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https://www.lafeltrinelli.it/dalla-tastiera-alla-ribalta-libro-giorgio-papa/e/9788892394650?queryId=9b872d8e4c4f57c671c94e9ac11f8984
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Schröder cammina con
passo pesante e deciso. Non ha paura d’inciampare nonostante i suoi settanta
anni. Non ha paura di scivolare, nonostante la neve copra il marciapiede
sudicio.
Schröder ha solo un
pensiero che lo angustia.
È dicembre.
Un bambino lo osserva
dall’altra parte della strada e tira con la manina, la manica di sua madre. Lei
non lo degna di attenzione, mentre continua a starnazzare al cellulare. La
vetrina alle spalle dei due è piena d’inutile ciarpame. Paccottiglia dorata e
luccicante, che sarà scartata da persone annoiate e andrà presto a prendere
polvere sui ripiani delle cantine.
Schröder procede senza
curarsi della gente che deve evitarlo per non esserne urtata, di quelli che si
girano a guardarlo storto, degli insulti che ogni tanto giungono alle sue
orecchie. Perché dovrebbe curarsene, in fondo sono sconosciuti e a lui non importa
neanche dei parenti.
Oggi se ne sarebbe
stato al caldo della sua stanza, sulla poltrona dalla stoffa lisa e puzzolente
di antichi peti, a leggersi il giornale ma purtroppo è dicembre. Non che se ne
sia scordato, lo sa già da un pezzo ma ormai siamo a metà del mese e non può
più far finta di niente.
Per questo lo vediamo
camminare col suo modo risoluto di fare le cose, tipico del vecchio acido qual
è, a camminare, quasi a correre, sul marciapiede innevato di fresco.
La voce di suo figlio
gli risuona ancora nella testa. “Lo sai che ci teniamo ad averti a casa, il
giorno di Natale, anche Roberta, sicuro. Non è importante che porti un regalo,
già la tua presenza lo sarà”.
Si ferma di botto! Per
poco non si accorgeva del semaforo rosso e stava per attraversare l’incrocio,
immerso nei suoi pensieri.
Certo, sarebbe stato un
vero colpo di fortuna, pensa Schröder, farmi investire, battere la testa ed
entrare in coma. Dormire per tutto il periodo delle feste e svegliarmi in pieno
anno nuovo. Magari in primavera. Gli scappa mezza risata ad alta voce e una
ragazzina lo guarda come si guardano i mentecatti.
Schröder si sta
dirigendo al centro commerciale. Altro luogo che odia con tutte le sue forze.
La sola cosa positiva è che le commesse sono troppo impegnate a passare i
prodotti sul nastro e non si prendono la briga di guardare negli occhi i
clienti. E poi basta una telefonata e gli consegnano la spesa a casa.
Schröder non ha tempo
da perdere con l’internet o come diavolo si chiama quella roba li.
Così anche quest’anno
gli toccherà di passare il pranzo di Natale con quell’inetto di suo figlio e
quella sciacquetta della moglie, Roberta. Bella coppia. Li ha visti nemmeno
tanto tempo prima, sarà stato fine settembre o ottobre. Ha dovuto firmare dei
documenti della banca e Giacomo l’ha voluto accompagnare a tutti i costi.
È stato un pomeriggio impegnativo.
Un taxi gli sarebbe costato di più ma sarebbe stato più piacevole. Giacomo era
andato a prenderlo e gli aveva fatto la sorpresa della presenza di Roberta, quell’acciuga
ossuta. Tutto il tempo aveva dovuto rintuzzare continui inviti a essere più
presente nelle loro vite, a partecipare a qualche domenica gioiosa in famiglia,
magari a giocare a carte.
A Schröder il gioco
delle carte faceva schifo.
Ma più ancora, gli dava
il voltastomaco passare un giorno con quei due e il padre di lei, Antonio, che
non vedeva l’ora di fare l’amicone e di dargli sui nervi col suo sgradevole alito
e le sue odiose pacche sulla schiena.
