.

Quanto mi sarebbe piaciuto avere sette anni e poter giocare con loro, avere la stessa vitalità e la gioia che regalavano al prossimo.

Mi avvicinai alla fontana e appoggiai le mani sul bordo di marmo scaldato dal sole. Osservai il mio riflesso: la barba e i capelli bianchi mi facevano venire in mente il Natale…

Poi mi ascoltai recitare: «Uno, due, tre, torna indietro solo te; quattro, cinque, sei, resta bimbo finché vuoi!»

Mi sentii sciocco e sperai che nessuno dei vecchi sulla panchina mi avesse sentito. Poi, senza averne consapevolezza, mi affacciai sull’acqua e sputai.

Dovevo sembrare matto, e vi assicuro che quello che vidi riflesso per poco non mi fece impazzire sul serio.

Il riflesso mostrava un viso piccolo e glabro, quello di un bimbo dai capelli neri e dai grandi occhi, ancora più sgranati dalla sorpresa.

Provai a dire qualcosa, ma la voce che uscì fu uno squillo acutissimo, il grido di un bambino che chiama i compagni.

Un anziano si alzò dalla panchina e mi disse: «Sono andati di là i tuoi amici, sono di là…!»

Cosa resta da fare a un bimbo all’imbrunire di un caldo pomeriggio estivo, se non giocare?

Allora corsi come non facevo da decenni, come non avevo fatto mai; corsi gridando con quella voce bambinesca che mi era appartenuta sessant’anni prima.

«Aleee, Gabriii, aspettatemi! Arrivo!»

Da lontano, dietro le querce, arrivò la risposta.

 

A nessun bambino dispiace trovare un nuovo amico.

Il tesoro che avevano chiesto.



domenica 12 aprile 2026

La vigna di sangue

 






I due ragazzini non si sarebbero dati pace finché non avessero risolto il caso. Fin dai tempi in cui i loro nonni erano giovani – incredibile pensare che quei due vecchietti un po' rimbambiti e tanto affettuosi lo fossero stati per davvero – quella vigna era chiamata "vigna di sangue".

Lo svitato del paese aveva raccontato loro che tra quei filari si era consumato un fatto orrendo. Il vecchio barbiere, impazzito dalla gelosia, aveva passato il suo rasoio affilatissimo sulla gola dell'amante di sua moglie. Poi aveva scavato una buca nel morbido terreno argilloso e ci aveva nascosto il cadavere.

Lo svitato era un ubriacone con un passato di ricoveri per disturbi mentali: tra tutte le persone strane del posto, era di sicuro la meno attendibile. Alessandro e Gabriele lo avevano ascoltato sperando di non essere scoperti dal nonno, con un miscuglio di brividi, sensi di colpa ed eccitazione. Provavano il sadico piacere di sapere che un mistero così pauroso si fosse celato a due passi da casa loro.

Che cosa possono fare due cugini per sconfiggere la noia di un’estate calda in un paese di poche anime e per nutrire il loro naturale bisogno di avventura? Escogitare un piano era il minimo.

Innanzi tutto, sarebbe stato necessario mantenere il massimo riserbo. Il nonno si sarebbe arrabbiato tantissimo anche solo se avesse saputo che quei due marmocchi avevano intervistato Tony lo svitato. Se avesse scoperto quello che avevano in mente, li avrebbe rispediti dalle madri a terminare l’estate rovente in città, a scontare una lunga punizione tra le mura domestiche.

Dovevano fare attenzione ed essere organizzati. Così Gabriele, il creativo, disegnò una mappa dettagliata, mentre Alessandro, che dei due aveva il senso pratico, prelevò senza chiedere il permesso alcuni attrezzi da lavoro utili allo scopo.

La mappa era un oggetto del tutto inutile. Sarebbero arrivati alla vigna confinante con l’orto dei nonni anche bendati o saltellando su un piede solo; ci avrebbero messo pochi minuti anche senza indicazioni, ma disegnarla occupò un intero pomeriggio e diede, a chiunque li avesse osservati, l’aria innocente di due bambini che si divertono con i pennarelli.

I due zappetti, il coltellino per intagliare il legno e un cacciavite (che nessuno dei due sapeva a cosa potesse servire) erano già nascosti nello zaino. Presto avrebbero aggiunto al sacco anche la torcia elettrica e una borraccia d’acqua. Già si vedevano a passare la notte scavando come archeologi in cerca del cadavere. Morivano di paura, ma erano così eccitati che a cena quasi non toccarono cibo.

Se i ragazzi mangiarono assai poco, chi invece "mangiò la foglia" furono i nonni: rimbambiti non lo erano per niente e si divertirono a osservare i gesti complici e misteriosi dei nipoti, sforzandosi di rimanere seri per non guastare loro la festa.

