domenica 2 aprile 2023

Giselle sbagliata

 





Giselle sale lentamente le scale.

Ce la farebbe a percorrerle a due a due, non è un problema fisico. Ci mancherebbe, alla sua età.

La fatica nel salire è tutta nella sua testa.

La camera sta al terzo piano e lei preferisce lasciare l’ascensore libero, a disposizione degli ospiti della struttura.

L’infermiera di turno le sorride. Le ha detto più di una volta Non so come fai, come lo sopporti, ma lui è solo e lei l’unica persona che ha.

Suo nonno non è mai stato tenero con lei, figlia indesiderata, figlia fuori del matrimonio, figlia di un padre che non ha nemmeno conosciuto perché quella poco di buono di sua madre nemmeno con le botte ha voluto rivelare la verità.

Suo nonno non si mai mostrato tenero nei suoi confronti e tantomeno ora lo è, ma almeno ora ha la demenza come giustificazione.

Entra spingendo la porta e come saluto si sente rimbrottare:

-Ti sembra questa l’ora di arrivare? Me le hai comprate le alici sott’olio, che ti avevo chiesto?

Giselle sa che a volte il nonno non la riconosce e la scambia per la figlia. Dimentica che sua figlia non c’è più e forse è meglio che non ricordi.

Lei invece ricorda tutto, ricorda che lui è stato l’unica figura maschile in casa da sempre e che si è sempre vantato di averle fatto anche da padre. Suo nonno è stato molte cose ma di sicuro non un padre.

-Il negozio era chiuso, le alici le comprerò domani.

Lui bofonchia due incomprensibili parole con tono poco gentile e torna a guardare fuori dalla finestra.

-Tutto il giorno chiuso in questa prigione e tu dimentichi di comprarmi le alici… ma cos’hai nella testa? Un giorno di questi la apro quella finestra e mi butto di sotto e chi si è visto, si è visto!

La ragazza pensa che forse piangerebbe, certo, ma poco e forse sarebbe meglio per tutti ma subito si pente di quel pensiero crudele.

-Nonno, non dire così, dai le alici te le porto presto…

Lui stavolta si gira e le mostra un sorriso dolce che le riempie il cuore d’incertezza. Non sa se odiare o amare quell’uomo che è tutto ciò che rimane della sua famiglia e la sua malattia non la aiuta a scegliere.

Giselle ricorda tutto, per esempio ricorda quando, in prima elementare, aveva fatto quel disegno, una grande torta nuziale e la scritta, un po’ sbilenca, OGGI SPOSI e sotto i nomi Giselle ed Eva.

Lo aveva mostrato orgogliosa a suo nonno che era venuto a prenderla fuori dalla scuola e lui senza parlare le aveva assestato uno schiaffo a mano aperta sulla guancia. Poteva ancora sentire il bruciore e il gusto salato delle sue lacrime che le avevano inondato il viso.

-Non scrivere mai più una cosa del genere! Aveva intimato l’uomo, all’epoca ancora giovane e tonico. Il ceffone le aveva fatto male, e tanto, ma anche averlo preso davanti alla scuola con tutte le compagne e i bambini che erano rimasti a osservare la scena, incuriositi e intimoriti e si erano stretti alle mani delle proprie madri.

Chissà se anche Eva l’aveva vista. Giselle non aveva mai trovato il coraggio di chiederlo e aveva semplicemente continuato a essere innamorata della sua amica con le treccine e a desiderare segretamente di poterla sposare un giorno.

Sua madre non si era mai sposata. Non aveva trovato il tempo forse, forse non aveva trovato l’uomo o forse quello che non aveva trovato, era solo il coraggio. All’educazione sentimentale di Giselle, poiché lei lavorava tutto il giorno e la sera accudiva alla bambina e al genitore, avevano pensato i compagni di scuola, poi fumetti e fotoromanzi e infine la televisione. Ma Giselle si sentiva sbagliata, come quando alle medie era finita a una festa pomeridiana e un tipo della terza C l’aveva baciata a tradimento sulla bocca, lei si era sentita sporca e aveva passato dieci minuti in bagno a lavarsi, con l’acqua bollente che le scottava le labbra.

-Tu sei strana, lo sai? Non sei come tua madre…

Suo nonno la sorprende con quest’affermazione. Lei sa che è vero. Non è come sua madre che ha pensato solo a lavorare finché il tumore le ha tolto ogni forza e di sicuro non è come suo nonno che era all’antica perfino per la propria generazione.

In quanto a suo padre, non sa e non lo può sapere se sia come lui. Non che gliene importi.

Lei è come è, e nessuno la potrà cambiare.

Non ci saranno schiaffi, non ci saranno botte.

L’infermiera si affaccia alla porta e chiede, sussurrando, se va tutto bene.

