lunedì 29 maggio 2023

La magia di Nadine

 





 



Una delle prime volte fu quel disegno.

Intendo una delle prime volte in cui ci fu il sospetto di qualcosa.



Che la bambina fosse dotata verso l’espressione artistica era chiaro a tutti.

Quella volta Nadine rubò i pennarelli del fratello maggiore e disegnò una donna vestita di blu con un braccio enorme e viola e l'altra mano che impugnava qualcosa di pesante. Poteva sembrare una pistola ma a guardare bene era chiaro, cosa fosse.

Un ferro da stiro.

All’epoca ci voleva un po’ di fantasia a interpretare i disegni di Nadine, dopotutto aveva solo due anni ma a quell'età altri bambini riproducono solo scarabocchi…

Nessuno ci fece caso e il ritratto finì senza tanti complimenti sulla pila degli altri, in cameretta. Marchino si riprese i suoi pennarelli e il disegno fu dimenticato.

Fino a quando quella sera suonò il campanello di casa e apparve la vicina in lacrime, con un panno a coprirle il braccio e un pacchiano vestito a fiorellini piccoli su fondo blu.

Spiegò di essersi ustionata stirando, che le faceva un male d'inferno e chiedeva di essere accompagnata in ospedale.

Fu Marchino che fermò tutti dicendo:

- Come nel disegno di Nadine!



Qualche anno dopo Nadine disegnò una donna, vestita di nero, con un velo in testa.

Lo porse a sua madre Gianna e disse:

- È la zia Giulia.

Giulia era la sorella minore di Gianna, che si mise a ridere, notando che sua sorella nel disegno indossava un abito da suora. Lo disse alla bimba.

- Ma hai vestito tua zia da suora?

Nadine si strinse nelle spalle facendo la faccia tipica da bimba che ha perso l’interesse per l’argomento.

Naturalmente Gianna non avrebbe riso, vedendo la sorella ritratta da suora se avesse potuto prevedere il futuro.

Nessuno ripensò al ritratto di Nadine quando, passati vent’anni, Giulia, poco prima del suo matrimonio, abbracciò la religione Islamica e finì per indossare l’Hijab tutti i giorni della sua vita.

A differenza di questo, altri episodi furono portati alla luce.

Come quando Nadine ritrasse Alberto, il cugino di mamma, circondato da tre sacchi al suolo che, come nei fumetti, erano marchiati da un’enorme $ ed erano inequivocabilmente pieni zeppi di banconote. Gianna conservò il disegno, come faceva anche con quelli di scuola, ma lo mise in un cassetto, sicura che sarebbe successo qualcosa. Suo cugino era senza una lira e faticava a trovarsi un lavoro.

Finì che Alberto si comprò un biglietto della lotteria e un mese dopo era su una spiaggia alle Maldive con la sua nuova fidanzata.

Gianna si spaventò moltissimo e chiamò Carlo, il suo ex e padre di Nadine.

- Dobbiamo parlare di nostra figlia.

Carlo e Gianna mantenevano rapporti più che civili, si sarebbe potuto definirli amici e spesso lo erano davvero ma quella volta Carlo la prese male e s’infuriò.

Sapere che Gianna reputava la figlia una specie di fenomeno da baraccone, anche solo avere pensato una cosa del genere, lo ferì profondamente e arrivò anche a mettere in dubbio la decisione di lasciarle crescere la bimba.



Gianna provò a far vedere i disegni che aveva conservato ma Carlo non volle guardare. Così non vide il disegno dell’albero sull’auto, eseguito due giorni prima che il vecchio platano in fondo al viale si staccò dalle radici malate per finire, sfondandolo, sul tetto della vecchia Fiat di famiglia. Non vide il disegno raffigurante una bimba in lacrime, con una conchiglia che usciva dalla narice, fatto il giorno prima che la piccola Beatrice, figlia dei vicini, fu portata al pronto soccorso della località marina, dopo essersi infilata una conchiglia nel naso, interrompendo drammaticamente le vacanze dei genitori.

Gianna aveva altri esempi ma Carlo a quel punto aveva eretto un muro e fu tutto inutile.



Una volta, il nonno di Nadine, durante una barbosa cena di Natale con tutti i parenti riuniti e dopo un paio di calici di Chianti, provò a raccontare che sua suocera aveva la capacità di anticipare i fatti ma fu malamente zittito dalla moglie che non sopportava di entrare nell’argomento, in quello specifico argomento, che riguardava sua madre e i suoi presunti poteri da fattucchiera.



