lunedì 22 febbraio 2021

Punti di vista

 





Fiato grosso, dolore alle articolazioni, sudorazione profusa.

No, non si tratta di una nuova influenza, pensa Paolo, con la convinzione di essere ironico. Non è convinto di essere felice di quella scarpinata in quota, come un uditorio potrebbe non essere convinto di quella sua misera ironia.

Quando gli fu proposta, lui accettò per fare qualcosa di diverso, una camminata tra i boschi aveva immaginato, tutto tranne questo. Un’ora sempre in salita, con tratti dove si era dovuto aiutare con le mani, aggrappandosi alle radici di radi, coraggiosi arbusti, per continuare a salire, tanto la pendenza si era fatta ardua.

Ora che si sono fermati in uno spiazzo, mentre cerca di dare dignità al proprio ritmo respiratorio e si deterge il sudore della fronte con un gentile fazzoletto di cotone, da cittadino, si volta indietro e guarda qualcosa d’imprevisto.

Qualche centinaio di metri sotto di loro, la valle spazzata dal vento freddo, brilla come un paesaggio marziano.

Paolo non ha mai visto il luogo, in cui vive da una vita, così dall’alto.

La sua guida si avvicina e apprezza lo stupore dell’uomo.

Sotto di loro il fiume sembra una fettuccina pallida, che si dipana, dividendo in due parti, quasi simmetriche, la valle. I tetti delle case sono minuscoli rettangolini rosso scuro e l’autostrada è una linea retta grigia, che si perde in lontananza. Sembra tutto finto, gli edifici, le fabbriche, le chiese… alla stregua dei mattoncini del monopoli.

Paolo sa, che, mentre lui guarda quei mattoncini dall’alto, al loro interno la vita continua a scorrere, le persone cucinano, dormono, guardano la televisione, parlano al telefono, litigano. Lui non le vede e non può sentirle ma è consapevole dell’esistenza che fluisce e brulica. Immagina di avere i piedi sopra un enorme formicaio. Si rende conto che, fino a qualche ora prima, era anche lui nel formicaio, dentro uno di quei mattoncini a fare le cose che fanno tutti e ora è lassù e una strana sensazione di onnipotenza lo invade.

-Come cambia la prospettiva, vero?

Gli dice la guida, leggendo nei suoi pensieri. Paolo è talmente assorto che quasi non lo sente. Poi risponde:

-Proprio così, un altro punto di vista.

 

Restano in silenzio e Paolo approfitta di questo silenzio, rotto solo dal fischio del vento che quassù è continuo. Gli è appena venuto alla mente un ricordo.

Sei mesi prima era precipitato in un incubo, per lui, uomo d’affari, con la testa sempre al lavoro, la costante attenzione alla produzione, alla precisione, al polso un orologio preciso al millisecondo, in tasca uno smartphone costantemente aggiornato con appuntamenti, scadenze, meeting, impegni. Tutto era iniziato con qualche linea di febbre, poi una tosse dispettosa che gli spaccava il petto, si era preso un paio di aspirine e non ci aveva voluto pensare. Più tardi, di notte, quando accadono le cose più spaventose, lo aveva svegliato un macigno sul petto, che non lo lasciava respirare e il dolore aveva ceduto il passo al panico. Ricordava il suolo lugubre dell’ambulanza, dall’interno dell’automezzo non lo aveva mai sentito e assomigliava a un canto molto triste. Il ricovero e il freddo della barella metallica sulla pelle. Non ricordava molte cose, che gli erano state spiegate dopo, ma molto sì e tra le cose che non avrebbe potuto dimenticare c’erano le priorità. Quelle nuove e drammatiche, come respirare aria fresca, far cessare quel terribile mal di testa e quei brividi che lo spossavano. Quella di potersi, un giorno, recare al gabinetto con i suoi piedi e non doverla fare nel contenitore di plastica e vergognarsi come un ladro. Quei giorni si era dimenticato del suo orologio costoso, della sua attività, e del suo cellulare troppo intelligente. Ricordava di avere pensato ai suoi genitori anziani e di avere pianto per la paura di non poterli più abbracciare. Ricordava di essere diventato di colpo fragile e impaurito, come un bambino piccolo che ha paura di essere abbandonato dalla mamma.

Ricordava di avere cambiato punto di vista sulla vita intera.