Le sembra protettiva ma non nei riguardi dell’anziano.

Giselle pensa che dovrebbe chiederle di prendere un caffè, o qualcosa del genere.

L’anziano che era rimasto per un po’ in silenzio, all’improvviso tuona a voce alta:

-Oggi o mai più, ogni giorno è buono ma oggi o mai più.

Giselle sorride, a suo nonno fuori di testa, all’infermiera che è rimasta sulla porta e sembra non voler andare più via, alla sua solitudine, alla vita…

Forse ha ragione suo nonno, ora o mai più.

Si gira verso la porta e sorride alla donna.








sabato 4 marzo 2023

Il cielo di Flora

 




La temperatura è mite.

Ci sono sere, in primavera, che restare a letto è uno spreco.

Meglio sedersi in balcone, magari a fumare un po’.

Gianni ha la pipa in bocca ma non l’ha accesa perché sente che non è il momento giusto. Si sofferma a osservare il cielo stellato che si fa via via più buio e limpido. Osservare le stelle gli è sempre piaciuto e gli mette addosso un senso di pienezza accompagnato da una dolce malinconia che non si è mai saputo spiegare.

Il silenzio è quasi completo e finalmente Gianni avverte il rumore che sperava di sentire e che gli ha impedito di fumare.

Ciak…ciak…ciak… piccoli piedini scalzi in avvicinamento.

Il cigolio della porta socchiusa che si muove. Una piccola ombra che appare sul balcone e corre a stringere la gamba dell’uomo.

-Flora, cosa ci fai ancora sveglia?

-Non riuscivo a dormire e volevo stare con te sul balcone, nonno.

-Solo cinque minuti. Se i tuoi sapessero che ti permetto di restare alzata a quest’ora non ti lascerebbero più dormire a casa mia.

Flora sorride birichina, con la consapevolezza dei suoi cinque anni e mezzo e di chi sente già di avere il mondo in tasca.

-Come mai non prendi sonno?

Flora si accomoda sulla poltroncina libera, mostrando tutta l’intenzione di non rispettare il limite dei cinque minuti.

-Pensavo alla nonna. Nella foto in salotto sorride. Ma io non la posso vedere perché non c’è più…

Gianni avverte la veloce stilettata nel suo cuore, fredda e dolorosa, passa in un istante e per fortuna la bimba non se ne avvede. La carezza con la mano sulla testolina, così piena di capelli che i genitori sono costretti a tenere corti.

-Tu le somigli molto, un giorno, quando sarai adulta, riderai come lei.

-Davvero nonno? La bimba sorride e nel buio del balcone quel sorriso lo abbaglia.

Come farei senza di te, pensa Gianni mentre Flora dondola avanti e in dietro i piedini.

-E poi la nonna non è sparita, no, lei c’è sempre, solo che non la vediamo tutta intera.

-Che significa nonno? E’ stata divisa in pezzetti?

-Ma no, certo che no. Non la vediamo tutta intera come quando era in vita ma se cerchiamo bene, la possiamo vedere quando meno ce lo aspettiamo, come stavo facendo io poco fa guardando una stella, come posso vederla ora nel tuo sorriso e nel tuo cuore.

Flora mette un dito nell’angolo della bocca, come fa sempre quando il concetto da assimilare è complesso.

Poi annuisce come chi ha capito. –Certo, io ho visto la nonna quando ho usato la coperta che ha fatto lei con le sue mani, e qualche volta sento anche il suo odore.

Questa volta è Gianni a essere perplesso. –Mi spieghi meglio?

-Ma certo, nonno. Quando cucini qualcosa che cucinava lei, si sente l’odore di quando era lei a preparare, oppure quando hai comprato un mazzo di fiori e mi è sembrato che ci fosse la nonna dentro una rosa…

Gianni non si sente di insistere.  Anche a lui sembra qualche volta di percepire l’odore della moglie ma non vuole essere preso per matto e si guarda bene dal dirlo.

-Sai perché sei stata chiamata Flora? Gianni prova a cambiare discorso…

-Si certo. Perché quando sono nata, ero bella come un fiore. Risponde lei divertita.

Questo era evidente, quello che non sapevano i tuoi genitori era quanto saresti diventata intelligente, pensa Gianni, guardando la piccola.

-Ma nonno, perché vedevi la nonna guardando una stella?

Gianni sa di non avere scampo.

–Vedi, quando la vita finisce e lo spirito esce dal nostro corpo, questo non scompare ma gli atomi che lo compongono si separano per andare a costituire qualcosa d’altro nell’universo, per esempio gli atomi del corpo della nonna possono essere diventati una nuvola, il petalo di un fiore, perfino una stella, quindi quando osservo il cielo io cerco la nonna.

