sabato 15 febbraio 2025

A passo lento

 






-Cos’hai oggi? Mi sembri giù di corda.

Iacopo guarda l’amico attraverso il calice di Spritz e ghiaccio e si diverte un poco a vederlo colorato di arancio. Anche di quel colore all’amico non sfugge niente, pensa.

-Hai finito di osservare il mondo attraverso il bicchiere e mi racconti cosa non va?

Iacopo apprezza i modi sbrigativi dell’amico, lui non è mai riuscito a essere così diretto, così incisivo. Lui è uno che la prende larga, che riflette. È sempre stato quello che pesa le parole, che predilige la diplomazia. Ha bisogno di qualcuno che ogni tanto gli dia una pungolata e non stia troppo a tergiversare.

-Solite cose, problemi di lavoro…

-Iacopo finiscila, i problemi di lavoro non esistono!

-Che cosa stai dicendo Willies! Non è così bravo Iacopo a recitare la parte del fratellino Arnold nella famosa sit-com americana ma ci prova ugualmente.

-Semplice, dico che sul lavoro si cercano le soluzioni. Quando queste si trovano, il problema scompare. Quando non si trovano, si continua a lavorare su ipotesi risolutive finché non è dimostrato che la soluzione non esiste e allora si passa a qualcos’altro e quel problema scompare.

-Mi sembra molto orientale la tua filosofia…

L’amico ignora Iacopo e continua.

-L’unico problema che esiste nelle organizzazioni lavorative è quello che nasce dalle relazioni umane, dai rapporti tra le persone. Invidie, gelosie, comunicazioni distorte o ambigue, leader ufficiosi, capi inadeguati, dispetti puerili, relazioni sentimentali, molestie e altre amenità del genere.

-Mi sembra che tu stia semplificando troppo…

-Certo, mica abbiamo tutto il giorno, dopotutto ho quasi finito il mio Spritz, quindi o ne ordiniamo un secondo o la discussione termina qua.

Compare dal nulla il cameriere e ordinano il secondo giro.

I due giovani gustano e sorseggiano in un silenzio che parla di approvazione. Forse una gradazione alcolica eccessiva ma nessuno dei due si lamenta.

Iacopo si sforza di spiegare.

-Mi sembra che si vada a diverse velocità. Ho la sensazione, anzi la certezza, che si siano formati sottogruppi che non comunicano tra loro e che questo generi contrasti interni.

Iacopo guarda l’amico finché questo non si decide a parlare.

-Non crederai davvero di poter risolvere da solo tutti i problemi di un’organizzazione? Fammi il piacere, finisci il tuo aperitivo e non ci pensare. Sarebbe più facile travasare il mar Ligure nel bacino Adriatico usando un bicchierino di carta!

-Tu quindi, come la vedi?

-Hai presente i gruppi di cammino?

-Noi siamo andati tante volte a camminare off road…

-No, Iacopo, stammi a sentire. I gruppi di cammino sono un'altra cosa, deve esserci un leader aiutato almeno da altri due facilitatori. Il leader si mette in testa e tiene il passo adeguandolo a quelli più allenati e veloci, il secondo sta nel mezzo a controllare il passo di chi segue e il terzo chiude il gruppo prestando attenzione che non si perda nessuno lungo il cammino...

Iacopo sembra perplesso.

-Questo però non impedisce al gruppo di disgregarsi e frammentarsi.

-Vedi Iacopo, il leader deve tenere presente due cose. Per primo: che chi resta nel gruppo di mezzo non si senta secondo e meno importante di quelli che guidano e sono più veloci e resistenti e che quelli nel gruppetto di coda non si sentano mai abbandonati. Secondo: è fondamentale che tutti conoscano in anticipo il percorso che si vuole fare e la meta da raggiungere, in questo modo nessuno ha bisogno di vedere chi è davanti per trovare la strada. Inoltre ha dietro un facilitatore che lo incoraggia a proseguire fino all’arrivo andando alla sua velocità che, anche se è lenta, per qualsiasi ragione, è quanto di meglio possa fare.

Iacopo guarda l’amico come se lo vedesse per la prima volta.

-Mi stai dicendo che non è un problema se si va avanti a diverse velocità?