 

Oggi è felice di non avere dimenticato quei momenti orrendi. Non vuole dimenticare.

Sarebbe tornato al suo mattoncino e la vita non sarebbe più stata la stessa.

Mai più.

La guida vede le lacrime sul volto di Paolo e si precipita a dire:

-Il vento le dà fastidio, vero?

-Non si tratta del vento. Risponde Paolo.

-E cosa?

-E’ solo il mutamento del punto di vista.

Poi sorride e gli fa cenno di proseguire.

 

 





lunedì 15 febbraio 2021

amico antico












A quasi settant’anni, Giulio non avrebbe mai immaginato di registrarsi su Twitter.

Ancora meno avrebbe detto che questo avrebbe segnato una svolta nella vita.

Era stato suo nipote a convincerlo, amava avere un nonno al passo con i tempi.

Giulio era figlio di un'altra epoca, un tempo diverso in cui ci si spedivano cartoline e si leccava il retro dei francobolli, un mondo, dove si faceva visita ai parenti, avvertendo per telefonata magari da una cabina col telefono a gettoni e si portavano le paste fresche su un vassoio. I social erano roba per suo figlio, meglio ancora per suo nipote!

Era andato a scuola e si era diplomato ed era passato quasi mezzo secolo ma Giulio, l'istruzione e l'educazione le aveva ricevute e manteneva memoria di queste.

Che bei tempi e che belle amicizie ricordava di quell'epoca.

Uno su tutti era importante, il ricordo di Matteo, quello che una volta si sarebbe definito l’amico del cuore. Il suo confidente, il suo socio, l'alter ego, il rifugio nella tempesta e all’occasione l'avvocato di cause disperate. Che bel ricordo, l’amicizia con Matteo, gli voleva bene più che a suo fratello ed era stato ricambiato dall'amico, che era figlio unico ma aveva imparato in quegli anni cosa volesse dire avere un fratello. Matteo era stato il primo amico vero, dopo l’adolescenza, anni difficili durante i quali imparare a radersi, a litigare con i genitori, ad approcciare le ragazze, a costruire senza saperlo, l'uomo che si sarebbe diventati. E Matteo aveva assolto il ruolo di amico con naturale e amabile leggerezza. Con lui Giulio poteva parlare di tutto, studiavano assieme, passavano i pomeriggi a passeggiare su e giù per il viale a osservare le ragazze, credendo di non essere visti, guardavano programmi demenziali alla televisione, tutto aveva un gusto speciale. Era facile anche stare in silenzio.

Era durata anni la loro amicizia, sincera e leale, incorruttibile, poi come spesso accade, si erano persi, correndo dietro le proprie fidanzate che, a differenza di loro due, non avevano niente da spartire e nessun interesse per iniziare e saldare un’amicizia.

Così aveva perso di vista quell’amico speciale, quell’anima rara che aveva avuto la fortuna di incontrare. Lentamente, senza dolore. Senza accorgersi aveva smesso di pensarci, avvolto da una nuova vita, rapito da un matrimonio complicato, dalle cose dell’esistenza che ti distraggono e ti fanno dimenticare anche solo di ascoltare il tuo cuore che batte.

Non poteva dire di aver dimenticato l'amico, solo lo aveva relegato in un cassetto della memoria che non apriva molto spesso, come si fa con un gioiello antico che è stato importante quando ci è stato regalato ma ora è fuori moda e non s’indossa più.

E quel regalo di gioventù, Giulio lo ricordava bene ed era andato di recente ad aprire quel cassetto, sempre più spesso, con un brivido nella pancia e una specie di bellissimo dolore, nato forse dalla mancanza di quell’amico, forse dalla nostalgia di una gioventù che si faceva sempre più lontana.

Tutto cambiò quando imparò a maneggiare il cellulare. Giulio leggeva i messaggi che suo nipote gli inviava dai banchi dell’università e lo infastidiva un po’ sapere che invece di seguire le lezioni, il ragazzo, fosse impegnato a maneggiare la tastiera del suo telefono, leggeva le notizie e di recente le notifiche di Twitter, proprio come tutte le persone di oggi. Quando lesse il nome e il cognome di Matteo, ebbe un sussulto. Il messaggio era per lui, gli diceva che Matteo si ricordava del vecchio amico e che anche lui aveva voglia di rivederlo. Giulio dovette asciugare gli occhi, erano anni, no, decenni che non aveva notizie di Matteo e leggere il suo messaggio lo aveva emozionato.