Nadine crebbe e verso l’adolescenza smise di disegnare e anche se l’insegnante di arte la incoraggiava a proseguire non volle sentire ragioni. Nessuno poté capire se la sua capacità fosse scomparsa o no.

Gianna la osservava ogni giorno ma niente, Nadine diventò grande e non mostrò più alcuna dote straordinaria e alla mamma rimase il dubbio.



Oggi Nadine è diventata una bellissima ventenne e, stimolata da non si sa cosa, ha ripreso a disegnare. Anzi a dipingere.

Ha esposto qualche lavoro in occasione di un evento all’università e qualcuno l’ha notato.

Fra pochi giorni sarà inaugurata una piccola mostra in un atelier giù in città e in famiglia si è sparsa la voce.

Gianna e Carlo sono felici per la figlia e accorreranno, così come gli altri parenti.

A dire la verità Gianna era preoccupata e aveva chiesto a Nadine di poter vedere in anticipo le opere che avrebbero esposto ma la ragazza era stata irremovibile.

- Le vedrai assieme a tutti gli altri.



Per quanto mi riguarda, andrò all’esposizione, non sono un esperto anzi, distinguo a malapena un olio da una tempera ma questa davvero non voglio perderla.

Più che altro sono curioso.

Voglio vedere se Nadine ha incluso delle persone nei suoi dipinti, se ha ritratto qualcuno di conosciuto.

Vorrei proprio vedere se ci sono anch’io, in un quadro.



Vi consiglio di acquistare un biglietto, la ragazza ha talento.

Potrete ammirare di certo bellissimi disegni.

E non ha prezzo sapere se in qualche modo Nadine vi ha tenuto un posto nella sua magia.



Quasi, spero di esserci.







giovedì 25 maggio 2023

Miranda in catene

 






La sala d’attesa è quasi vuota. Succede alle sette del mattino. Più tardi pullulerà di esseri umani, ma non a quest’ora.

A quest’ora arriva poca gente, solo i prenotati per visite o test. Una signorina in camice bianco entra ed esce dalla porta numero venti e sorride ai presenti cercando di dissimulare il sonno.

Due pensionate confabulano strette ai loro cappotti, un uomo tira fuori un tablet e digita qualcosa sullo schermo. Una donna abbraccia il suo bimbo che le dorme addosso, sbavando sulla giacca.

Quasi subito tutti hanno un dispositivo elettronico in mano, comprese le due anziane.

Una coppia giunge dal lungo corridoio e si lascia cadere sulle cigolanti sedie di plastica blu. Lei ha un filo di rossetto, jeans e una camicetta bianca e lisa, lui con la barba ben curata, indossa una tuta di poliestere di una marca costosa.

I primi istanti li passano in silenzio a guardarsi attorno, poi attaccano a parlare.

Anzi, lui attacca a parlare.

È sgradevole e untuoso, ci tiene a non farsi capire perché utilizza un dialetto del sud, ma s’intuisce che sta incalzando la ragazza. Lei non risponde ma è palese il suo imbarazzo e il suo fastidio. Sospira e cambia posizione sulla sediola.

I presenti mantengono un contegno, assorti dai display dei propri telefonini ma è inevitabile che sentano quello che la coppia si dice.

- Ora, mi hai fatto prenotare, a quest’ora, non ce la faccio a essere puntuale al lavoro!

- Non avevano posto in un altro orario, che dovevo fare?

- Non mi dovevo far convincere, è poco che lavoro lì, mi farai perdere pure questo posto!

Lei sospira e pensa che non è stata mica lei a far perdere gli impieghi che lui aveva trovato in passato. Diciamo che non sembra la persona più affidabile di questo mondo, se ci basiamo anche solo sull’aspetto.

Ma il giovane, nonostante il silenzio della ragazza, non ha nessuna intenzione di interrompere la sua persecuzione mattutina.

- Adesso scrivo un messaggio al direttore e gli spiego che farò tardi…

Lei cerca di fermarlo: - Aspetta, ti chiameranno in tempo, vedrai che alle nove sarai al tuo posto.

Lui ha già il cellulare in mano. – Che ne sai tu, hai sempre la risposta pronta, non mi dovevo fidare, farò tardi. Ora scrivo!

- Aspetta ti dico, almeno qualche minuto, siamo in anticipo, non possono chiamarti prima. Vedrai che saranno puntuali.