Flora pone il dito sulla bocca. Poi riparte. –Non so cosa sono gli atomi…

-Sono i componenti più piccoli della materia, una specie di mattoncini Lego dell’universo. Li studierai a scuola, non avere fretta.

Flora sorride furbetta perché sa che la prossima è la domanda cruciale.

-Nonno, tu hai detto che lo spirito è uscito dal corpo di nonna ma cos’è lo spirito e dov’è andato?

Ora Gianni sa di non avere possibilità. Come si fa a spiegare una cosa così grande a una bimba di cinque anni, che a quest’ora dovrebbe già essere a letto, quando lui non l’ha capito in settanta?

-Vedi Flora, lo spirito è quella forza che ci fa andare avanti nonostante le difficoltà, quella cosa che ci fa essere felici, ciò che ci avvicina alle persone e che ci fa cercare, sempre. Lo spirito è l’amore. Per questo ti posso dire che l’amore di tua nonna, che mi ha cercato e trovato ha permesso che nascesse la tua mamma e che ha continuato a essere presente quando sei nata tu e anche ora che la nonna non è qui il suo amore continua a esserci e non ci lascerà mai. Non ti lascerà mai bambina mia.

-Nonno, io questo lo sapevo già. Non devi essere triste.

-Ma io non sono triste, Flora, quella era una lacrima di gioia. Perché è questo che hai portato tu. Gioia pura.

Flora prende la mano di suo nonno e resta in silenzio a guardare le stelle.

Lui non ha il coraggio di mandarla a dormire e resta immobile a gioire della presenza della nipotina.

Le stelle rimangono immote a illuminare col loro spirito il balcone.

Poi la piccola lascia la mano del nonno.

–Ho sonno. Si è fatto tardi, buonanotte nonnino.

-Buonanotte Flora. Io resto qui ancora per un po’ a fumare. Domani mamma e papà passeranno alle nove e andrete al mare. Non fare i capricci quando ti chiamo.

-Non li farò, nonno.

Poi Flora alza lo sguardo verso il cielo.

-Buonanotte, nonnina.

 

 




sabato 25 febbraio 2023

Elsa non c'è più

 





Il bar è affollato come solo nei fine settimana o nelle serate di Champions League.

Infatti, questo mercoledì il colore predominante è il verde e gli avventori sono già carichi con due pinte a testa di media, prima ancora che la partita cominci.

Elsa pensa che non ci sia differenza tra i tifosi delle varie fazioni, tantomeno di diversi paesi. Tutti uguali, cambiano solo i colori delle casacche, delle bandiere, delle sciarpe.

Ma va bene così, il bar è pieno e Sharpe, il boss, fa avanti e indietro a sostituire i fusti della birra alla spina, senza nascondere un sorriso interessato.

Sharpe simpatizza per la rivale cittadina della squadra impegnata questa sera contro una tedesca, ma l’ha rivelato solo a pochi intimi in un momento di fragilità alcolica e si guarda bene dal dichiararsi ai clienti della serata. Ha accettato che gli mettessero al collo una sciarpa biancoverde e lui non fa troppo lo schizzinoso quando si tratta di vendere qualche birra in più. Molta birra per la verità.

In Irlanda la birra è buona e lo sa anche Elsa, che un tempo beveva solo coca-cola.

La partita è noiosa, i locali sono in vantaggio di una rete e questo ha raddoppiato la sete dei tifosi presenti, Elsa non ha pause.

Spillare, servire, raccogliere monete, riempire la cassa. Distribuire boccali e sorrisi, sopportare complimenti, allusioni e intascare qualche mancia. Una serata generosa anche per lei che il calcio non l’ha mai seguito.

In fondo non è un brutto lavoro, non il peggiore che ha trovato da quando è in questo paese. Meglio di quando faceva la babysitter a tempo pieno e il genitore non aveva trovato meglio da fare che palparle il sedere. Meglio di quando era operaia nell’impresa di pulizie e grattava i pavimenti di palestre e scuole. Meglio che fare la lavapiatti del finto ristorante Italiano, dove non sapevano friggere neanche una patatina e lei finiva per stare con le mani nell’acqua fino alle due di notte.

Meglio di ciò che si è lasciata alle spalle.

Qui la gente le piace. La trova più genuina. Meglio degli inglesi. E lei piace alla gente, con il suo accento esotico, con il suo taglio di capelli estremo, quasi bianchi, rasati quasi a zero, col suo tatuaggio sul collo, da motociclista. Una rosa dai petali sanguinanti.

Sharpe l’ha presa al Pub senza farle domande, senza chiedere nulla del suo passato. A lei va benissimo così.