Che fosse Natale o
meno.
Sentiva il duro del
portadocumenti nella tasca interna del cappotto. Il libretto degli assegni
avrebbe parlato per lui. Già si vedeva trattare con il confuso commesso, che
non avrebbe capito il suo gioco al rialzo.
“Non avete qualcosa di
più costoso?” il garzone avrebbe sgranato gli occhi e questo lo avrebbe fatto
somigliare a una triglia. “Vorrei un articolo più ricercato, se non ne avete,
andrò da un'altra parte”!
Nessuno si era mai
fatto sfuggire un cliente come lui, anche se si ostinava a impiegare quell’antiquato
sistema di pagamento.
L’anno prima era venuto
a sapere che l’amicone del consuocero aveva acquistato come regalo di Natale
per i ragazzi, un frullatore. Schröder aveva riso per un’ora, poi si era
organizzato e aveva scelto, nel negozio più caro della città, una specie di
mostro, un robot che cuoceva, impastava, friggeva, sminuzzava, omogeneizzava,
pastorizzava, surgelava ogni tipo di alimento. Lo avevano solo alcuni
ristoranti stellati e pochi chef lo sapevano usare. Certo era costato la sua
cifretta ma il Natale era un gioco al massacro e Antonio avrebbe capito che non
ci si mette contro Schröder, mai, nemmeno a Natale!
Quest’anno l’amicone si
era impegnato e la sua scelta era caduta su un computer portatile, utile sul
lavoro e in casa, Di certo aveva salassato il suo conto. Antonio aveva un
difetto oltre all’alito orribile, amava chiacchierare e Schröder si era fatto
confidare la notizia.
Non sapeva ancora cosa
avrebbe acquistato in uno dei lussuosi negozi del centro commerciale ma di
sicuro il suo regalo avrebbe fatto presto dimenticare l’utilità di un banale
laptop.
Attraversò il
parcheggio e nell’entrare non si accorse che aveva calpestato qualcosa. Un
pezzo di cartone si era appiccicato alla suola bagnata.
Una debole voce
protestava e lamentava la proprietà del cartone.
Schröder lo staccò
dalla scarpa. Vi lesse una scritta.
A ME BASTA UNA MONETINA. PER TE LA PREGHIERA
PER UN NATALE SANTO.
Schröder guardò alle
sue spalle.
Un omino segaligno quanto
lui ma sporco e puzzolente, reclamava il suo messaggio sul cartone. Schröder si
chiese come quell’essere avesse la supponenza, il coraggio di poter pregare per
qualcuno.
Represse una smorfia di
disgusto per l’odore di urina che proveniva dall’uomo e diede un calcio al
cartone, poi un altro, fino a farlo finire in una grata del parcheggio
sotterraneo.
Il barbone si girò con
il capo chino e se ne tornò al suo posto, sugli stracci.
Aveva capito, pensò Schröder,
che non era il caso di mettersi contro di lui.
Che fosse Natale o
meno.
Visti dalla copertina,
tutti i libri felici si assomigliano. Quando si aprono e si legge l’incipit,
ognuno è felice o meno a modo suo.
Questo, senza voler
mancare di rispetto al celebre Tolstoj, rende ogni libro unico.
La prima pagina è la
più difficile. La più complicata. La più ostica.
La prima pagina è il
terrore di ogni scrittore. Nessuno è immune, non esistono vaccini che
proteggano dal terribile morbo chiamato blocco.
La mia giornata è una
pagina bianca.
Ogni sera, quando gli
occhi si chiudono per la stanchezza, comprendo di avere attraversato un luogo
mai visitato prima. Ogni giorno è nuovo, è diverso. È una foresta fitta e
oscura, un mare a volte burrascoso e nero, un’isola misteriosa, con un tesoro
al termine di un arcobaleno.