- Certo, lei sa sempre tutto! Che ne sai che sono puntuali, io scrivo e così capiranno che non è colpa mia se non arrivo…

- Aspetta, ti prego, almeno aspetta l’ora della prenotazione, come fai a sapere che ti chiameranno in ritardo, prima che sia il momento…

- Ma tu cosa ne sai di come va il mondo, certo per te è tutto naturale, tutto pulito, io ho esperienza, so quanto ci sfruttano, ci fanno aspettare, ci umiliano con quattro soldi, e tu? Tu cosa ne sai che fino a ieri stavi col culo attaccato a mammà che ti pagava tutto quanto, la colazione al bar, la pizzeria, il cinema, tutto quanto… tu non ti sei dovuta sporcare le mani, non hai dovuto sopportare un buffone di venticinque anni che ti da ordini pretendendo del lei, solo perché si è laureato!

- Ma ora, che c’entra tutto questo?

La ragazza risponde con un tremito nella voce. Forse imbarazzo o solo rabbia e frustrazione.

A questo punto i pochi spettatori stanno tutti facendo un tifo interiore e inaspettato per la giovane donna.

Sperano che lei capisca che ha di fianco un fallito e che trovi la forza per andarsene e lasciarlo alla sua misera vita fatta di lamentele e pretesti e giustificazioni.

Squilla il cellulare. Lui risponde ad alta voce.

-Si, sto alla clinica con Miranda… si è venuta pure lei… sì, certo che ti faccio sapere come va la visita… ti chiamo dopo… sì, te la saluto Miranda… ciao, ciao.

Chiude e infila in tasca il telefonino.

Lei aspetta ma il giovane rimane in silenzio.

- Era tua madre, vero?

Lui non risponde, non recapita i saluti, piuttosto continua il suo tormentone.

- Non dovevo ascoltarti, dovevo fare a modo mio. Ci perdo sempre a fare come suggerisci tu…

Miranda è talmente stanca che non ha la forza di rispondere. Le esce solo un doloroso sospiro.

Lui non è ancora soddisfatto e, infatti, prosegue.

- Ma perché non la facciamo finita, non ho bisogno di te. Non ho bisogno di nessuno…

Le persone che sono costrette ad ascoltare questo scambio penoso tra i due giovani, a questo punto non possono fare a meno di pensare: perché non te ne vai? Cosa ci stai facendo con un tipo del genere? Che colpa devi scontare? Di cosa ti stai punendo? Vattene e lascialo, liberati, fatti un favore e abbandona questa zavorra d’uomo!

Ma nessuno parla, tutti tengono la testa ben china sul proprio telefono perché è questo che oggi la gente fa, meglio non intromettersi, non cercare guai, che la ragazza se la veda da sola!

All’improvviso la porta si apre, la dottoressa in camice bianco chiama il numero del giovane e lo invita a entrare.

Lui si alza incerto e titubante e nel vedere che lei è rimasta seduta, la sua preoccupazione aumenta.

- Vieni dentro?

Lei lo fissa tranquilla.

- No.

Solo questo risponde e non aggiunge altro.

Quando lui, dopo dieci minuti esce, con un piccolo cerotto bianco sull’avambraccio, la sedia di plastica blu in corridoio è vuota.

Miranda ha preso il volo tra la soddisfazione generale e l’approvazione dei pochi presenti.

Peccato non avere avuto un pubblico più vasto, per questo grande passo, ha pensato lei, sentendosi gli occhi addosso mentre si allontanava nel corridoio.

Si è svolto tutto nel massimo silenzio.

Ma il rumore di catene spezzate, quello è stato bello forte.

Lei non lo dimenticherà più.

 

 





sabato 20 maggio 2023

Sofia, dono prezioso

 







Oggi è sabato.

Non un sabato qualunque.

Oggi è il primo sabato della tua vita.

Infatti, sei nata domenica scorsa, alle dodici e sei minuti e da quell'istante sono passati sei giorni.

Li hai trascorsi in ospedale con la tua mamma e il tuo papà perché a causa di qualche valore fuori norma, chi vi cura ha voluto, con prudenza, ritardare le vostre dimissioni.

Non posso sapere come trascorrete il tempo, non posso vedere i vostri gesti ma grazie alle immagini che giungono sul cellulare posso immaginare che cosa fate e come avete passato questi giorni.

Tutti i doni più pregiati finiscono per dover essere guadagnati con la fatica e con la pazienza e tu, che di tutti i doni sei il più prezioso, ti stai facendo attendere e sospirare da noi che stiamo a casa.