La partita finisce. Lo Shamrock Rovers Football Club ha vinto, le sembra due a zero, non è sicura ma vede la gioia e l’allegria sulle facce delle persone. Qualcuno cambia canale e sulla televisione appare una foto con la scritta MISSING in sovraimpressione. Scorrono date e nomi, una ragazza di vent’anni scomparsa da un paesino poco lontano. Molti si voltano a guardare, uno si vanta di conoscere la famiglia e sostiene che la ragazza sia stata uccisa e nascosta nei boschi. Qualcuno ordina un altro giro di birra. La serata è ancora giovane.

Elsa si ferma un momento per riposare, esce dal bancone e osserva lo schermo. Si accorge che la trasmissione parla di persone scomparse e sa che manderanno in onda le foto di decine di persone. Hanno anche una sezione per i casi esteri.

Vorrebbe spegnere ma qualcuno pare interessato, compreso Sharpe che non si perde una puntata e studia morbosamente i ritratti di quella gente, perché sostiene che qualcuno potrebbe entrare nel suo pub. Elsa si sente chiamare a gran voce da Sharpe e ha un sussulto.

“Elsa, guarda! Quell’italiana potrebbe essere tua sorella per quanto ti somiglia!” Poi ride di gusto alla sua battuta e tracanna la sua mezza pinta.

Sullo schermo appare il nome. Elena Della Casa, Elena age 25,Italian,  missing since March 17, 2020. La giovane ha capelli neri e lunghi e sembra davvero la sua gemella.

Elsa non ride alla battuta di Sharpe, anzi, distoglie lo sguardo. Sotto il tavolo stringe le mani e aspetta che il tremore le passi. Poi si affretta a raccogliere dei boccali vuoti dai tavolini e torna dietro al bancone riprendendo a lavorare.

Sullo schermo ora appare il viso di un uomo di mezz’età. Elsa si chiede quanto ci metteranno a rintracciarla, poiché le ricerche si sono spinte fino lì. Non vorrebbe di nuovo cambiare paese ma sa che alla fine non avrà scelta.

Sente un uomo dire, chissà come stanno le famiglie di questi spariti, come soffrono, e che pena non sapere se i loro cari sono vivi o morti…

Lei capisce quanto dolore può esserci in seno a una famiglia.

Non sempre però il dolore nasce da una scomparsa, pensa, a volte è necessario svanire per placare il dolore. A volte è necessario scappare via lontano, non lasciare tracce e non dare la possibilità di essere ritrovati. Vorrebbe dirlo ma si trattiene.

Sa che per ora, quella ragazza dal nome italiano sta bene, non le manca niente della sua famiglia e del suo paese, non le mancano le botte e le privazioni, non le mancano i lunghi capelli neri, non le mancano le violenze e il sangue.

Elsa trova il telecomando e spegne.

Davanti a qualche mugugno di protesta prende a spillare nuova fresca birra scura.

“Bisogna festeggiare, il giro lo offro io”.

Sharpe la lascia fare, le piace quella ragazza, non gli importa non sapere niente del suo passato.

Ci sa fare con la gente e questo gli basta.

Tutti dimenticano le facce degli scomparsi, si festeggia.

Dopotutto la loro squadra ha vinto, giusto?





sabato 4 febbraio 2023

La ragazza nella valigia

 





“Tu mi fai girar, tu mi fai girar

Come fossi una bambola

Poi mi butti giù, poi mi butti giù

Come fossi una bambola…”

 

Dalla radio, la voce di Patty Pravo le dà una spinta e la riporta indietro di quasi trent’anni, facendole provare un’intensa vertigine.

Da tanto non ripensava più alla sua infanzia. Non che avesse dimenticato, piuttosto ora aveva altro da fare. La mano passa con una carezza, sulla curva della sua pancia da gestante, come per proteggere la vita che cresce dentro.

Si accorge che sta sorridendo. Quella canzone. Ricorda che i suoi la suonavano sempre, sua sorella cantava e accompagnava con la chitarra elettrica, suo padre alla batteria e la ripetevano mille volte finché non era uguale all’originale. Le era venuta a noia ma oggi la ascolta con un piacere misto a malinconia.

Mio padre mi chiudeva in una valigia.

Detta così, fuori contesto, è una frase orribile, lo so. Pensa Dafne con tenerezza.

Ero una bimba che amava giocare e per me quello era un gioco, fare la contorsionista non era complicato per una bambina di otto anni, tanto magra quanto snodata. In più amavo esibirmi e quando lo scarno pubblico applaudiva, stupefatto, vedendomi comparire in quella valigia microscopica, tutta piegata su me stessa come un minuscolo origami umano, per dispiegarmi e lenta mettermi in piedi a inscenare un acerbo inchino, sorridevo felice.

