domenica 25 aprile 2021

fratelli











“Stai abbassato, perdio, vuoi farci ammazzare?”

Piero mi mette una manona delle sue, sulla nuca, e preme fino a farmi assaggiare la terra, mi si riempie la bocca e per poco non vomito tra le primule. Non sono arrabbiato con lui, ha ragione! Se ci vedono, qui sdraiati nell’erba alta, mentre imbracciamo due fucili rubati a due tedeschi morti, ci piazzano con la schiena contro il primo muro e ci fucilano senza nemmeno pensarci. Mi chiedo se possa considerarsi furto, se sottraggo qualcosa a qualcuno che è già morto, a lui non serve altro che quello che riesce a portarsi nelle tasche dell’anima e per quel poco di catechismo che so, l’anima non ha mica le tasche. Fuori città avevano lasciato in terra un partigiano, tutto crivellato di colpi sulla camicia azzurra, avrà avuto trent’anni. Nelle sue tasche ho trovato due grossi pezzi di pane. Uno per Piero e uno per me. Era un po’ secco ma non avendo mangiato niente nelle ultime quarantotto ore, mi sembrava buonissimo. Peccato non avere avuto anche una fetta di Toma di Lanzo, di quelle che ci portava Eleonora, la figlia del fattore, un angelo di ragazza. Chissà se sta bene, Eleonora, non il fattore. Giuro che se sopravvivo, torno al suo paesino e me la sposo. Eleonora, che ci portava il formaggio quando eravamo nascosti nella loro stalla, e lo mangiavamo circondati dal puzzo del letame, mentre lei aveva una pelle così profumata… Lei e il suo babbo che hanno rischiato la vita solo perché ci hanno scoperti, nascosti nella loro stalla e non ci hanno denunciati. Certo che Piero ed io non facciamo una bella vita, siamo diventati due montanari ma qua fa ancora freddo, nonostante sia primavera, e con le scarpe bucate, non si cammina mica tanto bene, sapete?

Piero è più forte di me, ha ammazzato non so quanti nemici mentre io sono riuscito solo a tirare qualche colpo in aria, che di ammazzare qualcuno non lo so se ne sono capace. Poi, adesso, il nemico non si sa più chi sia, quelli in divisa che parlano in tedesco sono facili da riconoscere ma se devo sparare addosso ai soldati italiani, proprio non ci riesco che sono pur sempre fratelli nostri anche se continuano a obbedire ai nemici, ma Piero non vuole sentire questi discorsi e mi dice di stare zitto e non farci sentire, se ci tengo a rivedere l’Eleonora. Ha ragione, lo so che ci fucilano ma si era sparsa la voce che i tedeschi stanno tornando a casa loro e le città sono piene di code di camion, che caricano le truppe e se ne partono e dovevamo scendere a vedere.

Aprile sta finendo e forse, se Dio vuole, sta finendo anche questa guerra, l’esercito regolare non si fa vedere e sono contento perché così non devo fare finta di sparare mentre dall’altra parte mi sparano per davvero. Piero mi guarda e mi abbraccia, e mi sembra strano perché nell’ultimo anno non ha mai fatto una cosa del genere e a me viene da piangere, perché ho capito che è tutto vero.

Il nemico parte e se ne va e c’è gente, i più temerari, che esce nelle strade e spara colpi di fucile in aria, per festeggiare e le donne escono e sparano anche loro ma con più convinzione, forse per ricordare i loro uomini uccisi.

Io resto nell’erba, a guardare il cielo azzurro di aprile, a pensare al profumo della pelle di Eleonora e al fatto che non dovrò più sparare addosso ai nemici e nemmeno contro i miei fratelli.










lunedì 12 aprile 2021

Dialogo con un felino e altre considerazioni

 






-Cos'hai da guardare?

-Niente, passavo da qui, tu cosa fai in terrazzo?

-Ho visto le nuvole, sono uscito a ritirare la roba stesa, prima che piova e sono rimasto fuori a pensare.

Mi piace osservare il cielo nuvoloso e annusare l’odore della pioggia che arriva lento e fa abbassare la temperatura. Ma dubito che lei sappia cosa penso.

-Io so molte cose.

Lo dice dando l’impressione che sappia leggere nella mia mente. E forse è davvero quello che fa. Da sempre. Poi si accovaccia e inizia a passarsi la lingua con metodo e precisione, lucidando il pelo della schiena. Resto sempre sorpreso della capacità dei gatti di ruotare la testa quasi completamente. Questo, assieme a due grandi occhi rotondi, fa assomigliare la mia a un gufo.