Li lasciarono andare a letto senza opprimerli con le solite richieste — la doccia, i denti e altre attività che ai piccoli sembravano sempre superflue — e permisero loro di ritirarsi in camera prima del solito. Il nonno simulò un sonno profondo ritirandosi nella sua stanza, mentre la nonna finse di essere troppo assorbita dal lavoro ai ferri per interessarsi a loro. Nonostante la scarsa vena teatrale dei vecchietti, i ragazzi non si accorsero di nulla, felici di potersi finalmente muovere in totale libertà.

La notte in campagna scende rapida, e così la temperatura. Con il golfino leggero addosso, i brividi non furono solo d’eccitazione. Arrivarono all’ultimo filare; la torcia illuminava solo un piccolo ovale davanti ai loro piedi, mentre tutto intorno era buio e nero come l’inchiostro. Quando individuarono il punto prescelto, Alessandro lasciò cadere lo zaino a terra e subito suo cugino Gabriele lo sgridò sottovoce: «Non fare rumore, sei impazzito? Vuoi farci scoprire?».

Alessandro tranquillizzò l’altro: «Non c’è nessuno, i nonni dormono e la casa è distante. Chi può sentirci?».

Erano agitati, certo, ma anche determinati a portare a termine il loro progetto. Presero a scavare con i due zappetti da orto e ci diedero dentro con talmente tanta energia che presto furono entrambi sudati come dopo una partita di calcio. La torcia non voleva saperne di stare in bilico appoggiata a un tralcio e rotolava spesso, spostando il cono di luce e rallentando lo scavo. Decisero allora che avrebbe scavato un solo dei due per volta, mentre l’altro avrebbe retto la fonte luminosa.

Quando l’estremità dello zappetto toccò qualcosa di rigido, Alessandro si bloccò e a Gabriele iniziò a tremare la mano, spostando la luce a destra e a sinistra. Il ragazzino afferrò lo zappetto con entrambe le mani, lo spinse più a fondo e tirò fuori dalla terra qualcosa di piccolo e bianco.

— «Sembra un osso...» — Cercò di mantenere un tono adulto, ma la sua voce era incrinata.

Gabriele avvicinò la torcia all’oggetto e fece un verso schifato: «Sembra un osso di pollo...».

Senza parlare, si chiesero se fosse il caso di continuare a scavare; non si sentivano più così avventurosi e qualcosa di simile alla paura iniziò a farsi strada nei loro animi. Poi sentirono uno scricchiolio e Gabriele, d’istinto, spense la torcia.

Una piccola luce fioca, che prima non avevano visto ma che ora, al buio, era evidente, si avvicinò e da dietro l’ultimo filare una figura nera fece la sua comparsa. Qualcuno strillò con voce acutissima; non si seppe mai chi dei due, poiché entrambi, successivamente, avrebbero negato. Lo spavento fu talmente grande che per poco qualcuno non se la fece nelle mutande.

Poi si accese un'altra torcia, molto più grande e potente della loro, e i due ragazzi provarono insieme sollievo, paura, vergogna e imbarazzo, in un turbine di sensazioni nuove e violente. L’essere che era apparso dal buio spaventandoli come nient'altro prima di allora, non era altri che il nonno!

«Torniamo a casa. Avete preso abbastanza freddo», disse solo. I due ragazzi lo seguirono in fila indiana, come pulcini con la mamma oca. Per quella sera, le emozioni potevano bastare. Il nonno cercò di mantenere un atteggiamento severo, ma non ridere gli costò molta fatica. La nonna rimboccò le coperte ai due discoli, che tutto si sarebbero aspettati tranne quei gesti premurosi e amorevoli. Nemmeno il nonno sembrava arrabbiato davvero. Provarono a parlare dell’accaduto, ma la stanchezza li vinse in meno di un minuto.

Il giorno dopo, a colazione, Alessandro e Gabriele scoprirono che ciò che avevano trovato era, con tutta probabilità, il resto della sepoltura di un cagnolino di quando i nonni erano bambini. La "vigna di sangue" non era mai esistita, se non nella fantasia malata di un vecchio ubriacone.

Avevano avuto la loro avventura, però, e ne erano orgogliosi. Era stato emozionante uscire di nascosto e provare paura, anche se sapere che il nonno li aveva sorvegliati per tutto il tempo dava loro un senso di calore, come una coperta d’inverno o una coccola dopo una caduta. Quell’esperienza aveva soddisfatto il loro bisogno di emozioni forti.

La notte nella vigna di sangue se la sarebbero ricordata a lungo.

Forse per sempre.