Dafne si guarda allo specchio, decide che deve comprare un vestito più largo, ora nel sesto mese, niente le va più, tantomeno i suoi jeans strettissimi, abbandonati, per il momento, in fondo all’armadio. I ricordi rievocati dalla canzone si trascinano, legati uno all’altro, come anelli di una catena. Quante classi cambiate ogni mese, scuole diverse, bambine che la prendevano in giro per il suo nome inusuale, maschietti che s’innamoravano e cercavano di toccarle i lunghissimi capelli dorati, insegnanti che, con poca pazienza, le riempivano il diario di compiti, sottovalutando la sua intelligenza. Compiti che lei non avrebbe fatto, perché lei lavorava, si esibiva nello spettacolo con i genitori e le prove erano molto più importanti che non lo scrivere dei pensierini sul quaderno a righe o di qualche esercizio con moltiplicazioni e divisioni su quello a quadretti.

Suo padre era discendente di un’importante famiglia circense e sapeva fare tutto. Suonava almeno quattro strumenti, faceva roteare tre clave infuocate, e al pensiero le torna nel naso il forte odore della nafta che lui usava. Sapeva fare la verticale reggendosi sugli anelli, e come la sgridava quando lei si aggrappava a quegli anelli, facendo il verso di uno scimpanzé, perché quello era uno strumento di lavoro e il lavoro andava rispettato.

Dafne non smette di sorridere anche se i suoi occhi sono diventati umidi.

Le piaceva quella vita, cambiare città ogni due settimane, dormire nel rimorchio del camion, possedere tutte le sue cose in un baule, quaderni, bambole, vestiti, ci sarebbe stata lei stessa in quel baule e meno stretta che nella valigia, perché bisognava viaggiare leggeri e suo padre le aveva insegnato che nella vita non contavano gli oggetti che si possedevano ma gli applausi che si raccoglievano.

Poi, negli anni, gli applausi si erano via via ridotti, il pubblico era diminuito, fino a sparire quasi, la gente era distratta da altri tipi di spettacolo, non sempre di qualità, offerto dal piccolo e grande schermo e dopo da internet e il loro mestiere, la loro arte era scomparsa.

Dafne non lo riteneva un male, aveva capito che le cose cambiano, non sono mai le stesse, e continuare a guardarsi dietro, come facevano i suoi, l’avrebbe condotta alla rovina. Da tanti anni non entrava più nella valigia e anche la sua famiglia ad un certo punto era diventata una valigia troppo piccola perché la contenesse, per questo motivo li aveva dovuti lasciare, era andata via dalla sera alla mattina e si era costruita la sua vita, non sempre priva di errori, certo, ma chi non sbaglia mai?

Dafne si guarda la pancia, con fiducia e paura e si chiede se mai un giorno la sua famiglia vorrà perdonare i suoi errori, se accetteranno di incontrarla e conoscere la nuova vita che lei sarà stata capace di creare.

 

Il suo ragazzo la chiama dalla cucina, la colazione è pronta.

La radio trasmette la pubblicità. Dafne sente ancora risuonare la canzone nella sua testa.

 

“Tu mi fai girar, tu mi fai girar

Come fossi una bambola

Poi mi butti giù, poi mi butti giù

Come fossi una bambola

Non ti accorgi quando piango

Quando sono triste e stanca, tu pensi solo per te…”

 

 





sabato 28 gennaio 2023

La lacrima di Cate

 






Una lacrima scivola calda e salata, percorrendo la dolce curva dello zigomo e piegando improvvisa verso il vertice delle labbra.

Cate si guarda allo specchio, non vorrebbe piangere ma il rubinetto si è aperto da solo.

Meno di mezz’ora e il suo turno sarebbe terminato ma il collega di reparto, visto l’accaduto, è sceso prima a darle il cambio in guardia.

Cate asciuga le lacrime e poi soffia forte il naso.

Sulla guancia appena un segno rosso, domani non si vedrà nulla. Sull’anima il segno si sentirà per molto più tempo. È dentro che sente il bruciore più intenso.

Aveva percepito l’ostilità dell’uomo, si era accorta subito di essere in pericolo, infatti, aveva lasciato la porta spalancata e questo l’aveva salvata da danni maggiori. Ai primi rumori sospetti, il raschiare della sedia che cadeva, la voce e il tono dell’utente, Duilio, una guardia armata sveglia e grossa, era accorso e tutto si era risolto immediatamente, sgonfiato come un palloncino bucato, accartocciato come una foglia secca gettata nel fuoco.

L’uomo si era fatto piccolo di fronte al metro e novanta di Duilio, poi era scomparso attraverso la porta. La guardia non aveva perso tempo e lo aveva fermato in portineria.

-Tu non vai da nessuna parte. Poi aveva chiamato il pronto intervento.

