mercoledì 23 febbraio 2022

Versi diversi

 




 

Versi un po’ spersi,

da riempire capoversi

controversi.

A volte sparsi

sul foglio a rintanarsi.

Versi per amarsi,

per non scoraggiarsi.

Versi da non distrarsi,

e magari impaurirsi.

Versi avversi,

puliti e tersi,

contorti e perversi,

affondati e riemersi.

Interi universi di versi

uguali e diversi

per chi non può trattenersi,

per chi è stanco e vuole sedersi,

per chi ha sete, risponda: sì, versi






sabato 12 febbraio 2022

Fiducia

 






“Ti ricordi vero?

Ricordi in seconda, quando m’imboscavo nello sgabuzzino delle scope a pomiciare con quella spilungona del quarto anno? Quella che baciava stile lumaca e ti sbavava tutte le guance… ti ricordi vero?”

“Quante volte mi hai coperto con quella di matematica, le dicevi che il preside mi aveva convocato in direzione oppure che dovevo scontare una punizione e aiutare il bidello a pulire le pareti dei cessi dalle scritte… la prof si fidava di te, non aveva nemmeno bisogno di controllare!”

“Ho messo la mia promozione nelle tue mani e non mi hai tradito.

Ti ricordi?”

“E intanto io filavo con la tipa del quarto liceo!”

 

“E quando io ti coprivo al telefono con i tuoi, rispondevo che sì, stavi studiando con me mentre in realtà non avevo la minima idea di dove ti trovavi, magari stavi guidando la 112 Abarth di tuo cugino, dopo avergli rubato le chiavi, con tanto di derapate nel boschetto e loro non insistevano perché si fidavano di me…”

“Per fortuna hai sempre parcheggiato in modo impeccabile e tuo cugino non ha mai scoperto i furti!

Ti ricordi, vero?”

“Poi siamo cresciuti e il mondo è andato avanti.

Ma la nostra intesa è rimasta la stessa.”

“Ricordi che mi avevi chiesto di farti da testimone ma il matrimonio è saltato perché lei è scappata con l’ex… io avevo cercato di avvisarti ma per la prima volta non ti eri fidato.”

“Siamo stati due anni senza parlare molto, tranne che per i freddi auguri a capodanno, ma ci siamo perdonati, è quello che si fa quando si conta qualcosa l’uno per l’altro, no?”

“Mi dicesti che non avevi mai perso la fiducia in me ed io ti credetti.”

“E quando partii per quel progetto in New Messico? Nessuno credeva in me, stavo lasciando un lavoro sicuro a casa, un matrimonio che scricchiolava e si sarebbe rotto poco dopo, anche i miei familiari erano contrari. Ma io partii ugualmente.”

“E lo feci solo per le tue parole. Io mi fido, dicesti al telefono.”

“Quello mi bastò. Partii e il progetto andò bene e quando, dopo due anni tornai a casa per aprire una filiale non c’era nessuno all’aeroporto. Ma tu m’inviasti un messaggio.”

“Io sono con te, perché mi fido”

“Ci siamo visti due anni dopo, è vero, ma lo so che ci sei sempre stato, perché è questo che fanno gli amici, quelli veri, no?

Ci sono anche quando non ci sono.”

“E si fidano, qualsiasi sia la nostra scelta o decisione, anche la più assurda o stupida, perché un amico si fida.

Non è così?”

L’uomo riceve silenzio per risposta.

Allora continua a parlare.

“E quando ci dicemmo che saremmo stati assieme per sempre, e ci saremmo supportati anche da vecchi, anche allora mi fidavo e sapevo di fare bene perché non mi stavi mentendo.”

“Io mi fidavo e lo farei ancora…”

Poi, prima di voltarsi e andare via nel freddo del mattino, fissa ancora il marmo grigio e la foto.

“…se solo tu fossi qui.”





lunedì 24 gennaio 2022

Azione e reazione

 





Tutto era cominciato per caso.

Nemmeno lui ci credeva, ma qualcosa stava accadendo.