-No ma solo se tutti sanno bene e hanno condiviso dove si sta andando. E per di più, a mano a mano che il gruppo cammina assieme, quelli che sono più veloci e che in un primo momento tendevano a voler primeggiare, finiscono per senso di responsabilità, ad aiutare chi va più lentamente.

Iacopo ora sorride, mentre continua a osservare il cielo arancione dietro il vetro del proprio bicchiere.

-A cosa pensi ora, Iacopo?

- Che forse hai ragione, non c’è niente di male a procedere ognuno alla velocità che si vuole quando è chiara la meta.

Finiscono l’ultimo sorso.

-E ora, cosa pensi di fare?

-Penso che continuerò a procedere come ho sempre fatto, a passo lento e misurato.

I due si salutano, si alzano e lasciano le loro sedie e Iacopo si dirige verso casa.

Come sempre.

A passo lento.





sabato 1 febbraio 2025

La mia armonica

 





Ho un’armonica a bocca ma non la suono mai.

Prende polvere nel cassetto, sotto le calze e quando lo apro, faccio finta di non vederla.

Credo sia in tonalità di DO ma non ne sono sicuro. Quello di cui sono sicuro è che la suonerei tutte le sere, se vivessi in un altro dove e in un altro quando.

E mi piacerebbe, quanto mi piacerebbe.

Me ne starei seduto sul porticato di legno davanti casa, a godermi il fresco e a guardare la luce del giorno che lenta lascia spazio al nero della notte, passando per tutte le tonalità dell’arancione, del viola e del blu.

Farei risuonare la voce aspra dell’armonica e farei abbaiare i cani dei vicini.

Guarderei la polvere della giornata, depositarsi lenta sulla strada e sui cespugli. Farei cigolare la sedia a dondolo per interrompere quello scricchiolio e il suono dell’armonica solo per sorseggiare il rum contenuto nel bicchiere scheggiato poggiato sul pavimento.

Lo so, è la classica visione romantica dei primi coloni nei territori del west, che tanti film ci hanno proposto ma che ci volete fare, Sergio Leone impera nell’inconscio collettivo e non solo lì.

La mia armonica.

Vorrei averla se vivessi nel diciannovesimo secolo in una cittadina fondata dove prima c’erano solo prateria e bisonti e rapaci arrivati dalle vicine montagne in cerca di cibo.

Naturalmente vorrei anche avere una colt calibro quarantacinque sei colpi nella fondina e una carabina Winchester, poggiata sulla parete di casa, proprio alle spalle della sedia a dondolo, una discreta assicurazione sulla vita in un posto dove mancano molte cose ma soprattutto è assente uno sceriffo.

Perché una cittadina porta tante cose, una ferrovia in costruzione, luoghi di ristoro, scambio e commercio tra le persone, affari. E porta tanti soldi. E i soldi portano anche ladri e truffatori. Gente cui piacciono l’alcool, le donne, il poker e soprattutto piacciono proprio i soldi, tanti, fatti senza dover passare la giornata a sudare vangando e zappando il campo o trasportando merce pesante sulla schiena.

Le strade fangose, le costruzioni di legno che presto saranno banche, alberghi e mercati e saloon attirano le persone come il miele fa con le mosche e la ferrovia, appena terminata, trasformerà questo piccolo agglomerato di contadini in una città viva e fiorente.

Meglio essere armati, non c’è dubbio.

Mi rendo conto di stare raccontando una serie di luoghi comuni che tutti conoscono e hanno ben presente a causa dei film, dei romanzi, dei telefilm come si chiamavano una volta e delle serie televisive, come si chiamano oggi.

Tutti abbiamo ben presente l’immagine del pianista del Saloon, con i suoi occhialetti tondi da miope, chino sulla tastiera a leggere spartiti e a evitare bicchieri volanti e proiettili vaganti. Tutti abbiamo sognato la bellissima ma poco raffinata e pure avanti con gli anni maitresse, avanzare provocante e procace con una sottile sigaretta fumante stretta tra le dita guantate. Tutti conosciamo il barbiere del posto, con lacci a reggere le maniche della camicia bianca che alterna con eguale destrezza rasoi da barba a pinze cavadenti e tutti abbiamo ben presente il tizio vestito di nero che passa a prendere le misure a clienti senza più un alito di vita, riconosciamo il gringo messicano dal sombrero e dal poncho, sappiamo che un fazzoletto davanti alla faccia serve a non mangiare la polvere durante una galoppata ma è buono anche per assaltare e rapinare una diligenza.