Cate, o meglio la dottoressa Caterina Rossini, medico specializzando, era rimasta attonita nello studio, con la mano a coprire il segno dello schiaffo ricevuto, come fosse una cosa vergognosa da mostrare, nemmeno fosse stata colpa sua.

Tutto per una ricetta di farmaci che lei non era autorizzata a rilasciare, tutto per l’arrogante e ignorante supponenza del cafone che si era trovata davanti.

Non voleva piangere, mostrarsi debole ma ora sembrava non poter controllare la reazione del suo corpo. Aveva chiamato il collega medico in reparto, questi le aveva controllato la ferita, poi era scesa negli spogliatoi a darsi una rinfrescata.

Non sentiva dolore e anche ora, che si guarda allo specchio, capisce che il danno è minimo ma il collega e Duilio l’avrebbero convinta a sporgere denuncia.

Quello che le fa male ora sono le parole che l’uomo le ha rivolto dopo averla schiaffeggiata.

-Se non mi scrivi quella ricetta ti vengo a trovare a casa, so chi sei lesbica di merda!

Mentre un'altra lacrima scende, seguendo il percorso bagnato delle prime, ripensa all’università, alle notti insonni a bere caffè a litri, agli esami impossibili da passare davanti ai vetusti baroni, ai sacrifici economici quando la borsa di studio non copriva le spese, e tutto questo per arrivare qua, turni di dodici ore notturne, in balia del primo idiota pronto a minacciare e a passare alle vie di fatto.

Cate sentiva la rabbia montare dentro e quelle parole “lesbica di merda” bruciare come se fossero state marchiate a fuoco sulla sua pelle.

Che cosa importava agli altri come lei aveva scelto di vivere? Come si era permesso quello, che credeva uno sconosciuto, di fare quell’intrusione nella sua sfera privata, di esprimere in quel modo banale e orribile il suo orientamento sessuale?

Lesbica di merda.

Come avrebbe potuto raccontare a Patrizia, la sua compagna, senza che questa avrebbe preteso di sapere nome e cognome di quell’essere meschino?

Il loro rapporto era basato sulla completa sincerità e Cate non voleva comprometterlo. Ma aveva anche paura della reazione della compagna.

Patrizia era istruttrice di Tai Boxe e una volta, in un bar, aveva appiccicato al muro un tizio, solo perché si era permesso una battuta fuori luogo. Questa volta Patrizia non avrebbe fatto passare liscia l’aggressione, sapendo che dopo la denuncia non sarebbe accaduto nulla.

Cate si lava la faccia e si aggiusta la coda scompigliata di capelli. Torna su, ora saranno arrivati gli agenti e vorranno chiederle com’è andata. Faranno il verbale e tutto si chiuderà.

Ma niente si chiuderà per lei, né il ricordo dello schiaffo, né le parole dell’uomo.

Sarebbe tornata a casa con il cuore gonfio di sentimenti nuovi e dolorosi, sarebbe tornata a coprire i turni in guardia medica con la certezza che prima o poi si sarebbe ripetuto un incidente simile, con lo stesso uomo o con un altro, il mondo era pieno di questi vermi su due piedi.

E lei? Come doveva considerarsi?

Non abbastanza grave da essere una vittima, non abbastanza medico da imporre la propria decisione, non abbastanza donna da avere un marito… come la vedeva il mondo?

Cate, finito tutto, mette il cappotto e si affretta verso casa.

Non le importa di come la vede il mondo e questo pensiero le dona una forza fresca nelle gambe. Non le interessa di com’è stata chiamata da quell’uomo.

È un problema degli altri non riuscire a capire e ad accettare il prossimo, non suo.

Vuole solo tornare a casa dal suo amore.

Vuole solo farsi abbracciare addormentarsi e dimenticare lo schifo che c’è nel mondo.

Fare una doccia bollente e togliersi il fango che abbonda nelle vite degli altri e che a volte, malauguratamente, questi ti schizzano sulle gambe.

Cate osserva il sole che spunta e avverte che il bruciore di quelle lettere sta velocemente scomparendo.

Lei ora è solo Cate e a casa c’è una donna che la ama così com’è.





sabato 21 gennaio 2023

Beatrice sulla montagna

 






Eh… uno, eh… due, eh… tre, respirate, mantenete la posizione, eh… cinque,

Dici bene tu, pensa Beatrice, mentre suda e cerca di non tremare troppo. Devo smettere di buttare giù tutti quei dolci, pensa anche osservando i propri fianchi. Guardala, l’insegnante, col suo fisico perfetto, che conta e parla come se niente fosse, mentre esegue perfettamente l’esercizio.

Non che Beatrice lo faccia male, ci mancherebbe, in fondo è la più giovane del corso.

La media delle altre donne, lei esclusa, sarà sui sessantasei a essere generosi.