Anche i gufi sono animali meravigliosi ma volete mettere un gatto?

Guardo le nuvole farsi sempre più vicine e gonfie. Mi sbrigo a togliere dalle corde gli ultimi capi, quasi tutti calzini e mutande, per metterli al sicuro dall’imminente precipitazione.

-Appena in tempo. Sussurro.

-Tanto non piove, non stasera, almeno.

-E tu come lo sai, piccolo esserino peloso?

Mi piace inventare nuovi appellativi per la mia micia.

Lei ignora la domanda, si stira ben bene, corredando il suo interesse per i miei discorsi con uno straordinario sbadiglio.

Invece la gatta riprende, dove avevamo lasciato:

-Lo so sempre quando sta per piovere o quando sta arrivando un temporale…

Questo è vero, quando il tempo peggiora, la gatta sparisce e la ritrovo nascosta sotto il copriletto, a formare una gobba sferica, giusto al centro del letto. Ora è tranquilla, sul terrazzo, a farmi compagnia mentre guardo le nuvole. Per un po' non penso a niente, poi mi giro a guardare la micia. Trovo ipnotico il suo fissare immobile qualcosa che non c’è o forse qualcosa che io solo non posso vedere.

Poi d'improvviso si scuote, insegue rapida un minuscolo insetto che cerca la fuga tra le piastrelle, lo punta, lo cattura e con due rapidi movimenti del collo, lo ingoia.

-Che schifo! Dico io.

-Perché? Miagola lei, annoiata.

-Come se non ti dessi da mangiare...

Ora tocca a me ignorare la sua domanda.

-Ti compro scatolette costose al salmone che tu ti limiti a leccare con sufficienza e tu mangi i moscerini che trovi sul pavimento…

-Sono un gatto, cosa credi, non posso farne a meno.

Ha ragione, quest’essere di sei chili scarsi ha ragione da vendere. Tutti seguiamo il nostro istinto, non possiamo impedircelo, da quando nasciamo a quando smettiamo di respirare. Non possiamo fare altro, a volte proviamo a inseguire dei sogni, e qualcuno riesce anche ad afferrarli, ma questo non cambia, restiamo quello che siamo.

 La gatta si limita a guardare dall'altra parte, forse non trovando interessante ciò che penso.

Mi sbaglio, come sempre.

-Cosa sono io lo so benissimo, mangio le crocchette e lecco il salmone ma anche i moscerini e i topolini non sono male. Quello che non so è cosa sei tu.

Ora sono io a non avere niente da dire, nemmeno noi, penso, a volte sappiamo quello che siamo. Poi faccio una considerazione ad alta voce:

-Ma poi perché me ne sto qui, sul terrazzo, a discorrere con te, che sei solo un gatto?

-Se ritiri il “solo" ti rispondo.

-OK, scusa.

-Scuse accettate. Con chi altri puoi parlare, primo: sei solo, la tua donna si è data alla fuga…

A questo gatto non sfugge niente!

-Secondo, hai dimenticato di prendere le gocce questa settimana!

Lo dice proprio come farebbe qualunque gatto: privo di tono accusatorio.

Sono contento che il mio dottore non sappia parlare con gli animali. O almeno, che non ci provi. Chissà quante altre cose imparerebbe su di me e quante gliene potrebbe rivelare questa gattina.

E poi questo gatto è fenomenale. Soprattutto per annunciarmi le condizioni meteo.

Questa sera non scenderà una goccia d'acqua.

E se lo dice lei, fidatevi.

 

 





domenica 4 aprile 2021

I ricordi perduti di Angelo

 




Angelo, Angelo… cosa mi stai combinando?

Nella nostra struttura per anziani i rapporti sono informali, ci incoraggiano a trattare amichevolmente, a dare del tu.

Angelo ha settant’anni e una demenza galoppante. È un simpaticone e nei giorni buoni gli piacciono gli scherzi. Legge molto, sempre nei giorni buoni, ha tanti libri nella sua stanza, anche se ora quei giorni capitano di meno.

In questo momento sta tagliuzzando un pannolone in mille pezzi, producendo simpatici coriandoli che hanno riempito ogni angolo della stanza. Meglio di Elio, il novantenne della camera di fronte, che fa lo stesso ma utilizzando i pannoloni usati…

Angelo, da te non me lo aspettavo, lui sogghigna in un modo irresistibile. Mi sembra impossibile che una persona brillante come lui, non abbia quasi visite.