Sappiamo bene quando il baro sta per tirare fuori l’asso dalla manica, lo tradisce un guizzo del muscolo facciale e capiamo in anticipo quando il pistolero sta per premere il grilletto in un duello. Conosciamo il suo sguardo, lo leggiamo nei suoi occhi.

Ecco perché mi piacerebbe essere armato.

Quello che non mi spiego è perché dell’armonica.

Forse perché non posso fare a meno della musica e di uno strumento che possa riprodurla, anche in un posto così duro.

Forse perché penso che sia questo a distinguerci nel mondo animale tra le altre mille caratteristiche che al contrario rendono gli animali migliori di noi.

Forse perché vorrei vivere in un luogo che mi permettesse di suonarla seduto sul porticato di casa invece di trascorrere le serate a inebetirmi davanti uno schermo.

Tutte queste cose, di certo.

Allora meglio smettere di sognare.

Vado in camera, apro il cassetto.

Tiro fuori l’armonica dalla custodia.

Mi verso un dito di rum.

Mi siedo sulla sedia a dondolo e soffio nello strumento.

I cani del vicinato iniziano il loro concerto.




domenica 12 gennaio 2025

L'uomo che sapeva le cose

 





Cima sghemba non è il vero nome della montagna, anche se tutti la chiamano così da sempre.

L’ultimo paese, prima che la strada asfaltata si trasformi in una sterrata pietrosa, è costituito da una manciata di case, sparpagliate sul versante come formaggio sulla pasta.

È lì che vive Hidalgo, da sempre stando alla memoria storica dei paesani. Dal dopoguerra raccontano i pochi altri anziani. Nel paese sono quasi tutti anziani ma qualcuno lo è di più.

Hidalgo è una specie di eremita, che si fa portare le scorte di cibo e se le fa lasciare nel capanno del giardino. Paga tramite la banca e sembra non avere contatti, che non siano occasionali, con altri esseri umani da anni. In giro si dice che era un nobile portoghese, scappato dal suo paese durante o poco dopo la guerra per non essere arrestato dopo un duello a fuoco finito male. Per l’altro, ovvio.

Qui in giro è conosciuto come l’uomo che sa le cose.

Seppe dire dove si erano perse le gemelle di sette anni, sottratte alle attenzioni della madre durante una gita nei boschi. Le avevano cercate ovunque ma non dentro la grotta dove si erano nascoste, spaventate dai versi degli animali, e qualcuno era salito alla cascina di Hidalgo pensando che l’uomo potesse indovinare il posto.

Seppe raccontare dove si era rifugiato l’ex assessore, fuggito con il tesoretto del comune, e pensionato temporaneamente con un documento falso, da un affittacamere con pochi scrupoli, sul lago d’Orta. Lo avevano ritrovato i carabinieri mentre si radeva la barba e sperava di attraversare il confine con la Svizzera.

Aveva rivelato che il giovane garzone scomparso da qualche giorno, non era scappato con la fornaia del paese vicino ma si trovava, cadavere, nel canale dietro la falegnameria, cadutoci dopo l’incidente sul lavoro e in cui era morto dissanguato.

Naturalmente gli scettici non credevano alla capacità del vecchio di conoscere le cose ignorate dagli altri e lui non aveva il minimo interesse a fare sì che gli altri credessero.

Un giorno il mio amico Giovanni andò a bussare alla porta di Hidalgo.

Giovanni era triste e disperato. La madre era ammalata e i medici volevano tentare una nuova linea di chemioterapia e chiedevano il consenso. La donna soffriva e lui non sapeva cosa fare.

Sulle prime Hidalgo era restio a far entrate il mio amico, poi decise di ascoltarlo.

La casupola, che sembrava in pessime condizioni vista dall’esterno, dentro era riscaldata da un bellissimo camino. Le pareti erano ricoperte da libri e mappe geografiche. Sul tavolo di legno massiccio c’erano una tazza piena di latte e un pesante tomo di astronomia.