Enrico era sempre stato un uomo pratico, concreto, non credeva a baggianate come il malocchio, la sfortuna, le stregonerie. Molto semplicemente le cose accadevano e i creduloni attribuivano la causa degli eventi a qualche potere oscuro, per debolezza e ignoranza. Lui non era certo il tipo da farsi impressionare da un gatto nero che attraversava la strada o dal passare sotto una scala. Al massimo era in apprensione per il gatto e controllava che sulla scala non ci fosse un operaio incapace, che potesse rovesciargli in testa un carico di attrezzi pesanti!

E quando tutto era iniziato, ovviamente Enrico non ci aveva fatto caso.

Piccole cose, senza importanza, il collega presuntuoso, che gli aveva soffiato un affare, aveva perso la sua stilografica Montblanc, alla sua vicina che stendeva la biancheria ancora gocciolante al piano di sopra, si erano spezzate le corde e tutto era finito nel fango del cortile, Enrico non coglieva nessun collegamento. Qualcuno ha le mani lunghe in ufficio e una Montblanc fa gola, in quanto alle corde da bucato, erano vecchie e da cambiare.

Poi era successo il fatto del tipo in palestra. Un bestione di cento chili, lo aveva preso in odio, senza motivo pensava Enrico, ma chissà perché quando la sera lo incrociava, l’energumeno faceva sempre in modo di passargli davanti, alla macchina per gli addominali, alla doccia, lasciandogli respirare il suo puzzo. A Enrico la cosa iniziava a dare fastidio ma non avrebbe potuto far ragionare quel bestione senza rischiare l’osso del collo. Non ne poteva più quando una sera un bilanciere carico di pesi, si era staccato dalla staffa ed era caduto sul braccio del gigante, fratturandogli radio e ulna e lussandogli il gomito. L’uomo si era messo a gridare come un bambino per il dolore insopportabile e quando i barellieri lo avevano finalmente portato via, aveva guardato Enrico con la faccia bagnata dalle lacrime e un’espressione fanciullesca di paura.

Una sera, stava attraversando il viale, quando un’auto proveniente dalle sue spalle aveva svoltato all’improvviso, frenando quando era a mezzo metro dalle sue gambe. Enrico si era paralizzato come avrebbe fatto un leprotto colpito dai fari in mezzo alla careggiata. Gli era scappato un verso strano e un’oscenità, poi aveva accettato le scuse un po’ fasulle dell’autista imprudente e si era rimesso in cammino. L’auto, una potente berlina bianca era ripartita, facendo stridere le gomme. Erano passati forse cinque secondi quando Enrico aveva sentito uno schianto secco, era tornato sui suoi passi e aveva osservato l’auto bianca accartocciata contro un platano. Il conducente era sceso, aveva fatto due passi tenendosi la fronte e si era seduto per terra. Vedendo i primi curiosi avvicinarsi al luogo dell’incidente, Enrico aveva preferito tenersi alla larga.

Enrico era sempre stato un uomo razionale, certo, ma dopo una serie di eventi quantomeno bizzarri, aveva cominciato a ragionare diversamente.

E se fosse stato davvero lui a causare quelle cose? Se avesse fatto partire una qualche specie d’influsso? Un fascio di radiazione negativa, in grado di agire sulla materia, modificandola? Se fosse stato in grado di modificare gli atomi degli oggetti, alterare il pensiero e la volontà delle persone?

Ma che diavolo stava pensando?

Niente di tutto ciò era possibile e si sentì mortificato e si vergognò di se stesso per averlo creduto.

Non era da lui, si disse, nessuno aveva questo potere, al massimo nei film.

E lui non era un attore.

Nessuno lo avrebbe scritturato per qualche parte, nemmeno come controfigura, pensò mentre osservava la sua faccia riflessa allo specchio e si contava le nuove rughe. Da qualche tempo aveva delle profonde occhiaie e sembrava invecchiato di dieci anni. Si sentiva vecchio e un peso sull’anima gli impediva di sentirsi felice.

Per qualche tempo non successe altro, poi ci fu il dramma.

Enrico aveva avuto una fidanzata storica, un rapporto logoro che si era prolungato per nove anni e si era trascinato tra alti e bassi. Lena non era una ragazzina e qualche volta gli accennava che avrebbero potuto cambiare vita, stabilizzare la loro unione ma lui non ne aveva avuta la minima intenzione. Lei lo aveva piantato una gelida sera d’inverno, quando il freddo attorno sembrava una mite primavera in confronto al freddo che aveva dentro.