Vedi, mi raccontò un giorno, veniva a trovarmi un ex vicino di casa, si chiamava… come si chiamava? l’ho perso, no, ecco, Mario, veniva anche spesso, e mi portava quelle caramelle dure come pietre, alla liquirizia.

E quindi? Faccio io. Ma lui riprende subito.

Quindi: io sono senza denti e la liquirizia mi fa schifo, così con la scusa della demenza, così ha diagnosticato il dottore no? un pomeriggio ho aspettato che lui mi, come si dice… l’ho persa, no, ecco, mi ammolla una di quelle caramelle odiose, poi ho finto di fissare il vuoto e con la bava che mi colava sul mento, ho iniziato a raccontare che qualche anno prima mi ero fatto la signora Clementina sul tavolo della sua cucina, un pomeriggio che ero rientrato prima dal lavoro…

Ma Angelo, che volgarità…

Fammi finire, giovanotto. Devi sapere due cose, io la signora Clementina non l'ho ma sfiorata, nemmeno mi piaceva…

E poi?

Poi cosa?

La seconda cosa! Dico io spazientito, dimenticando che la demenza ce l'ha davvero.

Ah, già! L’avevo persa! La seconda cosa era che Clementina era sua moglie. Quel giorno Mario ha dato di matto, voleva uccidermi con l’ombrello e il dottore l’ha messo alla porta vietandogli di tornare…

Bravo Angelo, bella furbata!

Almeno non ho più dovuto sorbirmi quelle caramelle schifose!

Angelo ride facendo un suono liquido, un po' disgustoso.

Oltre al tuo ex vicino, avevi altri conoscenti?

Angelo ci pensa e sulla sua faccia passa un’ombra e compaiono mille rughe profonde.

Avevo un amico, un vecchio amico, ci facevamo tante di quelle risate, era uno, come si dice… ah sì, uno spasso…

Lo lascio continuare, anche se mi sembra che soffra un poco. Lui fa una lunga pausa e mi tocca incoraggiarlo… Poi cosa è successo?

L'ho perso durante la pandemia del venti, te la ricordi?

Certo che ricordo, io avevo sette anni, ricordo che non ci permettevano di andare a scuola e a me piaceva stare in casa con mia madre, però ricordo anche che morirono i miei nonni, uno dopo l'altro, e non fu più così bello restare a casa con la mamma, che piangeva continuamente. Ricordo che lentamente ci vaccinarono tutti, almeno i sopravvissuti e la vita continuò. Sono passati quindici anni e tante ferite sono ancora aperte ma taccio, ora è il momento di Angelo e dei suoi ricordi.

Così il tuo amico è morto durante la pandemia, mi dispiace.

Ma quale morto! Angelo mi guarda come si guardano i matti… Non è mica morto, ti ho detto che l'ho perso durante la pandemia, ascolta bene, ragazzo!

Mi sento uno scemo, Angelo continua…

Durante i primi lunghi mesi non si poteva uscire da casa e tantomeno spostarsi dal comune, così tutti smettemmo di frequentare parenti e amici e quando non ci si vede spesso, le facce sbiadiscono, ci si vuole meno bene. Lui aveva preso l'abitudine di pubblicare frasi, opinioni e commenti e questo fece venire a galla una specie di delirio mistico, negazionista e complottista. Cose tipo che la malattia non esisteva, poi che non era grave come si voleva far credere, che le mascherine, allora obbligatorie erano un, come si chiama… l’ho perso… no, ecco, un bavaglio, che eravamo un gregge di pecoroni, e altre cazzate simili…

Angelo, che modi sono, ti ricordo che il turpiloquio è vietato dalla direzione.

Lui riprende a raccontare, indifferente.

All'ennesimo commento delirante, decisi che non era più il caso di continuare a frequentarci e di coltivare quell'amicizia. Così l'ho perso, come ho perso altra gente, anche se con altri ho sofferto di meno.

Ho capito, mi dispiace. Sono sincero.

Non mi dispiace per l’amico di Angelo, nemmeno so chi fosse. Mi dispiace che lui abbia perso cose come la capacità di perdonare, di accettare gli errori degli altri, ben prima di iniziare a perdere anche la memoria…

Angelo ritorna a sminuzzare il pannolone e diventa taciturno, forse, negli anni l’ha capito anche lui.

Poi alza lo  sguardo, sembra divertito.

Cos'altro c’è?

Quel vecchio amico è morto tre anni fa, l’ha investito un tipo che guidava ubriaco.

Che sfortuna, commento io.

Chissà se credeva ai danni dell'alcol…

So che vorrebbe farmi credere di stare ridendo ma sul viso di Angelo compare una pennellata di malinconia. E i fantasmi degli amici passati e ormai persi.