Giovanni restò sorpreso ma opportunamente non fece commenti.

“Sono qui perché mia madre è grave, lei forse non è a conoscenza della cosa.”

“In questo posto sono poche le cose degli altri che non conosciamo.” Rispose Hidalgo tranquillo, riprendendo a sorseggiare il suo latte.

Giovanni prese a raccontare tutte le fasi della malattia che sua madre si portava addosso ormai da più di un anno. Poi gli spiegò quello che avevano proposto gli specialisti dell’ospedale in città.

“Io non voglio che muoia.”

“ Quello che vuoi tu non è importante, quello che vuoi tu non conta più di una cacca di mosca!”

Giovanni sgranò gli occhi per lo stupore, mai si sarebbe aspettato una risposta simile. Poi il vecchio riprese a parlare.

“ Vedi, quello che è importante è la volontà della persona interessata. Gli esseri viventi non possono tollerare, sentono come un’aberrazione, lo stato di malattia. Il corpo fa di tutto pur di liberarsene, finché non ci riesce, mettendo in campo qualunque strategia, utilizzando ogni risorsa. E per liberarsi da una malattia, per quanto grave, ci sono solo due modi: guarire o morire.”

Giovanni ora era atterrito dall’affermazione del portoghese.

“Sì, ma io non voglio, non accetto che mia madre morirà…”

“Quello che tu vuoi, che tu sei in grado o meno di accettare è un problema tuo, che ti suggerisco di affrontare prima e meglio possibile, non suo. Che tu accetti o no non cambierà le cose. Fai in modo di lavorare su te stesso e provvedi a che lei non debba soffrire più del necessario e che il suo ultimo tempo su questa terra sia sereno e agevole.”

“Come?”

“Come non posso dirtelo io, ognuno trova il suo modo. Qualcuno studia, altri parlano con specialisti, chi prega. Tutto quello che ti occorre per vivere nella maniera migliore ogni fase della vita, è ben accetto.”

Hidalgo si mise in piedi.

Giovanni capì che quello era un commiato.

Mentre salutava e usciva dalla casa del portoghese, per non ritornarvi più, era stato pervaso da una sensazione che subito aveva scambiato per delusione.

Questo sarebbe l’uomo che sa tutte le cose? Non mi ha detto molto, anzi non mi ha nemmeno saputo dire se mia madre ce la farà…

Poi la sera ebbe modo di riflettere.

E capì che non era quello il punto.

Avrebbe trovato la forza, da qualche parte avrebbe trovato il coraggio e, grazie alle parole di Hidalgo, avrebbe provato a essere un buon sostegno per la madre malata.

Nessuno poteva sapere tutte le cose. Nemmeno un vecchio portoghese.

Dopo qualche tempo la madre di Giovanni ci lasciò. Qualcuno mi disse che negli ultimi mesi la donna ebbe molte occasioni per sorridere e a volte rise di gusto.

Il mio amico aveva trovato il modo.

Forse il vecchio portoghese non sapeva tutte le cose, ma molto sì. 









martedì 31 dicembre 2024

Ti auguro...

 





Ti auguro tante cose,

una giornata di sole quando hai voglia di stare fuori,

una coperta calda quando tremi di freddo,

la voce di un amico se ti senti solo,

il pieno fatto e l’autostrada libera,

che arrivi l’intuizione quando ti manca la parola,

che la tua ironia non sia irriguardosa, che non manchi mai la sensibilità,

che un estraneo ti mantenga aperta la porta, che le auto si fermino quando sei sulle strisce,

che un bimbo sconosciuto e distratto ti prenda la mano per poi scappare imbarazzato dalla mamma appena si accorge,

che tu possa cantare a squarciagola sotto la doccia, ululare alla luna come fanno i cani o i matti,

che una persona mai vista prima ti sorrida, libera e senza alcun altro fine,

che il vento ti porti profumo di fiori, che la pioggia incoraggi il tuo raccoglimento,

che tu non smetta di stupirti ogni volta che rivedi il mare,

che tu possa sentire il canto delle cose invisibili e che la sua melodia t’inviti a restare in contatto con l’universo,

che ti offrano un caffè quando ne hai più voglia, che una canzone ti carezzi l’anima, che le tue lacrime siano di gioia,

che ti possa inebriare il suono di un pianoforte,

che gli amori passati ti schiudano un sorriso, quelli attuali ti colmino la vita e quelli futuri ti strapazzino il cuore, che tu sappia riconoscere il bello che la vita ti concede,

che ti sia facile dire grazie e dire scusa, che tu possa prendere sonno come fanno i bambini.