Enrico sperò che lei soffrisse e che la pagasse per il dolore che lui aveva provato ma quando, dopo una settimana morì la madre della giovane, si rese conto che non avrebbe avuto il coraggio nemmeno di guardarla in faccia. Non andò al funerale, sebbene quella donna gli avesse voluto bene, forse più di sua figlia.

Enrico capì di avere scavato un solco troppo profondo tra lui e la sua ex e niente avrebbe riempito quella distanza.

Con i suoi rancori si stava rovinando la vita. Capiva che le cose sarebbero continuate a succedere, anche quelle più negative ma sapeva che avrebbe dovuto smettere di desiderare il male.

E doveva smettere di vivere tutto come una colpa.

Andò in ospedale a trovare il tipo della palestra. Lo avevano operato e qualcosa non andava per il verso giusto, così stava prolungando la degenza tra antibiotici ed esami. Accettò con sorpresa e gratitudine i biscotti che Enrico gli aveva portato e si rivelò una persona timida e riservata che si nascondeva dietro i muscoli. Enrico gli augurò di rivedersi presto in palestra. Era sincero.

Poi comprò un vaso di mughetti per la vicina. Questa lo guardò con sospetto, poi accettò il dono e gli disse che l’avrebbe messo sul balcone, aveva anche colto l’occasione per scusarsi di far gocciolare la biancheria. Enrico sorrise e tornò a casa sentendosi più leggero. Anche la sua espressione era migliorata, le occhiaie stavano sparendo e sembrava più giovane.

Non avrebbe preteso di farsi perdonare da Lena ma iniziò ad andare al cimitero tutte le settimane a posare dei fiori freschi.

Enrico aveva capito che prima di perdonare gli altri, prima ancora di domandare il loro perdono, doveva imparare a perdonare se stesso.

Non avrebbe più coltivato pensieri di vendetta o negativi, verso nessuno.

Gli eventi, belli o brutti, insignificanti o importanti, avrebbero continuato ad accadere ma lui non si sarebbe sentito responsabile, decise che avrebbe iniziato a sperare solo cose positive e gradevoli.

Se qualcosa di buono fosse accaduto, sarebbe stato piacevole credere di esserne stato la fonte inspiratrice, no?

A chiunque avesse incontrato, pensò Enrico, sorridendo.

E il peso che aveva avuto, senza che se ne accorgesse, svanì.

 

 

 

 

 

 


sabato 8 gennaio 2022

La musica nelle dita

 





Com’era?

Il dito indice sulla quarta corda, il medio sulla terza, l’anulare sulla seconda del secondo capotasto?

Ti faccio vedere! Rispondeva Mimmo, serio, afferrandomi le falangi con forza e costringendomi a premere i polpastrelli morbidi contro le corde di metallo della chitarra acustica che mi aveva prestato.

Ma così mi fai male, ahia, mi stanno sanguinando le dita.

Provavo a lamentarmi ma Mimmo era un maestro severissimo.

Tieni duro, questo è il “LA” senti?

Passare il plettro sulle corde produceva un suono stridente, che somigliava vagamente a un richiamo per anatre, niente a che vedere con il suono armonico che l’amico chitarrista aveva eseguito poco prima come esempio.

Non ci riuscirò mai, pensavo. Poi la sera a casa, con la mia chitarra da scuola e le sue morbide corde in nylon, m’intestardivo e alla sessantesima prova fui convinto di saper riprodurre un suono decente.

Quanto lavoro per un la… figurarsi per un brano completo! Come farò a conquistare Adele, mi chiedevo, se non riesco nemmeno a suonare un La? E io che le avevo promesso di dedicarle una canzone…

Adele aveva tredici anni, un vestito leggero a fiori, e tutta la vita davanti, certo, ma non mi avrebbe aspettato tutta la vita. Non m’importava. A me sarebbe bastato solo un istante.

Il bacio che mi aveva promesso.