Non so cosa passi nella testa di quel vecchio, di certo molta confusione, ma anche molti ricordi.

E non tutti spensierati.

Ciao Angelo, tra poco spegniamo le luci.

Lui alza una mano per salutarmi e con la stessa si asciuga una lacrima.

Io prendo la scopa e inizio a pulire.

 

 






venerdì 26 marzo 2021

Lo scemo del villaggio: Essere o non essere.

 








La primavera è esplosa, ormai, come un ordigno che dissemina petali di pesco sui rami, primule gialle sul vialetto, novelli boccioli ovunque e ci trafigge con i raggi di un sole ancora troppo timido perché provochi ustioni ma abbastanza coraggioso da scaldare il cuore. E quando arriva la primavera, quale luogo migliore del tavolino del bar di Gigio, che dà sulla piazza del paese e che mi permette la vista sul locale diorama che chiamiamo vita? Essere a riposo dal lavoro concede certi lussi. Sono lì seduto dunque, a sorseggiare il secondo Spritz della giornata e a osservare il via vai dei paesani, oberati da mille incombenze, quando vedo arrivare, da lontano, il nostro amico Billi! Indossa una giacca elegante color marrone, forse si usava negli anni settanta, dei pantaloni da lavoro blu e per non sbagliare si è messo una cravatta verde oliva. Un pugno nell’occhio farebbe meno male.

-Ciao Billi, quanto tempo! Faccio io.

-Ciao Beppe. Ancora con questa storia di Billi… lo sai che mi chiamo Piergiorgio!

-Prendi un aperitivo con me? Gli chiedo, ignorando la sua obiezione, e gli porgo la sedia.

Lui si siede, tira un sospiro rassegnato sulla storia di Billi e si piazza controsole. Faccio un cenno a Gigio, indicando il mio bicchiere e lui annuisce. E’ un tipo di poche parole Gigio il barista ma come sa prendere le ordinazioni lui, credetemi, nessuno…

-Forse meglio se mi siedo di fronte… Billi si sposta. Poi torna sulla sedia al mio fianco sostenendo che da lì può vedere i passanti. Poi si alza perché il sole gli da fastidio. Quando arriva il suo aperitivo, è ancora in piedi che non sa dove mettersi.

Adesso, capisco che siete curiosi e volete sapere perché lo chiamo Billi, e va bene, ecco perché: molto semplicemente Billi sta per William e si tratta proprio di Shakespeare! Avevamo iniziato a chiamarlo Amleto, poi qualcuno ha preferito il suo autore e Billi ci sembrava più simpatico. Per il nostro amico la risolutezza è in sostanza impossibile, lui non saprebbe mai scegliere tra essere e non essere e non solo come intendeva l’autore, vivere soffrendo (essere) o ribellarsi rischiando di morire, ma anche qualunque altra cosa, scegliere che scuola frequentare, che strumento suonare, dove dirigersi, cosa indossare, dove sedersi. L’indecisione per lui non è un’opzione ma uno stile di vita.

-Perché ti sei vestito così? Azzardo io.

-Stamattina, avendo il giorno libero, avevo pensato di sistemare il giardino e mi sono messo i pantaloni da lavoro, poi ho visto che era una giornata così bella e ho cambiato idea, volendo venire in centro ho pensato che fosse più adatta una giacca elegante… ma non sapevo se cambiare o no i pantaloni e ho deciso di uscire con lo spezzato.

-La cravatta è solo un incidente… sussurra Gigio dalle nostre spalle, conosce Billi dall’asilo e si permette questo e ben altro.

-E’ sempre così, quando sono a casa, non vedo l’ora di uscire e godermi l’aria aperta e quando sono fuori, penso che avrei mille cose da fare in casa, non riesco mai a finire qualcosa che ho iniziato il giorno stesso…

Gigio ed io facciamo di si con la testa come se avessimo una molla, come quei cagnolini finti che un tempo si mettevano sulla cappelliera delle auto e annuivano verso chi le seguiva. Non c’è neanche il tempo di rilassarsi che Billi si alza di scatto.

–Forse non dovrei bere, sono digiuno.

Lo invitiamo a sedere. Chiedo a Gigio delle tartine o qualche patatina. Billi si siede. Appena arriva il cibo, Billi si avventa sul piatto di patatine e mentre lo sta per finire, si blocca.

-Forse non dovrei mangiare tutte le patatine, mi rovinerò l’appetito e Caterina penserà che non gradisca la sua cucina.