Ogni giorno è una
pagina da riempire con creatività, con fantasia, con pazienza…
Il lavoro da fare è
molto, ponti da costruire, strade da riparare, luci da accendere. Ci sono
persone da connettere e riconnettere, argomenti da spiegare, libri da leggere e
amici da ascoltare.
La sera la pagina è
piena. Ci troviamo errori cancellature, è vero, ma ci sono anche frasi riuscite
meglio, parole eleganti e appropriate, piene di amore e di speranza.
Attraversiamo le nostre
giornate come si valicano luoghi insoliti, col cuore pieno di timore e
incertezza ma anche colmo di curiosità e gratitudine per i doni che ogni giorno
la vita ci regala.
Così, spaventato,
incerto ma grato chiudo gli occhi sereno e attendo il domani.
Per scrivere la pagina
successiva.
Era
una notte buia e tempestosa... la suggestione della scrittura mi riporta non
solo al celebre bracchetto Snoopy disegnato da Schulz, sul tetto della cuccia,
alle prese con la sua personale lettera
22, ma anche ad altre storie. Le storie della vita reale che si dipana, le
storie che spingono per essere raccontate.
Storie
che sono a volte autobiografiche, altre fantastiche o misteriose. Racconti che
sono riflessi di verità oppure parto della fantasia.
E
questa suggestione conduce presto alla magia che trasforma le storie narrate e
le rende vive: il teatro.
Quando,
per la prima volta, i dialoghi da me scritti sulla tastiera sono stati recitati
da attori in carne e ossa, su un palco, ho provato una sensazione come di un
miracolo. Stavo assistendo al mio personale Golem, fatto di lettere e
punteggiatura, che si stava sollevando e camminava sulle sue gambe, dotato di
vita.
È stato amore immediato.
https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/642920/dalla-tastiera-alla-ribalta/
Un giorno, stavo
passeggiando con un mio amico e attraversando la strada sulle strisce pedonali,
ho sollevato la mano e ho sorriso, ringraziando l’automobilista che si era
bloccato per farci passare.
L’uomo ha ricambiato
con un’alzata appena accennata delle dita, lo scambio muto non manca mai di
darmi soddisfazione.
Il mio amico ha
iniziato scuotere la testa e con tono contrariato mi ha detto:
“Non sei tenuto a
ringraziare. Ai sensi del codice stradale lui si deve fermare davanti alla
presenza di pedoni sulle strisce!”
Io non rispondo ma lo
guardo con stupore. C’è qualcosa che non capisco, qualcosa che stona.
Lui si premura di
spiegare:
“Questo non sarà mai un
paese civile, se si deve ringraziare uno che segue il codice e si ferma a un
passaggio pedonale”.
Sembra tutto
soddisfatto della precisazione.
Io replico:
“Sì, ma questo non sarà
mai un paese educato se nessuno sarà capace di dire grazie.”
La risposta non sembra
piacergli.
“Cerca di capire, provo
a chiarire mentre camminiamo, oggi tutti conoscono molto bene quali sono i
propri diritti, chiunque può elencare ciò che gli spetta, nei più diversi
ambiti ma la maggioranza sembra dimenticare il proprio dovere. Ci rivolgiamo
agli altri senza usare, non dico amore e tantomeno tenerezza ma almeno empatia.
La persona dietro allo sportello è considerata un’estensione del computer e se
non soddisfa velocemente le nostre esigenze siamo pronti a sbranarla. Davanti
agli intoppi siamo pronti a diventare scortesi e aggressivi e non ci facciamo
problemi a insultare uno sconosciuto che ha l’unica colpa, quella di non
piacerci e di averci incontrato nel giorno sbagliato”.
Il mio amico non si
convince. “Che cosa devo fare se trovo un incompetente? Ringraziare?”
Io sorrido, il sarcasmo
e l’ironia non sono il suo forte ma capisco le sue obiezioni.
“Per esempio si
potrebbe salutare, dimostrare che lo riconosciamo come essere umano e che in
quanto tale è fallibile…”.
“Sì, e ci faccio anche
amicizia…”
“Se vuoi, puoi farlo…
io suggerivo solo un briciolo di compassione”.