Tutte queste cose ti auguro e auguro a me stesso.

Non tutte assieme, che non portino il caos, ma un po’ per volta, un giorno dopo l’altro, proprio com’è abituata a fare la vita anche quando siamo distratti e non ce ne accorgiamo.

Che torniamo a essere in grado di accorgerci delle cose buone che ogni giorno riempiono i nostri minuti.

Ecco il mio augurio,

non perché è un anno nuovo ma perché è sempre un nuovo giorno.






Giorgio P.


martedì 24 dicembre 2024

Cos'è il Natale?

 

 



Siamo arrivati al 24 dicembre.

Come ogni anno ci arriviamo pieni di frenesia, con il timore di avere dimenticato qualche regalo, e abbiamo paura che non ce la faremo a digerire antipasti, lasagne al forno, arrosti e panettoni.

Ma al di là delle nostre paure e dei nostri timori credo sia un bene ricordare una cosa.

Il Natale è stato, è e resterà, una festa religiosa.

Con buona pace dello stato laico. Con buona pace di chiunque non ricordi o peggio, non accetti questa particolare visione. Presi dagli acquisti, rapiti dalle luci colorate e dai babbi natale (sia quelli vivi che girano per le strade, sia i pupazzi appesi ai balconi), con la carie che incombe per il troppo torrone e il colesterolo ai massimi livelli per le besciamelle e gli zabaglioni.

 

 Il Natale resta una festa religiosa per chi la vuole trascorrere così, lontano dai rumori delle canzoni celebrative e dalle file nei supermercati, in silenzio e in raccoglimento, non per forza dentro le mura di una chiesa ma anche o soprattutto, in meditazione con se stesso, ascoltando il silenzio eloquente che come sempre proviene senza interruzione dalle cose invisibili.

Resta l'occasione, questa per tutti, di sperimentare che si può provare a essere persone migliori, che si può tendere al bene qualunque sia la credenza, qualunque sia la religione, qualunque sia la propensione alla spiritualità che ci spinge a vedere le cose in un modo piuttosto che in un altro.

Resta un momento di particolare atmosfera, qualcuno la chiama magia, in realtà è la volontà diffusa di provare a essere brave persone, cosa ammirevole in questo periodo natalizio, ancora di più tutti i giorni dell'anno.

Buon Natale a tutti.

25 dicembre 2024



giovedì 21 novembre 2024

Lezioni d'autunno

 





Nessuno è disposto a prendere lezioni.

Quantomeno tra pari.

Oggigiorno pochissimi adulti sono abbastanza aperti, abbastanza umili, abbastanza intelligenti da capire (e accettare) la semplice verità che si può sempre imparare qualcosa da un'altra persona.

Forse è per questo che i bambini imparano. Si dice che i bambini siano delle spugne, certo che è così, è un fatto innegabile ma forse lo sono perché inconsciamente hanno la contezza che l’insegnante di fronte ne sa di più di loro.

I bambini sono dei sapienti senza saperlo.

Tra adulti, questa sapienza ce la siamo persa.

A tutto questo pensa Giosuè, mentre calpesta le foglie gialle e marce del vialetto.

In realtà non si tratta di un vialetto ma di una pista ciclopedonale e a quest’ora della sera è deserta. Chi uscirebbe per una sgambata o anche una pedalata, una sera d’inverno, buia e nebbiosa, come stasera che ci saranno due gradi se va bene.

Ma Giosuè cammina perché ne ha bisogno, camminare gli fa bene, lo aiuta a schiarire i pensieri, a ripulirli, soprattutto quelli bui e sporchi.

Non si cura del freddo né del dolore alla guancia. Dovrà andare dal dentista a farsi vedere il molare che balla ma non stasera. Stasera per prima cosa deve sistemare i suoi pensieri.