Caterina è la fidanzata storica. Quando Billi è vestito come si deve, il merito è solamente di lei.

-Non preoccuparti, Billi, in paese lo sanno tutti che Caterina è una cuoca tremenda.

Gigio annuisce più forte di prima. La avuta come commessa al bar, metteva la marmellata nei salatini…

Billi si alza di nuovo. –Non dovrei fermarmi, farò tardi per il pranzo.

-A che ora sei invitato? Gli chiedo. –Alle tredici. Risponde.

-Siedi, mancano due ore. Billi torna a sedere e finisce anche il piatto delle tartine, pentendosi appena trangugiata l’ultima.

-Non mi faranno male? Sono intollerante…

-A parte che ormai le hai finite… puntualizzo io… poi sei intollerante dai tempi dell’asilo e Gigio lo sa bene.

Dietro Gigio a furia di annuire ha un giramento di testa, a causa della cervicale.

Billi guarda l’orologio e prende un sorso di aperitivo, poi un altro sorso e un’altra guardata all’ora.

-Forse dovrei andare, si alza, no magari resto ancora cinque minuti a farti compagnia, e si risiede. Inizia a girare la testa anche a me e non per colpa dello Spritz…

Andare o restare, se sia più nobile bere un aperitivo con un vecchio amico o prender armi contro un mare d'affanni e tornare verso casa della fidanzata che aspetta…

Noi sappiamo che Billi non sceglierà mai, così gli imponiamo di finire il suo bicchiere e tornare subito a casa a cambiare i pantaloni e distruggere per sempre quella cravatta spaventosa.

Billi non saprà prendere una decisione ma quanto a seguire i consigli disinteressati degli amici, quello sì che lo sa fare.

Dopotutto essere o non essere è una scelta importante, difficile, meglio dormire e aspettare al risveglio che qualcuno ci dica cosa fare.

Vi ho già detto che al mio paese non c’è uno scemo del villaggio?

Lo facciamo a turno e anche questo mese, la scelta è difficilissima…













domenica 21 marzo 2021

Il santone

 






Quando mi chiamò il direttore per assegnarmi quel lavoro, non feci una bella espressione.

Mi disse “Il biglietto aereo è già prenotato, ti aspettano alle quindici, dopodomani, al check in, mi raccomando, un’ora prima!” io sbuffai, feci un fischio, poi mi arresi, con un “va bene capo, vado" e mentre uscii dall'ufficio, mi sentii raggiungere dalla sua voce che diceva qualcosa come: scrivi un bell'articolo!

Come se potessi scrivere altro, risposi, senza falsa modestia.

Certo, non era nei programmi volare fino a Sofia, in Bulgaria. Tantomeno scrivere qualcosa sul santone del momento. Tutti nel mondo, hanno scritto qualcosa su di lui, o si apprestano a farlo.

Sammarck, come si fa chiamare, parla alle folle dai suoi social e a quanto pare è molto seguìto. Molto seguito è riduttivo, ha dodici milioni di follower tra Instagram e Twitter e qualcuno di più su Facebook. Qualunque cosa dica o scriva è immediatamente ricondiviso in trentasei lingue. Non esagero, sono numeri che ha scaricato la nostra solerte segretaria Anna. E Anna non è una che scherzi, quando si tratta di numeri.

Ecco che così, due giorni dopo, mi appresto a volare verso la capitale della Bulgaria, dove mi attente un Uber pagato profumatamente dal mio giornale, che mi porterà attraverso trecento chilometri montuosi e aridi, fin nella cittadina che Sammarck ha scelto come nuova Gerusalemme.

Non mi era piaciuto, questo santone del ventunesimo secolo, fin dalla sua prima apparizione pubblica, allora giovane dalle guance glabre. Uscito da una deludente apparizione in politica, aveva esordito sulla scena esoterica, spiritualista con un solenne sciopero della fame. Questo lo aveva fatto dimagrire al limite del possibile, senza rimetterci le penne e il suo caso era venuto alla luce sulla stampa del suo paese. Poi aveva iniziato a delirare, con una serie di previsioni sulle vicende politiche e culturali prima nazionali, poi planetarie al limite dello scandaloso, attirando simpatie di estremisti, complottisti, attivisti e compagnia bella. Ad ascoltare le sue parabole, il mondo ha i giorni contati, le banche sono governate dal diavolo, i governi sono retti nel segno di pochissimi ricchi che decidono la sorte di forti e deboli. Inutile dire che, per salvarci, dobbiamo lasciare le nostre famiglie, vendere tutto e seguirlo sulle montagne dove si è rintanato.