Chiamò suo figlio per comunicare la notizia ma l’uomo non si dimostrò altrettanto toccato, preso com’era dalla propria vita e dal proprio lavoro. Giulio pensò che sarebbe stato meglio condividere la sua gioia con suo nipote. Il ragazzo avrebbe di certo capito meglio cosa vuol dire ritrovare un vecchio amico.

Ci fu uno scambio rapido di messaggi con Matteo e stabilirono di incontrarsi nel bar storico, della piazza centrale, il posto vicino alla scuola che frequentavano prima di diventare maggiorenni.

Per Giulio vivere la vigilia dell’incontro fu quasi drammatico, cosa ci diremo, cosa gli racconto, gli parlo di mio figlio, della sua carriera, no, meglio raccontare di mio nipote e dell’università, ma si annoierà… gli racconto del matrimonio e delle passate vacanze, ma non credo che possa interessargli, insomma aveva dormito poco e male.

Il giorno dell’appuntamento arrivò, come tutto ciò che più aspettiamo, dopo un’attesa sfibrante, giunse all’improvviso e lo colse impreparato.

Vide Matteo, che si alzava dal tavolino, con la sua testa completamente calva, con chili addosso di cui non era a conoscenza, rughe sul viso che erano lo specchio delle proprie rughe ma con quel sorriso che era lo stesso sorriso che Giulio conosceva bene, lascito della sua impertinenza giovanile.

Giulio e Matteo vennero incontro l’un l’altro, senza parole ma entrambi con un'espressione stupida sulla faccia.

Sembravano due adolescenti nel momento di fare uno scherzo a qualcuno.

A Giulio tremava un po’ la bocca, non sapeva davvero cosa dire.

Fu Matteo a rompere il ghiaccio.

“Ciao amico mio. Dove eravamo rimasti?”

Ecco la cosa giusta da dire, pensò Giulio felice.

Dove eravamo rimasti…

Asciugarono una lacrima e ripresero il discorso.














sabato 6 febbraio 2021

La riunione

 





 

-A che ora è la riunione?

-Alle sedici.

-Ma sono le quattro e cinque…

-Appunto!

Mai che s’inizi in orario, pensa Piercarlo, che cavolo. Anche oggi mi tocca uscire alle ore beate… Entra nella stanza riunioni, nota che ci sono ancora diverse sedie vuote. A colpo d’occhio valuta dove sistemarsi, vicino  a Riberti no, ha l’alito pesante, Aurora è carina ma è una rompicoglioni, finisce per fare mille domande e a starci seduto vicino avrei tutti gli sguardi addosso. Vicino Pasquale, il collega più anziano, c’è un posto libero. E si fionda.

Pasquale lo saluta con un cenno della mano. E’ uno taciturno e se apre bocca, di norma, è per dire qualcosa di sensato.

Il dottor Guidi gli lancia un’occhiataccia, di certo un rimprovero muto per il ritardo. Piercarlo lo ignora. Anzi, gli sorride ironico.

Guidi conta quanto il due di picche, anche se gioca a fare la star.

-Ci siamo quasi tutti, due minuti e iniziamo.

Esclama Guidi dall’alto della sua gloria.

Il brusio latente, sale di volume, come a scaricare le ultime chiacchiere futili prima della riunione.

Entrano la Patty e la Gabry, due specie di veline di serie B, un po’ in avanti con gli anni ma molto appariscenti, probabile che l’azienda le tenga solo per compiacere i clienti, è il pensiero cattivo di Piercarlo.

-Patrizia e Gabriella aspettano sempre di essere le ultime, per fare un ingresso scenico.

Mi sussurra Pasquale in un orecchio.

Sorrido, mentre Guidi apre ufficialmente la riunione.

-So che sarebbe stato opportuno mandare a tutti i presenti la scaletta dell’ordine del giorno, via mail, ma ci sono stati problemi …

Intanto potresti salutare, l’educazione non s’insegna ai piani alti, poi quali problemi, siete incompetenti, pensa Piercarlo. Guidi prosegue, col suo tono mellifluo da imbonitore televisivo. Tutti sanno che è l’unica caratteristica che spieghi il suo successo e la sua posizione in azienda. Lentamente si addentra in questioni tecniche, di vendita dei prodotti e di logistica commerciale. La prima mano alzata dopo trentasei secondi è quella dell’Aurora. Ci avrei scommesso lo stipendio. Pasquale m’indirizza un cenno che dice: ho scommesso anch’io!