Tenerti in braccio, cullare il tuo sonno, respirare il tuo odore, ammirare il tuo viso dolce, placare il tuo pianto, prenderci cura della tua igiene e supportare e confortare i tuoi genitori nei momenti, inevitabili, di stanchezza, è tutto quello che aspettiamo di fare.

Ti aspettiamo Sofia.

Aspettare è un verbo strano, si può leggere con un’accezione negativa ma nasconde in se anche altri elementi: l’attesa silenziosa e paziente, i sospiri, l’accrescere della consapevolezza, il tentare di comprendere le proprie emozioni, l’avere fede e fiducia, l’accrescere dell’amore. 

Davanti al miracolo che ci avete manifestato, siamo rimasti ammutoliti ed ebbri di gioia e non abbiamo ancora avuto occasione di abbracciare questa nuova famiglia ma lo faremo presto e sarà bellissimo.

Quanto a te, piccola Sofia, dono prezioso, ora posso osservare la tua bellezza e l’accenno di un tuo sorriso (forse perché stai sognando la voce della tua mamma) e vedere le espressioni di felicità della tua mamma e di tuo papà quando ti tengono in braccio e sentire la voce potente del tuo pianto e ridere dei tanti berretti colorati che ti proteggono dal freddo e le tue meravigliose tutine che a volte ti fanno sembrare un piccolo puffo o un elfo o uno gnomo a seconda del colore e passo i minuti a fissare rapito le tue foto e a sognare la tua vita che verrà e a essere incredulo e felice davanti al dono che la vita ci ha fatto e a sperare di meritare tutto quanto.

So che sei una bimba fortunata perché conosco bene i tuoi genitori, so quanto si sono preparati ad accoglierti e quanto ti hanno amata dal primo momento che hanno saputo della tua presenza e la gioia che hanno voluto condividere con tutti noi.

Ti aspetto, anzi ti aspettiamo con felicità e un tremito d’impazienza.

Come si aspettano i doni più belli, come si attende il sole la mattina e tu verrai come un sole a illuminare le nostre vite e a riscaldare i nostri cuori, tu dono prezioso che abbiamo ricevuto grazie all’amore dei tuoi genitori.

Oggi è sabato.

Non è un sabato qualunque.

E rimaniamo in silente attesa.

Attesa piena di trepidazione e di amore, attesa di vedervi, toccarvi, abbracciarvi.

Attesa del dono più prezioso.

Sofia.

 




mercoledì 10 maggio 2023

Luce nel labirinto

 





L’uomo attraversa veloce la piazza.

Il suono del pianto lo sorprende da un punto alla sua destra.

La piazza gli era sembrata deserta, chi mai sta piangendo così rumorosamente?

Facendo altri due passi le vede. Due ragazze, anzi due ragazzine, avranno al massimo tredici anni. Poco più che bambine.

Una singhiozza e lacrima, il suo viso sembra una fontana. L’altra la tiene stretta e ripete con ossessione il nome dell’amica.

Luce… Luce… LUCE!

L’amica non risponde e continua a singhiozzare.

Non si sono accorte dell’uomo che attraversa la piazza e che ora le osserva.

Luce singhiozza e respira facendo lunghe pause in apnea, ha il volto livido, è in piena crisi di panico. L’amica vorrebbe stringerla a se ma lei scappa e si allontana di qualche metro.

“Aspetta, dove vai…” e Luce si ferma e permette di nuovo che l’amica la avvolga col suo affetto e la protegga col suo corpo.

L’uomo guarda davanti a se ma avverte quello che sta accadendo, sente brandelli di dialogo, capisce che Luce ha il cuore spezzato, affranto per qualcuno che la fa soffrire. Immagina l’inganno di un fidanzatino, oppure il tradimento di un amico. L’ha vista piangere, sente il suo sconforto, vede la sua anima straziarsi per il dolore. L’amica è tenace, lei scappa correndo per pochi metri e subito l’amica le ritorna al fianco e la abbranca per non farla perdere nel labirinto del suo giovane dolore.

D’improvviso l’amica di Luce guarda nella direzione dell’uomo, lui la scorge per un attimo. Il suo sguardo è duro, per nulla impaurito, è pronta a sbranare chiunque si avvicini, è pronta a mettersi contro l’universo pur di proteggere l’amica, figurarsi se teme un adulto che passa vicino.

Lui è imbarazzato e torna a guardare davanti a sé, allungando il passo. Si pente di essersi intromesso, anche solo con lo sguardo, nella vita di Luce, affacciandosi senza permesso sul suo dolore e sulle sue lacrime.

Si sente di troppo e il pudore lo fa allontanare.