A sentire i suoi sermoni, al pianeta rimangono, se va bene, un paio d'anni. Inoltre, gentilmente, ha fornito un Iban bancario su cui versare i soldi che non serviranno alla nostra salvezza. Tutto ha un sapore già provato, dalle sette pseudoreligiose ai massoni, tutti con importanti giri d’affari e in grado di spolpare e rovinare i più sprovveduti e sono rimasto scettico ma vi sorprenderebbe leggere i commenti della gente pronta a versargli patrimoni.

Quindi sono partito, atterrato e salito sul mio Uber che guida una Lada Niva dell'ottantacinque. Il conducente parla un inglese rozzo e qualche termine d’italiano. Per lo più parolacce. Capisce subito che non sono un credente. 
Do you need a interview? Sì, rispondo e gli mostro il registratore. 
Lui scuote la testa, Sammark don’t release interview.

It's not a problem. I will go Home. Rispondo io. Gli sorrido. Lui mi sorride sdentato e continua a guidare e intercetta tutte ma proprio tutte le buche e vi assicuro che sono tante.

Dopo tre ore di mal d’auto arriviamo in un paesino poverissimo e sporco. Accorrono i bambini che mi circondano e toccano tutto, mi sembra di stare in Africa. 
 I need a room. 
Mi indicano un motel. Affitto una stanza e mi sdraio cercando di dimenticare la guida dell’Uber.

Incredibilmente riesco anche a dormire. La sveglia alle sei del mattino mi sconvolge e mi fa cadere dal letto. Ho male alla schiena, dove comprimevano le molle rotte, il santone dovrà darmi spiegazioni. Bevo un caffè che ha il sapore d’olio motore riciclato. Esco. Il mio Uber, non so perché ma devo avergli ispirato simpatia, ha chiamato un suo cugino di qui, un tipo con ancora meno denti, che si offre di farmi da guida per pochi dollari. Parla a gesti ma sembra efficiente.

Arriviamo alla corte.

Centinaia di persone di tante nazionalità diverse, vestite in mille modi, compongono un circo rumoroso accampato sul prato ma la mia guida taglia in due la folla facendomi sentire importante.

Sembra che Sammarck sia in un camerino, che si stia preparando per una diretta social e non vorrà essere disturbato. Sento gridare dal corridoio. Una porta si spalanca e vedo Sammarck in persona, davanti ad un enorme vassoio di sushi, che mastica e urla a un povero truccatore: 
More black. More black, idiot, I want deep bags under my eyes! 
Poi mi vede e chiama la sicurezza.

Due mastodonti mi sollevano come un sacchetto di patatine e mi accompagnano, poco gentili, fuori dalla proprietà. La mia guida mi raggiunge e mi scuote la polvere, forse temendo per la sua paga.

Gli allungo dieci dollari e dalla sua espressione penso che mi darebbe sua figlia in sposa ma non sono pronto per il matrimonio e non ho tempo né voglia di accertarmene.


Il viaggio di ritorno è leggero, non sento le buche e non soffro la nausea. Riordino i pensieri, sarà un bell’articolo. Ne sono certo.

Mi metterò contro mezzo pianeta e forse dovrò nascondermi. 
Pazienza.

La fine del mondo, per oggi, è rimandata.














sabato 13 marzo 2021

Carlotta in contromano

 




 



È dura convivere da sempre con certi problemi.

Carlotta lo sa bene, ora che ha quarant'anni suonati e le sembra che tutto stia precipitando.

Da che ricordi, già alle elementari succedeva. Le sembrava di essere accettata, di avere delle piccole amiche ma appena si presentava l'occasione, Carlotta era vittima di ripetuti scherzi e di crudeltà che solo i bambini piccoli e i grandi sadici sanno concepire.

Carlotta è una “leprotta”, per rimarcare il difetto di una sporgenza degli incisivi. E lei piangeva.

Carlotta puzza come il culo della marmotta! E lei fingeva di avere la febbre per non andare a scuola.

Carlotta si è rotta! Carlotta si è rotta! Le cantavano in coro i compagni, dopo averle fatto lo sgambetto o averla spinta per terra.

E lei si rialzava singhiozzando e credendo che, alla fine, avrebbero smesso.

Carlotta si sbagliava.

Nessuno smise mai. Cambiarono solo i metodi.