“Ti dedicherò una canzone”. Era stata l’imprudente promessa, un azzardo che mi ero lasciato sfuggire, quando lei mi aveva visto con la chitarra sulla tracolla, aveva sorriso e si era portata le mani sul viso, pudica e tenera, in un gesto che da solo mi aveva fatto innamorare. Lei si era avvicinata alla mia guancia e mi aveva schioccato un bacino leggero e casto. Le sue labbra erano petali e la sua pelle profumava di primavera. Poi aveva risposto seria: Se lo farai, allora ti darò un bacio vero.

Fu quello il preciso momento in cui smisi di capire il mondo. Le ore in classe passavano lente, l’unica consolazione era il viso sorridente di Adele che solo io riuscivo a vedere proiettato sulla lavagna. Un professore mi dovette chiamare più volte, per farmi uscire dalla trance, scatenando le grasse risate della classe. Poveri ingenui, ridevano di me perché non conoscevano l’amore.

Presi da parte Mimmo, gli dissi che doveva insegnarmi a suonare una canzone. Lui mi rispose subito: Sei scemo? Non sai nemmeno come si tiene, la chitarra! Ma io avevo bisogno di lui e non lo lasciai in pace finché non si arrese e mi propose La canzone del sole!

Cosa? Ma nemmeno mi piace… io sognavo di suonare pezzi folk, di cantautori maledetti, magari con un mozzicone di sigaro in bocca, e ora Mimmo mi suggeriva di mettere una margherita tra le labbra e con la mia voce stridula, imitare Battisti…

Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi

Le tue calzette rosse

E l'innocenza sulle gote tue

Due arance ancor più rosse…

No, non avrei cantato quei versi sdolcinati, dopotutto Adele non aveva le trecce e nemmeno gli occhi azzurri. Provai a resistere ma l’amico fu inflessibile. Tu hai le mani come due zappe, non posso insegnarti altro in poco tempo, questa è semplice, ha solo tre accordi, anche un impedito come te potrebbe impararla… forse.

Quel forse mi sfidò e mi spinse ad accettare, quello e il pensiero della promessa di Adele, il sogno di un suo bacio, di quelle labbra morbide sulle mie, l’odore buono, come di pane appena sfornato, che la avvolgeva ovunque andasse. Accettai, dissi di sì e Mimmo si mise le mani nei capelli.

Insomma, alla soglia dei quattordici anni di notte sognavo Jimmy Page e David Gilmour, Jimi Hendrix e B.B. King, Eric Clapton e Mark Knopfler e di giorno provavo fino allo sfinimento i tre accordi ripetuti la, mi, re, mi, che mi avrebbero permesso di suonare La canzone del sole e sognavo Adele, le sue efelidi e le sue labbra vellutate. Suonavo, se si può utilizzare questo verbo, chiuso nella mia stanza, circondato dai poster dei mostri sacri della musica, immaginando che anche loro dovevano avere iniziato storpiando accordi e torturando le orecchie delle proprie famiglie.

Mi esercitavo durante i bui e noiosi pomeriggi di un inverno alla fine, fu un periodo difficile, mio fratello maggiore mi dileggiava e mi scoraggiavo facilmente ma vedere Adele nei corridoi, che mi sorrideva da lontano e portava la sua mano sulla bocca, mi spronava a continuare. Mimmo arrivava, trascinando la sua pesante chitarra e obbligandomi a lunghe e dolorose sessioni e fu così che dopo poche settimane fui in grado di riprodurre il brano, che lui suonava con facilità assoluta, in una versione abbastanza accettabile. Giunse perfino ad ammettere: Le tue zappe hanno iniziato a muoversi come si deve e hai anche un insospettato senso del ritmo, forse puoi farcela! Nonostante avesse ripetuto quel forse, il giudizio di Mimmo provocò un tuffo al cuore, sentivo che le labbra di Adele si stavano avvicinando alle mie.

Un ostacolo imprevisto le fece allontanare, non riuscivo a imparare il testo. Lo trovavo stucchevole e banale, ma dopo tutta la fatica fatta per imparare gli accordi non era il momento di fare gli schizzinosi, e poi la canzone era bella e forse sarebbe piaciuta ad Adele.

Adele. Adele. Adele. Adele del mio cuore.

