Cosa ci faccio qui, non
me lo chiedo nemmeno.
Quando il capo chiede
di fare una cosa, io la faccio. Sono fatto così. Credo nei valori come la
fedeltà, l’obbedienza, il rispetto delle regole e dei ruoli.
Sono sempre stato così,
anche se a volte quest’aspetto mi ha causato qualche problema.
Certo, sono stato anche
un adolescente ribelle e trasandato, che non amava farsi tagliare i capelli e
tantomeno fare la doccia troppo di frequente. Poi sono cresciuto, per fortuna,
e la ribellione, i capelli lunghi e il cattivo odore sono rimasti nel passato.
“Vai tu alla convention dei venditori, io ho un
impegno che m’impedisce. Sono due giorni nella natura, mangi e bevi gratis e se
sei fortunato, fai anche qualche piacevole incontro!”
Il capo è fatto così
anche lui, non gli importa che sia sposato e che certe avventure non m’interessano,
per lui ogni occasione è buona per tradire la moglie e tutti sanno che è da lei
allegramente ricambiato.
Comunque sia, sono
finito qui, in questo paesino di duemila anime, incastonato tra verdi colline,
nell’unica struttura della provincia, adatta a ospitare circa cinquecento
venditori e i loro clienti, riuniti con la scusa di ascoltare le novità del
settore ma con la reale intenzione di fare una vacanza (con relativa
scappatella) a spese delle proprie aziende.
Il posto non è niente
male, girano camerieri in guanti bianchi che offrono un rosato frizzantino
locale come aperitivo, c’è la piscina per i momenti liberi e una vista
mozzafiato sui filari di vigne e sui frutteti.
Io quei filari e quei frutteti
li ricordo bene. Li vedevo fin da bambino.
Tutte le estati,
durante le scuole elementari, alla fine dell’anno scolastico, i miei genitori
mi accompagnavano dagli zii che vivevano in campagna e mi lasciavano sul posto
da una a due settimane, dicendomi che a un bambino di città avrebbe fatto bene
respirare per un po’ l’aria pulita delle verdi colline.
Forse avevano ragione
ma all’epoca la pensavo diversamente.
Tutti i giorni a
strappare le erbacce del cortile, dipingere lo steccato di recinzione delle
galline, a raccogliere frutta e a trasportarla in cesti pesantissimi, io
bambino di città, a casa ci ritornavo con i calli sulle mani e le spalle
scottate dal sole.
Poi c’erano gli
inconvenienti. Scappare dal cane che mi aveva già morso una volta sulle
chiappe, quando qualcuno si dimenticava di legare la catena. Le camminate sotto
il sole cocente, senza sapere dove andare, senza poter utilizzare la vecchia
bicicletta con le gomme bucate, che “domani se ho tempo le riparo” ma quel
domani non veniva mai.
Mi ero trovato dei
compagni di gioco, un gruppo di dodicenni che di giorno lavorava nei campi dei
genitori ma di sera invadeva la piazza con un vecchio pallone di cuoio e
ingaggiava interminabili partite usando le panchine come limiti del campo di
gioco e quattro lampioni come pali.
Inutile dire che per
quei scapestrati io ero il “signorino” oppure il “cittadino” e come tale ero
scelto per ultimo. Appena gli anziani del gruppo si accorgevano che ero bravo e
osavo sfidarli con finte, tunnel e altra roba che avevo nel repertorio,
partivano i calcetti sulle caviglie, le pallonate in piena faccia o nello
stomaco e una volta ero rimasto a terra senza respirare per quasi un minuto
intero prima che i compagni di squadra si decidessero di interrompere l’azione
di gioco. Tornavo dagli zii, la sera, quasi sempre con le ginocchia sbucciate
ma non dicevo loro niente per evitare l’alcool che usavano per tutto, dalla
disinfezione alla manutenzione del motore diesel del trattore.
Sia chiaro, quella
crudeltà non era un problema, era solo la conferma che lì, in quel mondo
rurale, le cose funzionavano esattamente come in città, e anche lì, così come a
scuola, se volevi sopravvivere, non dovevi lamentarti troppo.