Come quando le soffiarono il posto alla scuola di specializzazione. Non che qualcuno di sua conoscenza occupò il suo posto, intendiamoci, solo che le fecero fallire la prova d'ingresso. Come successe non lo capì neppure lei, forse qualcuno si appostò sotto le finestre dell'aula, forse tutti pensarono forte a lei allo stesso momento, in modo da farle fischiare le orecchie, sta di fatto che le sue orecchie non ronzarono solamente ma sanguinarono e lei fu costretta a lasciare la classe e scappare via, interrompendo il test. Quando arrivò a casa, non c'era traccia di sangue sulle orecchie ma un bisbiglio continuo proseguì fino a tarda sera.

Come quando, sebbene avesse trovato un lavoro come impiegata, scorgeva i colleghi che la guardavano di sottecchi e borbottavano cose indicibili sul suo conto. La sorvegliavano, ne era sicura. E quando, per l’ennesima volta Carlotta andò a lamentarsi dal capo, questi si mise a urlare che doveva smetterla con le sue fantasie paranoiche o avrebbe perso il posto.

Ma il capo era in combutta con tutti gli altri, questo avrebbe dovuto capirlo subito, che ingenua era stata, così non poté fare altro che lasciarlo lei, il lavoro.

Si chiuse nel suo mondo, nella sua stanza.

I genitori, sempre più anziani, non riuscivano a capirla e non potevano aiutarla.

Il suo medico ci provò.

Le prescrisse delle medicine che ebbero un certo effetto.

Smisero di far precipitare le cose ma la fecero inclinare, prima a destra e poi a sinistra, di continuo, tanto che lei cominciò a barcollare e a camminare come un’ubriaca. Lei che non toccava un goccio di alcol dal sorso di vin santo alla prima Comunione.

Carlotta parlò con molte persone, medici, assistenti, psicologi e educatori.

Lei era piena di buona volontà e non capiva perché le cose non le riuscissero bene come agli altri. Doveva essere per colpa di quel ronzio continuo che aveva nelle orecchie e che non finiva di dirle cose brutte, cose false, cose sgradevoli. A volte i farmaci zittivano il sussurro ma le davano tanto sonno e le gambe ballerine.

Così Carlotta qualche volta non prendeva le medicine e di nascosto le versava nel lavandino, per poi sentirsi in colpa e ancora più triste.

Un giorno, nel gruppo che frequentava, un giovane disse che voleva raccontare una barzelletta. In ogni gruppo c’è un mattacchione, il comico della compagnia, che cerca sempre di farti ridere e ti dà delle grandi pacche sulla schiena quando ti vede triste, e anche il gruppo di autoaiuto, che si ritrovava una sera la settimana, seduti sulle sedie messe in cerchio, ne aveva uno.

Questo buontempone, avuto il consenso, si alzò in piedi e raccontò la storiella del tipo che guida l’auto, in autostrada, e sente alla radio l’annuncio di un pericolo: Un veicolo procede ad alta velocità contromano, occorre prestare estrema prudenza. L’uomo scuote la testa pensando: che incompetenti questi alla radio, sono almeno venti minuti che guido e qui vanno tutti contromano…

Qualcuno ride, un paio di persone battono le mani, qualcuno è perplesso e il barzellettiere ritiene di spiegare la storiella: Non capite? Parla proprio di lui, la radio, è lui che guida contromano, non gli altri… Allora anche i perplessi cominciano a ridere e Carlotta ride anche lei, applaude perfino.

Ma non è allegra, d’improvviso ha capito.

Vorrebbe avere il suo medico a portata di mano. Vorrebbe telefonargli, ma è tardi e non sarebbe corretto. Domani lo chiamerà, subito, appena sveglia.

Anche lui deve capire, deve sapere.

La sua patologia è semplice. Pensava di essere lei quella sbagliata. Quella che andava al contrario.

Ma non è così, ora Carlotta lo sa.

E’ il mondo ad andare contromano.

E mentre lo pensa, una lacrima di felicità le scende sulla guancia.















sabato 6 marzo 2021

Ci vorrebbe il servizio militare













“Ci vorrebbe il servizio militare”

Quante volte Sandro aveva sentito dire quella frase.

Da donne, zie, madri o nonne che non sapevano di cosa parlavano. Da signori attempati che ricordavano con nostalgia restauratoria i tempi della guerra. Da stanchi frequentatori della vita che erano semplicemente annoiati. Da quanti a fatica sopportavano le ingerenze, le fastidiose movenze e l’invadenza delle nuove generazioni e da queste si sentivano scalzati.

Per qualsiasi problema, la soluzione, secondo questi, sarebbe stata il servizio militare.

“Un po’ di militare farebbe bene, servirebbe per ridare educazione e rispetto e magari disciplina” erano le motivazioni, le spiegazioni dei fautori di questa fantascientifica teoria.