Guidi si irrita ma finisce la frase e le cede la parola. Come sempre la domanda di Aurora è retorica e inutile ma permette a Guidi di esibire una delle sue frasi modello:

-Chiarisco il concetto…

“Chiarisco il concetto”, può sembrare una frase innocua ma come la dice lui appare proprio uguale a: siete un branco di capre e devo sempre spiegare la stessa cosa due volte.

Guidi non finisce di chiarire il suo concetto che Aurora ha di nuovo la mano alzata.

Non vorrei sembrare pedante ma…

Signorina Aurora, mi lasci almeno l’opportunità di finire di spiegare…

Le schermaglie dureranno per tutta la durata della riunione, un’ora e quaranta.

In un’ora e quaranta la signorina Aurora è capace di alzare la mano sedici volte, pensa matematico Piercarlo. Pasquale si guarda la punta delle scarpe, poi guarda il soffitto, dopodiché guarda di nuovo le sue scarpe, infine guarda me, sconsolato.

Aurora guarda Guidi, il dottor Guidi esibisce nuovamente la sua elegante locuzione. Chiarisco il concetto.

La prossima volta che lo dice gli tiro la stilografica in faccia. Pasquale si avvicina e mi sussurra un:

-Stai calmo.

Forse sa leggere il pensiero.

I maschi del reparto vendite sono divisi in due gruppi. Il primo osserva le cosce della Patty, il secondo le tette della Gabry. Tutti sono concentrati come se ascoltassero una conferenza sulla fisica quantistica.

All’ennesima mano alzata della signorina Aurora, il dottor Guidi si arrende ed è costretto a dichiarare la resa.

-Data l’ora, cara signorina, terrei presente la sua questione, all’ordine del giorno della prossima riunione, la tenga a mente o mi mandi un memo.

Guidi ama le abbreviazioni.

La riunione è aggiornata, come sempre non abbiamo preso decisioni definitive, non si sono trovate soluzioni temporanee, non si è giunti a conclusioni provvisorie. La Patty e la Gabry sfoggiano scollature e sorrisi, i colleghi si stringono attorno alle miss. Aurora sbatte il taccuino sulla sedia e si allontana scontenta, Guidi studia il suo Rolex per non dover salutare i sottoposti che peraltro escono senza nemmeno guardarlo.

Pasquale si alza dalla sedia, mi stringe la mano e nel congedarsi bisbiglia:

-Ci vediamo alla prossima riunione ma se hai qualche buona idea passa in ufficio da me, la porta è aperta.

-Magari passo, oppure ci vediamo in area relax, davanti alla macchina del caffè.

-Si, è meglio, lo sanno tutti che le idee e i cambiamenti nascono sempre davanti alla macchina del caffè.

Lo guardo allontanarsi.

Forse la riunione non è stata del tutto inutile.

 

 




sabato 23 gennaio 2021

Lo scemo del villaggio. Joker, Poker e Ambu!











Non è una vita comoda, quella che vivo. 

Potrebbe sembrare così ma così non è, ve lo assicuro. Anche se passare le mattine al tavolino del bar, nella piazza del paese, incontrare gente, parlare con tutti, presentarvi di tanto in tanto lo scemo di turno, aspettando di prendere la pensione alla fine del mese, potrebbe sembrare, a qualcuno, il paradiso. Avrei potuto scegliere un destino più semplice, quello preferito da tanti altri, andare a passeggio e valutare, osservare, giudicare i lavoratori dei cantieri. Fare l’Umarel è una predilezione, una vocazione ma non è la mia. Me ne sto qui, in apparenza senza far nulla, in realtà lavoro molto e sono molto impegnato. 

Stamattina, per esempio ho incontrato, dopo una vita che non li vedevo assieme, Joker e Poker. Sono due fratelli di quarant’anni. Non si sono sposati e vivono in una casa di due piani, pare che si siano giocati il diritto di abitare al piano superiore, durante un’infuocata notte di poker. Com’era prevedibile vinse Poker, cioè Paolo, giocatore semiprofessionista, che prima si divertì a illudere il fratello di avere qualche possibilità. Gianni, in altre parole Joker, era bravo a fare giochi di magia, illusionismo e altre cose con i mazzi di carte da gioco ma era una schiappa a giocarci. Non giravano mai assieme, divisi dalla soletta della casa e da un’innata rivalità. 