Qualunque cosa, farò qualunque cosa, dissi a Mimmo, che sopportava stoicamente le debolezze dell’amico col cuore rapito. Un foglietto, mi propose, con le parole scritte, incerottato sul legno della chitarra, era la soluzione. Non preoccuparti, lo fanno anche i grandi, mi rassicurò Mimmo ed io gli credetti.

Tutto era pronto, prima delle vacanze di primavera, portai a scuola la chitarra. Ero eccitato, il cuore mi pulsava veloce tanto da farmi male. Avrei suonato nel corridoio della scuola, davanti a tutti, se non era una prova di coraggio quella… La cercai alla prima ora, poi all’intervallo. Osai affacciarmi alla sua classe ignorando i risolini delle compagne.

Ma Adele non c’era.

Venni a sapere che i suoi avevano divorziato e lei aveva seguito la madre in un'altra città. La mia Adele non era più lì, la ragazzina che aveva promesso di darmi un bacio. Per qualche tempo ebbi la morte nel cuore, nemmeno Mimmo si avvicinava per parlare.

In un impeto di rabbia tagliai le corde della chitarra e la nascosi in fondo all’armadio. Il mondo andava avanti ma io mi ero fermato. Avrei voluto annegare nelle mie lacrime.

Un giorno, prima delle vacanze estive, Mimmo venne vicino con un’espressione furbetta e mi porse un pacchetto di carta, dicendo: Regalino! Oggi vengo da te e le montiamo, vediamo che cosa ricordi. Si allontanò sorridendo. Aprii il sacchetto e vidi cosa c’era dentro. Corde metalliche da chitarra classica. Il mio amico faceva sul serio. Venne a casa mia, rimise a posto la chitarra e la accordò. Non suonava male. Poi me la porse. Io sapevo suonare solo una canzone e feci quella. Sì, condivisi, non suonava male. Capii che era il momento di ripartire e provare a raggiungere il mondo che non ne voleva sapere di fermarsi. Imparai altri accordi, molte altre canzoni, alcune in inglese, imparai a cantare mentre suonavo. La cosa si fece interessante mi diede piacere e anestetizzava il mio dolore e durante gli anni del liceo feci parte di numerose band, tutte con molti sogni e poche certezze ma ci divertivamo. Poi mi diedi all’ingegneria informatica e la chitarra venne richiusa nell’armadio. Questa volta senza tagliare le corde!

E’ curioso, a quattordici anni, ogni volta che vedevo Adele, mi tornava in mente che dovevo imparare La canzone del sole, poi per anni ogni volta che davano quel brano alla radio, mi tornava alla mente Adele, il suo viso, il suo profumo. Il dolore per quel bacio mancato che non ricevetti mai. Chissà se la mia vita sarebbe stata diversa.

Non lo so e non importa, quel bacio non lo aspetto più da decenni, ma quella promessa è stata un bene, mi ha regalato la musica.

E quella l’ho ancora nelle dita.

 

 

 

 

 




giovedì 23 dicembre 2021

Cena di Natale

 





-Per favore, passami il vassoio con il lardo!

-Non esagerare, lo sai che ti fa male…

-Afllora pefrché lo comfphrate? Ugo risponde a bocca piena, s’ingozza che nemmeno i maiali.

Rita lo guarda male ma lo sa che sotto la rispostaccia sgarbata del marito c’è un fondo di verità. Anche se suo marito ha il colesterolo alle stelle, per questo cenone ha comprato, oltre al lardo, mezzo chilo di gorgonzola, un trancio di salmone, sei metri di salsiccia e insaccati come se stesse arrivando la fine del mondo. Inoltre ha preparato con le sue laboriose manine, una cheese cake ai frutti di bosco e farcito i panettoni di crema pasticcera e panna montata.

Se si andasse a giudizio, potrebbe configurarsi omicidio premeditato anzi carneficina di familiari con aggravante alla crema.