Lui ormai è distratto,
pensa ad altro. Capisco che vuole cambiare argomento. Ecco che all’improvviso l’argomento
arriva sotto forma di feci canine che lui non accorgendosi, calpesta. Inizia a
sbraitare un elenco d’imprecazioni, non necessariamente in ordine alfabetico. A
me scappa da ridere e lui mi guarda malissimo.
“Che cosa vuoi farci,
ormai le strade e gli spazi verdi sono diventati una vasta toilette per
animali. Anche questa è questione di educazione, proprio come quelle auto ferme
in doppia fila che stanno bloccando l’autobus e quei monopattini messi di
traverso sul marciapiede, che abbiamo dovuto scavalcare…”.
Lui è arrabbiatissimo e
sfrega ripetutamente la suola a terra. “Quindi questa è colpa delle persone
allo sportello che perdono la pazienza? Oppure di chi ti attraversa davanti al
muso dell’auto e non ti degna di uno sguardo?”
Io sorrido. Forse non è
il momento adatto.
Forse dovrei attendere
che abbia le scarpe pulite.
Ma non posso aspettare,
penso che forse sì, un fenomeno sia figlio dell’altro. Che non ci siano diritti
senza doveri. Che bisognerebbe trattarci reciprocamente con più umanità e
rispetto. Che l’educazione vada insegnata ai più piccoli ma anche gli adulti
possono imparare.
Che l’empatia può
essere un rimedio.
Che l’educazione può
essere una soluzione.
“Certo che i cani sono
carini ma la roba che hai sotto la scarpa manda un odore…”.
Il mio amico scoppia a
ridere, mi dà una pacca e si gira.
Sono certo che per lui
esista salvezza.
Piove.
Oggi è giornata da
nutella.
Mangiata col cucchiaio
da minestra, direttamente dal barattolo.
O con i grissini.
O con le dita.
Un chilo di nutella per
addolcire la domenica.
Sono solo, mia moglie
sfoga il suo trauma da cambiamento in corso, con il lavoro e sono giorni che
pulisce e lustra tutto quello che le passa tra le mani, in tre case diverse.
Io scelgo la tastiera
di questo tablet, anche se mi fa impazzire…
Per farmi ancora più
male, metto sul piatto il vinile di Dalla, quello con "La sera dei miracoli" e presto mi accorgo che mi mette
voglia di piangere. Così lo tolgo.
Perché dovrei piangere,
mi dico, dopotutto sono felice. Cambiare casa è una svolta positiva, traslocare
in un bell'appartamento, comprare mobili alla moda, moderni elettrodomestici, è
quello che tutti sognano.
E andare a convivere
col compagno che si è scelto, è il coronamento del sogno.
Convivere: vivere con.
Ecco, è chiaro il
significato del termine. Ma implica un'altra cosa. Implica con chi non vivere
più. E oggi tu sei uscita da casa, portando il tuo cuscino, per vivere col tuo
compagno, sia chiaro, di questo sono contento ma da qualche parte del mio cuore
una voce ripete con petulanza: da oggi tua figlia non vive più con te, da
stasera non dorme più nella tua casa.
Per avere la certezza
che la voce non stia mentendo, vado a vedere la cameretta e trovandola mezza
vuota, capisco che è tutto vero.
Ci sono già passato, mi
dico, non è così drammatico, la prima volta non è stata una passeggiata ma è
andata bene. Col senno del poi sono sereno.
Dunque, perché questa
inquietudine?
Sono contento, perché
so che siete felici e la consapevolezza, in quest’attimo eterno di solitudine,
mi conforta e mi rende salde le gambe.
Lo so che siete felici,
non serve altro.
Allora mi asciugo
l'angolo dell'occhio, ripongo tra gli altri il disco di Lucio Dalla, apro la
dispensa e tiro fuori il barattolo.
Oggi piove e ci vuole
la nutella.
Ce ne vuole tanta.