Sandro se lo ricordava bene in suo periodo di naja.

Molto bene, anche se erano passati più di vent’anni.

Delle tante cose che ricordava, c’erano i regolamenti assurdi e severissimi, le formalità anacronistiche, la presenza di protocolli vetusti e l’armamentario che sarebbe stato primitivo e superato perfino in un museo.

Delle tante cose, non ricordava che l’esercito e la vita militare gli avessero mai insegnato l’educazione e il rispetto per gli altri. Al contrario, Sandro, che fino a diciannove anni era stato un ragazzo mite e generoso, tra quelle camerate umide e maleodoranti, aveva imparato a essere duro e a pensare a se stesso, a impartire ordini urlati e a essere egoista. Era diventato un uomo, come si diceva allora, ma l’educazione se l’aveva dovuta portare dietro da casa, eredità di anni di lavoro da parte dei propri genitori. Subire gli scherzi crudeli e farne a sua volta, applicare disciplina e sistemi di rado premianti, più spesso punitivi lo aveva fatto crescere ma non lo aveva certo migliorato.

Ricordava tante persone, Sandro, amici e compagni di camerata, soldati di altre compagnie, superiori, sottufficiali e ufficiali, di leva o di carriera. Non tutte brave persone, non tutte persone esemplari ma alcuni sì, amici con i quali aveva diviso quella vita, ai quali aveva concesso il suo sorriso e la sua lealtà.

Una notte era dovuto intervenire perché un soldato, in una camerata, era uscito di testa e aveva sferrato un pugno a una finestra, ferendosi gravemente. Un altro tipo lo aveva sorpreso, mentre quello, come niente fosse, si lavava i genitali in un lavandino dell’infermeria, cantando una canzone oscena.

Ricordava con piacere e con emozione la partenza di un amico vero, che alla vigilia del congedo, aveva pianto nel salutare e abbracciare tutti come fratelli. Aveva di certo imparato ad apprezzare gli amici nuovi e a sentire la mancanza delle persone care che lo amavano e lo aspettavano a casa. Adorava l’ordine e la pulizia e valori come la puntualità e il senso di appartenenza. Ma aveva la sensazione che fossero qualità che appartenevano da sempre alla propria indole.

Oggi, a distanza di due decenni, si guarda intorno e vede che le persone sono sempre più stressate, sempre più intolleranti, sempre più violente.

Una sera Sandro, stava per essere aggredito perché aveva chiesto al proprietario di un cane di pulire la strada dagli escrementi dell’animale, mentre solo pochi giorni dopo era stato superato dal conducente di un SUV, che era salito con le ruote sul marciapiede, solo perché lui si era fermato con l’auto in centro strada per aspettare, pochi secondi, che si liberasse un parcheggio.

Sandro aveva pensato: Non metterei mai in mano a gente così, un fucile, nemmeno un residuato della seconda guerra mondiale. Non lascerei mai che potessero impartire ordini e gestire la vita di altri.

Sandro non ha figli, alle spalle un matrimonio fallito non gli ha regalato questa esperienza di vita ma capisce che alla base di tanti problemi di oggi ci deve essere il fallimento di un’istituzione come la famiglia, che deve aver delegato sempre più ad altre istituzioni, il compito di insegnare il rispetto e l’educazione ai nuovi venuti.

E questo pensiero gli si rafforzava ogni volta che sentiva qualcuno pronunciare quella frase trita.

“Ci vorrebbe il servizio militare”

Ci vorrebbe per chi? Pensa lui, tornando indietro con la memoria, forse per quelli che non hanno tempo o voglia di spiegare ai propri figli che poco o niente è dovuto ma occorre guadagnarlo, meritarlo, che dire scusa, grazie e prego non è mai abbastanza, che si possono ottenere molte più cose con la gentilezza e che uomini e donne sono uguali e tante altre cose del genere.

Sandro ricorda bene che nessuno, in divisa, era stato mai interessato a insegnargli questi valori.

Diceva “signorsì” per dovere gerarchico e aveva subito capito che obbedire ed eseguire gli ordini era la maniera che gli permetteva di avere le licenze per tornare a casa. Dove poteva rimettersi in borghese ed essere se stesso.

Aveva bei ricordi di quell’anno, come quasi tutti, ma non lo aveva mai rimpianto.

E soprattutto non ricordava nessuno, all’interno delle varie caserme che aveva girato, che gli avesse insegnato qualcosa che già non sapesse.

Soprattutto cose come educazione e rispetto.