Al bar arrivò prima Joker, lo invitai a sedere e gli offrii un aperitivo. Mentre aspettavamo che Gigio il barista ci preparasse gli Spritz, Joker prese tre tovagliolini, fece tre minuscole palline e si mise a farle roteare in aria prima con due mani, poi con una mano sola. Le palline disegnavano un’ellisse perfetta che mi fece innervosire. Per fortuna a Joker basta chiedere di smettere e lui lo fa. Per la precisione non smette ma cambia intrattenimento. Così tirò fuori un mazzo di carte, prese due donne e un asso e li mise sul tavolino. 

-Trova l’asso, è facile. Poi girò le carte sul dorso e si mise a mescolarle alla velocità della luce. Una voce da dietro la colonna disse: - La carta al centro! 

Io girai la carta, che era effettivamente l’asso. Joker s’infuriò e apparve suo fratello Poker che evidentemente conosceva il trucco. Io cedetti il mio aperitivo a Poker, che si lagnò per non avere puntato soldi sull’asso, bevve d’un fiato e andò via senza ringraziare. 

Poi si alzò anche Joker lamentando che incontrare suo fratello gli rovinava sempre la giornata, poi lanciò in aria il cappello, lo riprese con una mano dietro la schiena e con un gesto elegante lo fece roteare fin sopra la sua testa. Mi salutò facendo l’occhiolino e andò per la sua strada. 

Pensai se potesse essere un’opzione che il ruolo di scemo del villaggio fosse assegnato per una volta ex aequo. 

Intanto mi toccava ordinare un altro aperitivo. 



E mentre Gigio il barista rientrava a preparare l’ordine, vidi arrivare un uomo in tuta arancione catarifrangente, che illuminava tutta la piazza con i raggi riflessi di luce. 

Era Ambu! Al suo arrivo tutti si sentono più sicuri. Quando c’è Ambu non c’è niente da temere. Il suo vero nome nessuno lo ricorda con precisione, potrebbe essere Dino ma non ci sono certezze. Ambu è autista volontario di ambulanze, da trent’anni. Ha cominciato conducendo il Fiat 238 quando era Alpino, nell’esercito e non ha mai smesso. Si prende i turni peggiori, la notte di Natale, il giorno di lunedì di Pasqua e così via. Gli altri volontari non sono tanto contenti di lavorare con lui, non perché non sia bravo a guidare, piuttosto perché ogni volta che si appresta a mettere qualcosa in bocca o avvicina le fauci a una tazzina di caffè, la radio gracchia una chiamata. Una volta organizzarono il pranzo di Natale in sede, appena Ambu infilzò il tacchino col coltello, arrivò la chiamata dalla centrale e partirono tutti dimenticandosi il tacchino ripieno sul tavolo. Quell’anno l’unico a festeggiare fu Billy, un botolo meticcio, mascotte della squadra, che però rimediò un’indigestione e dovettero chiamare anche il veterinario. 

- Ciao Ambu, lo vuoi un aperitivo? 

-Certo, grazie. Fu la sua cordiale risposta. Bella giornata per stare in piazza, vero? 

Effettivamente mi stavo godendo il tepore del sole. 

Ambu si sedette al tavolino. L’ambulanza brillava al sole, al fondo della piazza. 

Tutto era calmo e placido. 

E naturalmente, appena Ambu poggiò le labbra al bicchiere, gracchiò la radio delle chiamate. 
















domenica 17 gennaio 2021

Amore è volere














Amore è volere. 

L'amore non è solo un sentimento, è un muscolo. 

Va allenato ogni giorno altrimenti si atrofizza. 

Ogni giorno ripetizioni, scatti, allunghi. Occorre curare lo stretching altrimenti si va incontro a stiramenti e strappi. E come ogni muscolo che si sia stirato o infortunato e non può essere usato, poi non è in grado di amare, per lungo tempo. 



Amate ogni giorno. 

Allenatevi, dirigere, indirizzate la vostra volontà verso qualcuno o qualcosa e amatelo. Con forza, con dedizione, con ostinazione. 