L’amica di Luce avvolge con tutta la lunghezza delle sue braccia, il corpo sussultante della ragazzina e la carezza sulla nuca. Luce continua a singhiozzare persa nel suo labirinto e incurante delle cose che capitano quaggiù.

Lentamente il suono del pianto scompare, l’uomo non sa se per la distanza che sta mettendo tra lui e le ragazze oppure perché Luce ha smesso di singhiozzare. Si augura per la seconda.

Lo sguardo severo e inflessibile dell’adolescente lo ha colpito.

D’un tratto è felice che Luce abbia quell’amica accanto, proprio in questo momento di fragilità.

Gli amici vanno e vengono, a volte sono vicini e sono tutto ciò di cui si ha bisogno, altre tradiscono o voltano le spalle e fanno soffrire o semplicemente spariscono dalla scena come attori secondari di un dramma di scarsa qualità.

Luce ora soffre e molto ma presto dimenticherà chi l’ha fatta soffrire, chi le ha voltato le spalle, chi l’ha tradita. Ma non potrà dimenticare l’amica che le è stata vicino, che l’ha abbracciata quando lei aveva solo bisogno di un abbraccio, ma era troppo sconvolta per saperlo.

L’uomo cammina ma non riesce a smettere di pensare alle due amiche, sei fortunata Luce, anche se ora non lo sai, non piangere per chi ti fa soffrire, lui o lei non lo merita, non merita le tue lacrime e non merita i tuoi singhiozzi. Sfoga la tua rabbia e poi sorridi, ridi forte perché non è la tua sconfitta ma la sconfitta di chi ti ha tradito, non è il tuo fallimento ma il suo.

Poi l’uomo cede alla curiosità e si volta verso la piazza.

Le vede che si allontanano nella direzione opposta e si commuove nell’osservare che entrambe si tengono la vita, allacciate, quasi legate, come due persone che non si separeranno mai, come un unico essere vivente pieno di amicizia e di amore.

Un essere che ha trovato la via per uscire dal labirinto.

 





sabato 15 aprile 2023

Alla fine della giornata

 






Heidi si è addormentata sul tappeto, abbracciata stretta alla sua Birba, la bambola di stoffa. La sua preferita.

Piccola polpetta, pensa Agnese con un sorriso tenero.

Poco prima Heidi aveva pianto per una cucitura aperta sotto il braccio di Birba ma la sua mamma l’aveva consolata, promettendole che l’avrebbe cucita al più presto e la bambola sarebbe guarita.

Sì, pesto, pecchè il baccio le fa male” aveva puntualizzato la bimba, calmandosi.

Quante volte era stata cucita quella vecchia bambola di stoffa, Agnese questo nemmeno lo ricordava più, ma era di certo più economico che comprare una bambola nuova.

Le infila le mani sotto il corpicino ossuto e la solleva per deporla con cautela nel lettino. Ancora una volta si stupisce di quanto sia leggera. Heidi è una bimba sana ma mangia pochissimo e a ogni raffreddore, Agnese entra nel panico.

Dovrebbe trovarsi un lavoro, questo lo sa benissimo, avrebbe i soldi per pagare una tata o pensare all’iscrizione in una scuola materna e la vita sarebbe diversa. Ha fatto anche una serie di colloqui. Agnese è diplomata e sa parlare con le persone, ai colloqui riesce simpatica ed estroversa ma appena sentono che è madre di una bimba di due anni il clima si raffredda e al termine la frase “le faremo sapere” è diventata un cliscé.

Suo marito è fuori di casa, come sempre dal mattino alla sera. A studiare nuove strategie, dice lui mentre in realtà si trova con altri sfaccendati che sanno pensare solo a giocare al biliardo e aspettare il reddito di disoccupazione. Certo, anche lui saltuariamente partecipa a incontri di gruppo ed è invitato a fare colloqui nell’attesa di un posto di lavoro ma a casa non fa che lamentarsi di quanto sia ipocrita quella gente e di come i lavori proposti siano insignificanti e precari. Agnese pensa che lui dovrebbe modificare il suo atteggiamento passivo e arrogante ma si guarda bene dal dirlo per non vedere altri piatti rotti sul pavimento.

No, non si era aspettato un matrimonio così e forse aveva ragione sua suocera, non avrebbero dovuto affrettarsi ma lei era al quarto mese e lui sembrava così innamorato.