Certo che il freddo disturba e un po’ li fa tremare, i pensieri cattivi, anche se tremare, lo facevano già prima ma di rabbia, di rancore e desiderio di vendetta.

Ma si può prendere un pugno in piena faccia per avere conteso un parcheggio? Si può essere così poco umani anzi, per nulla umani?

Le foglie calpestate sono molli di umidità e Gioele ha la sensazione di camminare su un tappeto molto morbido e così facendo gli si ammorbidiscono anche i pensieri, proprio come desiderava.

L’essere umano tocca vette altissime, pensa Giosuè, e non può fare a meno di sorridere ricordando quando all’università studiò i filosofi e i grandi della storia, Russell, Kant, Schopenhauer, Voltaire…

Ma raggiunge anche abissi spaventosi.

La supremazia del branco, l’ordine gerarchico, l’affermazione sessuale per la continuità della specie, la difesa del proprio territorio (anche un parcheggio…), tutte cose che ereditiamo dal mondo della natura, vero, ma oggi è così rilevante usare la forza fisica e imporsi sui pari per sopravvivere? Evidentemente per qualcuno è ancora così e secoli di storia non hanno portato a niente, e non solo perché non si è stati attenti a scuola!

Perso nei suoi elevati pensieri, Giosuè non sente arrivare alle spalle un uomo sul monopattino, che sfreccia ad alta velocità e lo supera. Fatti cinquanta metri il monopattino slitta sulle foglie e l’uomo ruzzola a terra.

Allora Giosuè inizia a correre per soccorrere l’uomo e accertarsi che non si sia fatto nessun danno serio.

Quando è vicino pochi passi, l’uomo si alza con fatica e solleva le braccia davanti a sé, gridando brusco:

“Mi lasci stare, sto bene!”

“Guardi che io volevo solo essere utile…”

Giosuè è disorientato dalla reazione assurda dell’uomo, che ora sta spazzando via le foglie appiccicate alla sua giacca.

L’uomo bisbiglia qualcosa, sembrano delle scuse poco convinte. Poi disorienta maggiormente Giosuè, dichiarando:

“Lei correva. Credevo volesse farmi del male”

Poi si volta e si allontana sul suo mezzo.

Giosuè pensa che sia ora di tornare a casa.

E si rende conto anche un'altra cosa.

È per questo che attaccano. Per questo che sono così aggressivi.

Hanno paura.

Lo fanno per cercare di annullare la loro stessa paura.

E mentre torna a casa, ha un altro pensiero che lo allieta.

Avrò anche tanti difetti, chi non ne ha, ma non permetto alle mie paure di impedirmi di vivere.

E ripercorre il vialetto nel senso opposto con un sentimento di speranza nel cuore.

 

 

 




domenica 20 ottobre 2024

Ad alta voce

 





Sullo scaffale più alto, dietro ai libri

Ma che diavolo vuol dire? “Sullo scaffale più alto, dietro ai libri”

Francesco ci si stava rompendo la testa. Si era svegliato con quella frase che non lo lasciava. Forse era il rimasuglio sfilacciato di un sogno, forse. Ma forse no.

A casa sua non c’erano scaffali e i suoi pochi libri e i preziosi fumetti, se li teneva tutti in una scatola di cartone tra il comodino e la parete, per averli vicino quando dormiva. Decise che non aveva importanza, doveva solo aspettare e si preparò per andare a scuola.

A scuola il solito trambusto, Tizio lancia i gessi a Caio, Sempronio tira la treccia a Squinzia, non potendo sollevarle la gonna, Marzio il bidello grida isterico di entrare in classe, il professor Publio che arriva sbadigliando incurante di chiunque.

Francesco siede al suo posto e dà una gomitata al suo amico/vicino di banco e subito è ricambiato. La botta sulle costole gli fa sputare la gomma sulla schiena di Lucrezia che sta seduta davanti ma lei non si accorge.

Nessuno è intenzionato a cominciare la lezione, tantomeno il professore ma a un certo punto, forse per decenza tutti si mettono in attesa. Il brusio è forte, assume un ritmo e nella testa di Francesco assume la forma di un suono che presto diventa una frase: scieph… ap… are, sciepa… ap… are! Scendi a dare… scendi a mangiare… scendi a mangiare … scendi a mangiare!  Ecco cosa diventa, un imperativo. Scendi a mangiare!