E Becka, come si fa chiamare la giovane allenatrice è lì che non suda nemmeno e sembra sempre avvolta da un manto di grazia e leggerezza profumata.

Le altre donne la adorano e anche Beatrice un poco ma l’invidia pure…

Becka si percorre dodici chilometri di curve, a cavallo della sua Yamaha 250, e come si deve divertire a fare quelle curve, perché arriva sempre con i capelli scompigliati dal casco e un sorriso radioso.

Almeno lei, finita la lezione, se ne ritorna giù con la sua moto, pensa Beatrice con amarezza, ed io rimango qua su questa montagna…

La montagna di Beatrice è in verità un’altura di cinquecento metri, un paesino di millequattrocento abitanti, case antiche circondate da vigneti e terreni agricoli, in gran parte abbandonati.

Stava per lasciarlo quel paesino, qualcosa come nove anni prima, in un'altra vita, poi a essere lasciata era stata lei stessa, dal fidanzato storico che aveva scelto di andare via senza di lei.

Forse si era trovata una col fisico di Becka o si era sposato con una di città, ma queste cose non la riguardavano più.

Beatrice aveva ventitré anni all'epoca, e sognava un matrimonio e una bella casetta ma si era ritrovata con i suoi genitori che l’avevano riempita di affetto e attenzioni e via via che passava il tempo anche di lavoro e bisogni.

I bisogni dei genitori, sempre più anziani, le avevano fatto dimenticare la delusione sentimentale e ora le occupavano quasi interamente le giornate, sempre più pesanti, sempre uguali.

Beatrice non si era sentita di lasciare soli suo padre, ormai completamente sordo, e la sua mamma, dopo che questa aveva avuto l’ictus e ora si ritrovava a cucinare per loro, ad aiutarli a vestirsi e a lavarsi e a farsi mettere a letto la sera, come se fossero i suoi bambini.

Per di più il paese, oltre all’enorme chiesa barocca, sulla sporgenza più alta della collina, col grande piazzale soleggiato, ritrovo delle chiacchiere e dei pettegolezzi domenicali, a un agriturismo che portava un po’ di vita dei fine settimana, a un paio di bar con rivendita di giornali e un piccolo bazar, altro non offriva.

La corriera delle diciannove e trenta portava in città i pochi giovani che non avevano ancora la patente e quella di mezzanotte e trenta li riportava nelle loro camerette, moderni cenerentoli che presto avrebbero irrobustito le ali e spiccato il volo verso altri lidi.

Beatrice ogni tanto sognava di incontrare uno sconosciuto, arrivato sulla montagna per amore dell’avventura, che l’avrebbe vista e incantato, le avrebbe proposto di seguirla per il mondo, poi sentiva un rumore da basso e smetteva di sognare a occhi aperti per correre giù e controllare che i vecchi non si fossero fatti male.

Al termine della lezione Becka si avvicina e le chiede:

-Cosa ti succede oggi, Bea? Sei stata tutto il tempo da un'altra parte.

-Niente, Becka, solo un po’ di stanchezza…

La giovane trainer le sorride. Vorrebbe entrare in confidenza con quella donna, ma Beatrice è una montagna che non si lascia scalare facilmente.

Poi Beatrice si gira e per una volta si lascia andare:

-Sai, è da tempo che vorrei chiederti una cosa…

Becka appare lieta di quell’apertura.

-Cosa, cara?

Beatrice non è sicura di quello che sta per dire, non è vero che è una richiesta maturata da qualche tempo, le è venuta solo alla fine di questa lezione.

-Non so se posso… mi porteresti a fare un giro in moto?

Lo dice mentre arrossisce, ma ormai è cosa fatta. Il bisogno di correre con il vento sulla faccia, di provare quel brivido di libertà che la giovane deve conoscere così bene, le ha fatto superare l’imbarazzo.

Becka le sorride e le offre di portarla a mangiare qualcosa giù in città. Poi la riaccompagnerà a casa dopo pranzo.

Beatrice sa che dovrà sistemare i suoi genitori prima del solito ma a loro non darà fastidio e così accetta, frenando a stento l’eccitazione.

Certo, dopo tornerà alla sua montagna ma almeno per oggi avrà provato un momento di gioia, un brivido di nuova vita che non si concede da tanto.

-Allora ci vediamo tra un’ora, la saluta l’insegnante di ginnastica che ora è diventata anche la sua amica.

Beatrice torna a casa per le sue incombenze.

Ma oggi, diversamente dal solito, si trattiene a stento dal mettersi a correre.

 





sabato 14 gennaio 2023

Con la mano sinistra

 






Arianna si asciuga una lacrima, apparsa all’improvviso sulla guancia sinistra.

Non vuole piangere, non più.