L’unica eredità che aveva lasciato alla giovane coppia era stata il nome della bambina. La strega, una signorona veneta di millantate origini austriache, si chiamava Adelaide e quando aveva all’improvviso perso la vita per un problema cardiaco acuto, suo figlio aveva insistito per dare alla nascitura il nome della mamma. Agnese non si era opposta, le sembrava un gran bel nome e il fatto che lo portasse la megera, non l’aveva condizionata.

Così avevano chiamato la bimba Adelaide, con grande soddisfazione di suo papà, ma Agnese si era abituata a presentarla a tutti come Heidi e ora quello era il suo nome.

Agnese non si lamenta mai di niente, di avere pochi soldi per fare la spesa, dei colloqui di lavoro dove è presa in giro, del fatto che da un anno non indossa qualcosa di nuovo, delle macchie di umido venute fuori sulla parete dell’armadio e che tutti i giorni deve passare con la candeggina.

Non si lamenta di non poter comprare giocattoli nuovi alla sua Heidi, che ora dorme tenendo tra le braccia una vecchia bambola scucita.

La guarda.

Quell’esserino dalla pelle candida e dalle sopracciglia chiare, respira regolare e le infonde calma e fiducia.

Non sa come ma è sicura che le cose cambieranno.

Andranno meglio, suo marito troverà un impiego, lei riuscirà a riallacciare i rapporti con i suoi, e soprattutto Heidi crescerà bene, prenderà qualche chilo e lei realizzerà il sogno di portarla al mare.

Le farà bagnare i piedini nudi sul bagnasciuga, le farà raccogliere le conchiglie in un secchiello di plastica e faranno lunghe passeggiate, tenendosi per mano, alla fine della giornata.

Agnese immagina che non succederà presto ma sa aspettare.

Per adesso tutto ciò che le serve alla fine della giornata, è sentire il rumore di quei piedini scalzi che le corrono incontro e ascoltare la voce della sua Heidi che le sussurra “ti voio bene mammina” prima di sfiorare con un bacino leggerissimo la sua guancia e di tornare con quella corsetta piena di balzi, nel suo lettino.

Solo questo vuole, alla fine della giornata.




domenica 2 aprile 2023

Giselle sbagliata

 





Giselle sale lentamente le scale.

Ce la farebbe a percorrerle a due a due, non è un problema fisico. Ci mancherebbe, alla sua età.

La fatica nel salire è tutta nella sua testa.

La camera sta al terzo piano e lei preferisce lasciare l’ascensore libero, a disposizione degli ospiti della struttura.

L’infermiera di turno le sorride. Le ha detto più di una volta Non so come fai, come lo sopporti, ma lui è solo e lei l’unica persona che ha.

Suo nonno non è mai stato tenero con lei, figlia indesiderata, figlia fuori del matrimonio, figlia di un padre che non ha nemmeno conosciuto perché quella poco di buono di sua madre nemmeno con le botte ha voluto rivelare la verità.

Suo nonno non si mai mostrato tenero nei suoi confronti e tantomeno ora lo è, ma almeno ora ha la demenza come giustificazione.

Entra spingendo la porta e come saluto si sente rimbrottare:

-Ti sembra questa l’ora di arrivare? Me le hai comprate le alici sott’olio, che ti avevo chiesto?

Giselle sa che a volte il nonno non la riconosce e la scambia per la figlia. Dimentica che sua figlia non c’è più e forse è meglio che non ricordi.

Lei invece ricorda tutto, ricorda che lui è stato l’unica figura maschile in casa da sempre e che si è sempre vantato di averle fatto anche da padre. Suo nonno è stato molte cose ma di sicuro non un padre.

-Il negozio era chiuso, le alici le comprerò domani.

Lui bofonchia due incomprensibili parole con tono poco gentile e torna a guardare fuori dalla finestra.

-Tutto il giorno chiuso in questa prigione e tu dimentichi di comprarmi le alici… ma cos’hai nella testa? Un giorno di questi la apro quella finestra e mi butto di sotto e chi si è visto, si è visto!

La ragazza pensa che forse piangerebbe, certo, ma poco e forse sarebbe meglio per tutti ma subito si pente di quel pensiero crudele.

-Nonno, non dire così, dai le alici te le porto presto…

Lui stavolta si gira e le mostra un sorriso dolce che le riempie il cuore d’incertezza. Non sa se odiare o amare quell’uomo che è tutto ciò che rimane della sua famiglia e la sua malattia non la aiuta a scegliere.

Giselle ricorda tutto, per esempio ricorda quando, in prima elementare, aveva fatto quel disegno, una grande torta nuziale e la scritta, un po’ sbilenca, OGGI SPOSI e sotto i nomi Giselle ed Eva.