Poi il prof batte le mani e lo schiocco riporta tutti alla realtà.

L’ora di storia per cominciare è quanto di peggio, pensa Francesco. La seconda gli sembra più leggera, ma solo perché la professoressa d’inglese ha promesso di portare in classe tv e lettore dvd per fare loro vedere un film in lingua.

“Dove trovo il DVD, prof?” Chiede Tullio, il secchione della classe.

Sullo scaffale più alto, dietro ai libri!” risponde la prof e a Francesco sembra di avere ricevuto una sberla in pieno viso. Eccola… questa è la frase del mio sogno!

Il film in inglese è di una noia mortale e invece di ascoltare le frasi in lingua madre, Francesco non riesce a togliere dalla testa quella litania: Scendi a mangiare!” come una canzone che si ascolta alla radio appena svegli e ricircola nella testa tutto il giorno.

A un certo punto Sempronio interrompe la trance di Francesco, chiedendo a pieni polmoni alla professoressa: ”Come si traduce grab my arm, madam, prof?”

La professoressa gli risponde senza nemmeno mettere in pausa. ”Afferri il mio braccio, signora!”

Afferri il mio braccio, signora.

Afferri il mio braccio, signora.

La giornata continua, indifferente.

Francesco termina la mattina in classe come si termina un minestrone poco appetibile, un boccone amaro dietro l’altro ma alla fine vuota il suo piatto e può tornare a casa un po’ nauseato.

In viale Augusto vede una piccola folla davanti alla fermata del tredici. Sulle strisce pedonali un sacchetto ha seminato una scia di mandaranci. Poco più in là una donna col cappotto verde se ne sta seduta sull’asfalto umido. Un soccorritore, sceso dall’ambulanza parcheggiata in fondo al viale, si china sulla donna e dal momento che questa sembra stare bene, la invita ad alzarsi, dicendole: ”Afferri il mio braccio, signora.

Francesco sente una piccola vertigine che però passa subito, e si avvia verso casa quasi correndo.

Apre con le chiavi, urla un saluto a sua madre in cucina e corre sulle scale verso il piccolo bagno attiguo alla sua cameretta. L’ha trattenuta anche troppo…

Mentre si lava le mani sente la voce della madre che grida: Scendi a mangiare!

Francesco è frastornato. Non è il primo giorno, va avanti così da settimane. Non vuole parlarne ma a casa conoscono il suo problema. Perché è così che lui lo vede. Come un problema.

Soprattutto dopo la telefonata di tre sere fa di sua madre alla sorella.

”Abbiamo prenotato la risonanza come ci ha indicato il neuropsichiatra, ma… sono così preoccupata, potrebbe essere qualcosa di grave… potrebbe essere…”

Sua madre singhiozzava e Francesco aveva ritenuto che non fosse il caso di origliare oltre. Anche se la cosa lo riguardava. Anche se lo specialista che l’aveva visitato lo aveva trattato come uno grande. Come un adulto.

Pensava che aveva voglia solo di prendere un sonnifero e di dormire per un mese. Non aveva più pazienza di ascoltare quelle frasi stupide e banali e chiedersi quanto tempo ci avrebbero messo prima di concretarsi ed essere pronunciate da chissà chi.

Minuti, ore.

Quell’attesa lo sfiancava.

Il giorno dopo non sarebbe andato a scuola. Era il giorno dell’appuntamento per l’esame.

Lavò i denti e andò a dormire prima del solito.

Era sicuro che non ci fosse nulla di magico in ciò che stava vivendo.

Mentre leggeva il suo fumetto, un altro fumetto gli esplose improvviso e vivido come un fuoco d’artificio davanti agli occhi.

”Non tema signora, vede è una lesione benigna e tutto si risolverà dopo l’intervento.”

Quel fumetto, quella frase, letta con gli occhi della mente, gli rese il sonno ristoratore e gli diede conforto e pace.

Rimaneva l’attesa.

C’era solo da aspettare che qualcuno la pronunciasse ad alta voce.

Che qualcuno la proferisse.

Alla fine, qualcuno lo avrebbe fatto.

E con quel pensiero, Francesco si addormentò.