Amate vostro marito o vostra moglie prima che ve lo chieda. Amate un parente lontano prima che costui (o costei) vi telefoni. 

Agite d'anticipo. 

Amate quello che fate perché vi verrà bene e se vi allenate, vi verrà sempre meglio. 

Ragazze, amate i difetti dei vostri fidanzati, perché a volte questi durano più della bellezza e della gioventù e ve li troverete, fra tanti anni più o meno invariati. Noi ci affezioniamo ai nostri difetti e ce ne distacchiamo con fatica. 

Giovani uomini, amate le madri delle vostre fidanzate, perché, qualunque cosa vi dicano, esse saranno sempre la donna che sarà loro guida e loro esempio. 

Amate il vostro lavoro, perché, anche quando vi riserva imprevisti e delusioni, rimane la cosa che vi dà da vivere e sostenta la vostra famiglia. E poi ricordate che sono le persone a deludere, non le attività. 

Amate la scuola e amate i libri, anche quando siete molto giovani e risulta difficile farlo. Perché la scuola v’insegna a leggere i libri e i libri v’insegnano a leggere la vita

Amate il vostro Dio, comunque lo chiamiate. Perché anche quando lo avrete abbandonato o vi sarete dimenticati di Lui, sarà per voi come un numero di telefono sempre libero, a qualunque ora del giorno o della notte. E potreste avere bisogno di quella telefonata. 

Amate quindi e metteteci tutta la volontà. 


Perché amore è volere. 

Credeteci, la volontà può tutto, si può volere anche il tempo e la forza per amare di più. 















domenica 3 gennaio 2021

La camera dello sfogo

 






Quando Marco me lo raccontò, non volevo crederci.

-E non costa nemmeno tanto, venti euro per quindici minuti!

-In quindici minuti, cosa puoi fare?

-Tutto quello che vuoi, ti dico. Spacchi tutto e quando esci sei bello sudato.

La camera dello sfogo, che idea. E nella mia città, un posto anonimo e grigio, dove non c’era niente d’interessante da fare. La camera dello sfogo, l’aveva chiamata così Marco ma io pensavo che il vero nome potesse essere un altro. Una stanza riservata e insonorizzata che prenotavi, e a quanto pare la lista d’attesa era parecchio lunga, e potevi entrarci e spaccare tutto quello che trovavi, soprammobili, vasi, piatti e bicchieri, vetrine con porcellane, televisori e computer. A disposizione una serie di oggetti all’uopo, mazze da baseball, bastoni metallici, cric per auto e ovviamente robuste visiere di protezione e guanti da lavoro. La sicurezza prima di tutto, pensai ridendo.

L’idea di passare quindici minuti in quella stanza a rompere tazze e bicchieri sulle pareti, spaccando monitor immaginando che fossero quelli dell’ufficio, rovesciando mobili era stuzzicante… secondo Marco era stata l’esperienza più esaltante che avesse provato durante quest’ultimo deprimente anno. –Ti sfoghi davvero e quando esci sei svuotato e felice! Il mio amico ne era certo, un’esperienza da fare!

Mi convinse, presi indirizzo e coraggio e andai a prenotare, perché la linea era sempre occupata. All’ingresso c’era una locandina che prometteva:

Risolvi i problemi, dimentica lo stress, sciogli l’ansia!

Dietro il banco di formica, anni settanta, un tipo magro con occhialetti rotondi alla Lennon, seminascosto da un pc datato, se ne stava serio a fissarmi con una sigaretta spenta, penzolante dalla bocca. Mi chiese se volevo la stanza, certo, ero lì proprio per quello, che cavolo, mi chiesi se era lui a girare le discariche per recuperare arredi e suppellettili da far distruggere a gente nervosa come me. Che poi nervoso ero sul serio, visto com’ero stato trattato sul lavoro e come girava la vita negli ultimi tempi. Il capo, un piccolo incapace, un yes man messo lì dai capoccioni, si era dimostrato un gran bastardo e dopo una breve luna di miele con noi sottoposti, aveva cominciato a trattarci come schiavi, calpestando ogni diritto, e lasciandoci senza prospettive di carriera a parte, ovvio, il solito paio di leccapiedi sempre presenti in ogni dove. A quel punto pensai che fosse stata una buona idea fare un giro in quel posto. Ne sentivo il bisogno, avrei usato bene ogni minuto per distruggere sistematicamente tutto quello che avrei trovato davanti. Il magrolino mi fissava come se potesse leggermi nella mente, poi smise e prese a sfogliare l’agenda. Girò pagine per una quindicina di giorni, poi disse: -Abbiamo un sacco di prenotati, ci sarà da aspettare, ma se si libera un posto prima, la chiamo, altrimenti ci sarebbe la prenotazione Premium… non so se può essere interessato…