Lo aveva mostrato orgogliosa a suo nonno che era venuto a prenderla fuori dalla scuola e lui senza parlare le aveva assestato uno schiaffo a mano aperta sulla guancia. Poteva ancora sentire il bruciore e il gusto salato delle sue lacrime che le avevano inondato il viso.

-Non scrivere mai più una cosa del genere! Aveva intimato l’uomo, all’epoca ancora giovane e tonico. Il ceffone le aveva fatto male, e tanto, ma anche averlo preso davanti alla scuola con tutte le compagne e i bambini che erano rimasti a osservare la scena, incuriositi e intimoriti e si erano stretti alle mani delle proprie madri.

Chissà se anche Eva l’aveva vista. Giselle non aveva mai trovato il coraggio di chiederlo e aveva semplicemente continuato a essere innamorata della sua amica con le treccine e a desiderare segretamente di poterla sposare un giorno.

Sua madre non si era mai sposata. Non aveva trovato il tempo forse, forse non aveva trovato l’uomo o forse quello che non aveva trovato, era solo il coraggio. All’educazione sentimentale di Giselle, poiché lei lavorava tutto il giorno e la sera accudiva alla bambina e al genitore, avevano pensato i compagni di scuola, poi fumetti e fotoromanzi e infine la televisione. Ma Giselle si sentiva sbagliata, come quando alle medie era finita a una festa pomeridiana e un tipo della terza C l’aveva baciata a tradimento sulla bocca, lei si era sentita sporca e aveva passato dieci minuti in bagno a lavarsi, con l’acqua bollente che le scottava le labbra.

-Tu sei strana, lo sai? Non sei come tua madre…

Suo nonno la sorprende con quest’affermazione. Lei sa che è vero. Non è come sua madre che ha pensato solo a lavorare finché il tumore le ha tolto ogni forza e di sicuro non è come suo nonno che era all’antica perfino per la propria generazione.

In quanto a suo padre, non sa e non lo può sapere se sia come lui. Non che gliene importi.

Lei è come è, e nessuno la potrà cambiare.

Non ci saranno schiaffi, non ci saranno botte.

L’infermiera si affaccia alla porta e chiede, sussurrando, se va tutto bene.

Le sembra protettiva ma non nei riguardi dell’anziano.

Giselle pensa che dovrebbe chiederle di prendere un caffè, o qualcosa del genere.

L’anziano che era rimasto per un po’ in silenzio, all’improvviso tuona a voce alta:

-Oggi o mai più, ogni giorno è buono ma oggi o mai più.

Giselle sorride, a suo nonno fuori di testa, all’infermiera che è rimasta sulla porta e sembra non voler andare più via, alla sua solitudine, alla vita…

Forse ha ragione suo nonno, ora o mai più.

Si gira verso la porta e sorride alla donna.








sabato 4 marzo 2023

Il cielo di Flora

 




La temperatura è mite.

Ci sono sere, in primavera, che restare a letto è uno spreco.

Meglio sedersi in balcone, magari a fumare un po’.

Gianni ha la pipa in bocca ma non l’ha accesa perché sente che non è il momento giusto. Si sofferma a osservare il cielo stellato che si fa via via più buio e limpido. Osservare le stelle gli è sempre piaciuto e gli mette addosso un senso di pienezza accompagnato da una dolce malinconia che non si è mai saputo spiegare.

Il silenzio è quasi completo e finalmente Gianni avverte il rumore che sperava di sentire e che gli ha impedito di fumare.

Ciak…ciak…ciak… piccoli piedini scalzi in avvicinamento.

Il cigolio della porta socchiusa che si muove. Una piccola ombra che appare sul balcone e corre a stringere la gamba dell’uomo.

-Flora, cosa ci fai ancora sveglia?

-Non riuscivo a dormire e volevo stare con te sul balcone, nonno.

-Solo cinque minuti. Se i tuoi sapessero che ti permetto di restare alzata a quest’ora non ti lascerebbero più dormire a casa mia.

Flora sorride birichina, con la consapevolezza dei suoi cinque anni e mezzo e di chi sente già di avere il mondo in tasca.

-Come mai non prendi sonno?

Flora si accomoda sulla poltroncina libera, mostrando tutta l’intenzione di non rispettare il limite dei cinque minuti.

-Pensavo alla nonna. Nella foto in salotto sorride. Ma io non la posso vedere perché non c’è più…

Gianni avverte la veloce stilettata nel suo cuore, fredda e dolorosa, passa in un istante e per fortuna la bimba non se ne avvede. La carezza con la mano sulla testolina, così piena di capelli che i genitori sono costretti a tenere corti.