Ma quella goccia d'acqua salina è sprizzata fuori senza chiedere il permesso a nessuno.

Nella sua testa sente rimbombare l’eco della voce di sua madre, che le grida:

Hai sempre fatto le cose con la mano sinistra, non possono che uscire cose tinte, sbagliate!

I pochi ricordi che ha, fin dalla prima elementare, sono della maestra che verga con la penna rossa gli errori e la guarda severa da dietro gli occhiali spessi e di sua madre che le urla addosso quella frase stupida sul fare le cose con la mano sinistra.

I segni a penna rossa sono ancora lì, incisi con mano pesante, quasi a tagliare la carta del quaderno, scolpiti nel profondo della sua anima.

I quaderni li ha conservati tutti e anche i brutti ricordi.

Li ha tenuti perché ci sono anche voti alti, sette, otto e nove, perfino qualche dieci, quando si usavano i numeri per misurare la performance scolastica, come si direbbe oggi, e pieni zeppi di giudizi sintetici come buono, eccellente e anche ottimo, quando si era passati, per una delle tante riforme, alla valutazione con gli aggettivi.

Ha tenuto quei quaderni perché sono la prova dei suoi successi scolastici, oltre che dei suoi fallimenti.

Sua madre vedeva appena i bei voti, scritti a penna blu con una grafia svolazzante e volutamente leggera, quasi a voler rimarcare il carattere effimero del buon risultato. Guarda che ti aspetto al varco, alla prima occasione, quando tornerai a fare le cose con la mano sinistra, come dice tua madre, ho qui pronta la penna rossa e la grafia tornerà a essere pesante!

Quanti anni ha passato Arianna, con questo tormento, e quanti pianti serali le hanno fatto compagnia, quando si addormentava esausta dopo avere inzuppato il cuscino con le sue lacrime.

Arianna è cresciuta con quel tormento.

Quando il primo acerbo amore, durante l’adolescenza, l’aveva piantata in asso senza un motivo, lei aveva sofferto, come soffrono tutti gli adolescenti alle prime cotte giovanili. A peggiorare le sue sofferenze ci si era messa la madre, che senza pensarci due volte l’aveva accusata di aver scelto lo zito sbagliato, un perdigiorno, bello e inutile. Lei sapeva che l’avrebbe fatta soffrire e la colpa era tutta di Arianna che, come il solito, si era scelto quel ragazzo pescandolo con la mano sinistra.

Così Arianna aveva capito che sarebbe stato tempo perso lasciarsi correre dietro dai maschi, aveva finito per indossare un paio di occhiali, i più brutti che aveva potuto scovare, e si era tuffata sui libri, trovandone consolazione e appagamento.

Non le importava l’opinione delle altre studentesse né quella dei ragazzi che la umiliavano, pur guardandola di nascosto, quando si accorgevano della sua bellezza dietro gli orrendi occhiali.

Era andata all’università, pur osteggiata dalla madre che non si poteva permettere quel costo, e se l’era pagata con le borse di studio. A ogni esame superato brillantemente l’anziana donna, si limitava ad annuire e se ne tornava a stirare montagne di panni di persone benestanti e a ogni esame non riuscito bene ripeteva stanca la solita litania sul fare le cose con la mano sinistra, compreso lo studio.

Le cose non cambiano, pensava Arianna, con amarezza e intanto si era laureata con merito e aveva trovato un lavoro part time in un ufficio di commercialisti.

Ma la sua passione erano e sarebbero sempre stati i libri.

Oggi Arianna si è affrancata dal suo passato, è libera dalle catene del giudizio e non ha paura di sbagliare, ha imparato che le cose si possono fare con entrambe le mani ma che la differenza tra successo e fallimento oltre alle mani, la fanno testa e cuore.

Questa mattina, dopo un anno esatto dall’inizio, ha finalmente terminato di scrivere il romanzo che da tanti anni le girava per la testa, senza che lei trovasse il coraggio di cominciare, un giorno si era finalmente seduta davanti alla tastiera ed era stato semplice mettere le parole in fila.

Era stato faticoso, certo ma anche liberatorio e soprattutto bellissimo.

Era stato come fare un viaggio dentro se stessa e riscoprire posti dimenticati.

Oggi è arrivata al termine.

Ha scritto la parola “fine” usando solo l’indice della mano sinistra, dopotutto lei è mancina e ha smesso da tanto di preoccuparsene.

Si asciuga la lacrima che è solo di commozione, salva il lavoro e spegne il computer. Va in bagno a guardarsi allo specchio.

Toglie gli occhiali e vede riflessa una bellissima donna che le sorride.

Pensa che sia ora di passare alle lenti a contatto.

Poi, mentre continua a sorridere, spegne la luce ed esce da casa.