A proposito di familiari, Ugo non è il solo che si strafoga come un maiale, poco distante c’è suo cognato Nicola che addenta lo stinco arrosto, dopo aver finito tutte le patate. Tra i due non corre buon sangue e ci mancherebbe, con tutto il grasso che circola in quelle vene… In mezzo, tra Ugo e Nicola sta seduto il piccolo Ennio, otto anni, occhialuto e sagace bimbo della serie “so tutto io”, che al momento non mangia perché ha appena ricevuto un tablet in dono e non vuole ungerlo con le dita sporche. Si limita a lanciare occhiare a destra e a sinistra e a sorvegliare che nessuno gli sottragga le costine che ha nel piatto.

La tavolata è chiassosa e disordinata, come impone la tradizione, a capotavola c’è una matrona di novanta chili, nonna Mariangela, a sorvegliare che nessuno rimanga senza pietanza nel piatto. Da dieci minuti non fa che assillare Luana, la nipotina di diciassette anni, magra al limite dell’anoressia, che secondo cuore di nonna non sta bene anzi, nasconde qualcosa. Mariangela non fa che ripetere a suo figlio Alberto che la ragazza è malata e che la devono far visitare, che non è normale che sia così magra, che dovrebbe costringerla a mangiare di più. Luana, dal canto suo, quando è a pranzo dalla nonna, sembra fare apposta a non assaggiare che qualche briciola e stare sempre in chat al cellulare, con qualche sua amica, anche quando si sta seduti in tavola. Roberta guarda male la suocera Mariangela e sussurra dell’orecchio del marito: -Perché non le dici che Luana sta benissimo e che lei dovrebbe occuparsi dei fatti suoi? Ma siamo a Natale e Alberto non vuole rovinare la festa a nessuno, così non apre bocca.

Irina, la badante del nonno, mangia a tavola con il resto della famiglia perché ne è parte e perché il nonno l’ha già ingozzato, come fa di solito, con due omogeneizzati, gli ha cambiato il pannolone e l’ha ficcato a letto, ora è lì che sbrana una costina di maiale tenendola per gli spuntoni ossei e imbrattandosi la faccia di salsa barbecue.

–Signora, mi passa il sale, favorisca?

–Sei in Italia da otto anni e ancora devi imparare che si dice “per favore”? E’ il commento antipatico del piccolo Ennio, che non si prende neppure il fastidio di alzare gli occhi dallo schermo. Irina lo ignora ma si rivolge a nonna Mariangela che le ha sporto la saliera. –Per favore?

– Spasibo, nonna! Irina guarda male il ragazzino ma stavolta è lui a ignorarla.

- Troppo sale fa male, Irina… s’intromette Ugo. Rita gli da un calcio sotto il tavolo, conoscendo l’inspiegabile predilezione del marito per le donne dell’est. Lui diventa paonazzo e per poco non si soffoca col boccone.

-Abbiamo notizie dell’avventuriero? Il tono e l’epiteto usato fanno capire che Rita non desidera davvero avere notizie del cognato Luca. L’avventuriero, come lo chiamano ormai in famiglia, è Luca, trentaquattro anni, amante dei viaggi e alle prese con una nuova fidanzata. L’ennesima.

-Quando metterà la testa a posto, non sarà mai troppo presto. Sentenzia nonna Mariangela.

-Se n’è partito per l’Irlanda con quella sciacquetta dai capelli rossi, ma chi va in Irlanda a Natale… pontifica Rita che a quanto par di capire non gradisce né il paese né la ragazza.

Nessuno risponde. Mariangela ha fatto a fette due panettoni e tutti si sono lanciati come piranha sulla preda, perfino il piccolo Ennio, che per l’occasione ha riposto il suo tablet nella confezione.

Mariangela osserva tutti con possessiva benevolenza, tutti tranne Luana, che ha rifiutato la fetta di dolce e ha iniziato a sbucciare un mandarino che forse assaggerà tra mezz’ora.

Comanda a Irina, che non è mai fuori servizio, di prendere il “sacchetto” della frutta secca, un osceno involucro di due chili che Irina deposita a centro tavola.

Come ogni anno, dopo si giocherà a carte, tutti si perderanno nei propri cellulari a fare gli auguri a chiunque al mondo, ignorando i presenti, poi ci si scambieranno regali, costituiti da pigiami spaventosi, calzettoni agghiaccianti e centrotavola indecenti e ci si daranno frettolosi baci sulle guance, degno epilogo di chi non vede l’ora di lasciare la scena e rientrare al sicuro, nel proprio caldo appartamento.