Semmai il problema era
un altro.
Mi era stata assegnata
una stanzetta, in cima alle scale, e il posto era bellissimo. Dalla finestra,
che tenevo aperta anche di notte, potevo guardare un magnifico cielo e
osservare i crateri della luna e sognare di quando l’uomo, solo pochi anni
prima, ci aveva camminato sopra. Inoltre la cascina non veniva chiusa a chiave e
qualche volta, la notte, illuminando le scale con una
piccola torcia, ero sceso il cortile ad ascoltare i rumori degli animali. Lo stridio
delle civette o spesso il lungo ululato dell’allocco. Lo scricchiolio tra l’erba
dei piccoli roditori che scappavano sapendo di essere prede.
Mi affascinava quel
mondo spietato e sanguinario, scoprivo il lato selvaggio della natura che non
potevo ancora riconoscere nel mio ambiente cittadino.
Non mi faceva paura, non
fino a una notte.
Dalla finestra sentii
un respiro, come di qualcuno che ansima dopo una corsa in salita o di chi ha l’asma.
Sembrava vicino e mi affacciai per vedere se uno degli zii fosse uscito in
cortile. Il cortile era immerso nel buio, era una notte con poche stelle e non
distinguevo la terra dal cielo. A distanza, nella vigna, vidi qualcosa.
Sembrava una piccola fiammella rossa, immaginai qualcuno che stesse fumando.
Quel rosso poteva essere la brace di una sigaretta, certo. Poi guardando bene,
mi accorsi che i puntini rossi erano due e il rumore di respiro proveniva dalla
direzione di quelle luci.
Di quegli occhi.
Provai una paura folle
e disperata, chiusi gli scuri e la finestra e sopportai il caldo e le lenzuola
fradice di sudore fino al mattino, senza potermi riaddormentare.
Qualcuno mi osservava
dal campo, con occhi di fuoco.
Al mattino andai con
uno zio proprio in quel campo, di giorno tutto sembrava normale ma per
sicurezza le mie mani stringevano una vanga.
In mezzo al campo se ne
stava eretto, legato a un lungo bastone di legno, uno spaventapasseri, vestito
di stracci, una camicia e un pantalone muffiti e tenuti su con una corda e l’orribile
faccia di paglia sotto a un cappellaccio consumato dalle intemperie. Chiesi
allo zio se qualcuno potesse andare in quel campo di notte, magari per fumare
ma lui rise, disse che lì non era andato nessuno, si sarebbe accorto e poi non
c’erano segni nella terra morbida.
Poi mi sorprese con una
domanda:
“Non è che per caso hai
sentito lo spaventapasseri? A volte nelle notti buie si anima per spaventare i
ragazzini…”
Lui rise grassamente ma
io non lo trovai divertente e mi vennero i brividi al pensiero di quello
spaventapasseri, alto quasi due metri, che se ne andava in giro per il campo
con gli occhi rossi di fuoco.
Poi crebbi, studiai,
giocai a calcio, conobbi ragazze e feci tutte le cose che fanno i ragazzini
quando crescono. Persi la mia innocenza e le paure infantili furono sostituite
dalle ansie degli adulti, trovare un buon lavoro, pagare le tasse, comprare un’auto
nuova.
Ora sono qui, in questo
Resort di lusso, tra le colline che
credevo di avere dimenticato ma ricordavo bene, molto bene.
È notte, sono in camera
e mi affaccio alla finestra.
La notte è buia, la
piscina e le luci sono sull’altro lato. Non ci sono stelle e la falce di luna è
nascosta da una nuvola nera. Non si distingue la terra dal cielo.
Tutto è buio tranne
qualcosa tra i filari.
Due occhi rossi che mi
fissano da lontano.
Due occhi che mi
stavano aspettando e che non si erano dimenticati di me, come io non mi sono
mai dimenticato di loro.
Gli occhi dello
spaventapasseri.
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