-Tu le somigli molto, un giorno, quando sarai adulta, riderai come lei.

-Davvero nonno? La bimba sorride e nel buio del balcone quel sorriso lo abbaglia.

Come farei senza di te, pensa Gianni mentre Flora dondola avanti e in dietro i piedini.

-E poi la nonna non è sparita, no, lei c’è sempre, solo che non la vediamo tutta intera.

-Che significa nonno? E’ stata divisa in pezzetti?

-Ma no, certo che no. Non la vediamo tutta intera come quando era in vita ma se cerchiamo bene, la possiamo vedere quando meno ce lo aspettiamo, come stavo facendo io poco fa guardando una stella, come posso vederla ora nel tuo sorriso e nel tuo cuore.

Flora mette un dito nell’angolo della bocca, come fa sempre quando il concetto da assimilare è complesso.

Poi annuisce come chi ha capito. –Certo, io ho visto la nonna quando ho usato la coperta che ha fatto lei con le sue mani, e qualche volta sento anche il suo odore.

Questa volta è Gianni a essere perplesso. –Mi spieghi meglio?

-Ma certo, nonno. Quando cucini qualcosa che cucinava lei, si sente l’odore di quando era lei a preparare, oppure quando hai comprato un mazzo di fiori e mi è sembrato che ci fosse la nonna dentro una rosa…

Gianni non si sente di insistere.  Anche a lui sembra qualche volta di percepire l’odore della moglie ma non vuole essere preso per matto e si guarda bene dal dirlo.

-Sai perché sei stata chiamata Flora? Gianni prova a cambiare discorso…

-Si certo. Perché quando sono nata, ero bella come un fiore. Risponde lei divertita.

Questo era evidente, quello che non sapevano i tuoi genitori era quanto saresti diventata intelligente, pensa Gianni, guardando la piccola.

-Ma nonno, perché vedevi la nonna guardando una stella?

Gianni sa di non avere scampo.

–Vedi, quando la vita finisce e lo spirito esce dal nostro corpo, questo non scompare ma gli atomi che lo compongono si separano per andare a costituire qualcosa d’altro nell’universo, per esempio gli atomi del corpo della nonna possono essere diventati una nuvola, il petalo di un fiore, perfino una stella, quindi quando osservo il cielo io cerco la nonna.

Flora pone il dito sulla bocca. Poi riparte. –Non so cosa sono gli atomi…

-Sono i componenti più piccoli della materia, una specie di mattoncini Lego dell’universo. Li studierai a scuola, non avere fretta.

Flora sorride furbetta perché sa che la prossima è la domanda cruciale.

-Nonno, tu hai detto che lo spirito è uscito dal corpo di nonna ma cos’è lo spirito e dov’è andato?

Ora Gianni sa di non avere possibilità. Come si fa a spiegare una cosa così grande a una bimba di cinque anni, che a quest’ora dovrebbe già essere a letto, quando lui non l’ha capito in settanta?

-Vedi Flora, lo spirito è quella forza che ci fa andare avanti nonostante le difficoltà, quella cosa che ci fa essere felici, ciò che ci avvicina alle persone e che ci fa cercare, sempre. Lo spirito è l’amore. Per questo ti posso dire che l’amore di tua nonna, che mi ha cercato e trovato ha permesso che nascesse la tua mamma e che ha continuato a essere presente quando sei nata tu e anche ora che la nonna non è qui il suo amore continua a esserci e non ci lascerà mai. Non ti lascerà mai bambina mia.

-Nonno, io questo lo sapevo già. Non devi essere triste.

-Ma io non sono triste, Flora, quella era una lacrima di gioia. Perché è questo che hai portato tu. Gioia pura.

Flora prende la mano di suo nonno e resta in silenzio a guardare le stelle.

Lui non ha il coraggio di mandarla a dormire e resta immobile a gioire della presenza della nipotina.

Le stelle rimangono immote a illuminare col loro spirito il balcone.

Poi la piccola lascia la mano del nonno.

–Ho sonno. Si è fatto tardi, buonanotte nonnino.

-Buonanotte Flora. Io resto qui ancora per un po’ a fumare. Domani mamma e papà passeranno alle nove e andrete al mare. Non fare i capricci quando ti chiamo.

-Non li farò, nonno.

Poi Flora alza lo sguardo verso il cielo.

-Buonanotte, nonnina.