Mi chiedevo cosa fosse, quando Lennon fece per la prima volta uno strano sorriso. –Si tratta di una prenotazione da un’agenda diversa, solo la sera tardi, ma costa un po’ di più…

-Quanto? Dal tono capii io stesso che avevo bisogno di quel trattamento, ne avevo urgenza.

-Mille.

-Ma scherziamo? La tariffa era venti euro, e lei mi chiede mille euro? Mi stavo arrabbiando.

Lui, con tono gentile mi spiegò che non si trattava dello stesso servizio ma se ero interessato, poteva spiegarmi.

Ero interessato. E lui spiegò.

Sarebbe stata “invitata” all’evento una persona di mia scelta, l’avrebbero bendata e condotta nella stanza. Adiacente all’edificio c’era un lussuoso Hotel che aveva un ingresso nella via parallela. L’invitato, con un pretesto, sarebbe stato accompagnato in Hotel, dove avrebbe trovato una camera piena di frutta e vino ad attenderlo, dopodiché ci sarebbe stata una festa in suo onore e sarebbe stato condotto da personale istruito, a sua insaputa e con un cappuccio sulla testa nella stanza di cui sopra. Insomma avrei avuto chi desideravo, per quindici minuti a mia disposizione nella stanza dello sfogo.

Mille euro.

Che cosa sono i soldi, pensai, mille euro sono tanti ma a volte vale la pena spendere e poi, si sa, si vive una volta sola.

Lennon mi fece compilare una scheda, dove scrissi il nome del fortunato vincitore e il suo indirizzo. Tra pochi giorni ci sarebbe stata una serata disponibile. Prenotai e promisi di pagare entro il giorno successivo, pena la nullità dell’accordo.

Mille euro li avevo sul conto e tra poco non li avrei avuti più, ma pensai al mio principale, a quanto sarebbe stato bello averlo stretto in una morsa anche solo per quindici minuti.

Ero stato un discreto battitore da ragazzo, mi piaceva roteate una mazza e non vedevo l’ora di maneggiarne una di nuovo.

Mentre ritiravo il contante in banca, osservai i manifesti sulla parete alle spalle dell’impiegato.

Erano pubblicità dei servizi bancari, offerte di prestiti a tassi vantaggiosi e mutui per la prima casa ma uno mi colpì.

Misi gli occhiali perché non credevo a ciò che vedevo.

Mi sembrava di leggere:

Risolvi i problemi, dimentica lo stress, sciogli l’ansia!

 

Proprio quello di cui avevo bisogno.

 

 

 

 


giovedì 31 dicembre 2020

Auguri

 





Auguri a chi mi ama.

A chi lo ha fatto e a chi lo farà.

Auguri a te che sei  vicina e ti sento ovunque ti trovi.

Auguri a chi respira a tempo col mio respiro. Auguri a chi mi segue e a chi mi saluta. Auguri a chi mi ha aiutato senza nemmeno saperlo. Auguri a chi si è fatto aiutare.

Auguri a chi mi ha deluso, a chi si è scelto un'altra strada. A chi ha preferito altri amici. A chi mi ha tradito. Auguri a chi  ha voltato le spalle.

Auguri a chi ho deluso io e a chi ho abbandonato, a chi ho voltato le spalle e a chi ho dimenticato.

Auguri a chi vorrà perdonarmi e a chi saprò perdonare.

Auguri a chi è ancora capace di abbracciare, anche quando è vietato. Auguri a chi vive sui social ed è tutta la vita che ha. Agli spacconi, ai timidi, agli esuberanti e ai depressi, agli speranzosi e ai disperati. Ai fatalisti e ai preparati. Ai cani sciolti e agli integrati.

Auguri a chi sa trovare qualcosa di buono ogni giorno, anche quando all’apparenza tutto va a rotoli. Auguri a chi non si lascia trascinare sul fondo e a chi, dal fondo, sa risalire.

Auguri a chi sa dare una speranza.