Irina strizzerà in un soffocante abbraccio Ennio, sapendo che il ragazzino odia gli abbracci, Ugo e Nicola si stritoleranno la mano a vicenda, pronunciando un ruvido “buon Natale” e Luana si costringerà a ringraziare nonna Mariangela per la squisita cena.

Forse arriverà la videochiamata di Luca, dall’Irlanda ma non è detto, dipende dal campo.

Tutti dimenticheranno velocemente perché sono lì e cosa si stia mai festeggiando.

E inizierà il conto alla rovescia dei giorni mancanti al prossimo Natale…

Che per queste persone si limiterà a essere un dies natalis solis invicti qualunque.

 

 

 







sabato 18 dicembre 2021

Regali inaspettati

 





Il vecchio Arnaldo, detto Aldo, non ne combina mai una giusta.

Questo almeno a sentire lui. Non ne combino mai una buona, è solito annunciare quando si presenta alla gente. In paese è conosciuto e nessuno ci fa più caso e per dirla tutta, molto spesso l’affermazione corrisponde al vero. Anche e soprattutto durante il periodo natalizio.

Tutti ricordano quando ha regalato una bottiglia di "Maximum" Blanc de Blancs, al suo amico Renato, appena dimesso dall’ospedale, con una cirrosi epatica. Renato prese la bottiglia, ringraziando Aldo ma appena questo uscì da casa, versò l’intero litro e mezzo nel lavandino, non senza aver versato anche qualche lacrima.

Aldo lo venne a sapere e il suo commento, lo indovinate, fu il solito, non ne combino mai una buona… ma Aldo era un caparbio. L’anno dopo riuscì a regalare una penna Special Edition Rollerball Parker al cugino Renzo, dimenticando un piccolo particolare. Renzo aveva completato con fatica la quinta elementare e non scriveva una frase da quando aveva spedito l’ultima lettera dalla caserma, quarant’anni prima, alla mamma. Renzo riciclò subito il regalo, donandolo al nipote, che andava a scuola per diventare geometra e aveva ripetuto due volte la terza, ma almeno lui qualche diavoleria sul diario la scriveva.

Aldo ci tiene a fare bella figura e per lui il Natale è un periodo durante il quale non si deve badare a spese.

Qualche anno fa comprò un bellissimo paio di cuffie ROLAND RH-300V alla zia Anna, che non solo era diventata mezza sorda, ma aveva anche dato via lo stereo per poche lire, insomma la donna accettò il regalo e poi mise un annuncio in parrocchia per rivenderlo.

Sarebbe bello se tutto si limitasse a questo, ma la lista delle figuracce e dei regali imbarazzanti di Aldo è ancora lunga.

Un paio di guanti al vecchio amico Luigi, mutilato di guerra e con una mano sola.

Un libro intitolato “Le cento ricette per dolci e torte” al vicino Ernesto, affetto da grave diabete.

Un kit di creme anti-età alla nipote quindicenne della signora Franca, sua dirimpettaia.

Un sassofono all’ex alpino Angelo, un ottantenne obeso e con l’enfisema, che vive perennemente con l’affanno.

Un accendino zippo a Giorgio, noto in tutto il paese per le sue campagne antifumo.

Un pacchetto “Fuga romantica” tutto incluso a Mario una settimana dopo il suo divorzio dalla moglie.

State pur certi che se Arnaldo vi farà un regalo, sarà una vera tragedia.

Ma Aldo è un uomo buono.

Stasera l’ho visto passare nella grande piazza del paese, si teneva il colletto alzato, si capisce siamo sotto zero, ho visto che allungava qualche moneta al mendicante che si posiziona sempre sotto il portico della chiesa, per riparare dal gelo e per verificare se le persone che escono dalle funzioni sono davvero misericordiose. Aldo non è uno che frequenti ambienti sacri ma si è avvicinato all’uomo. Ho notato che aveva con sé una borsa capiente, ha tirato fuori una vecchia coperta di lana e l’ha sporta al barbone. Gli ha dovuto regalare anche un fazzoletto, perché quello si è messo a piangere come un bambino. Poi Aldo si è allontanato, e il mendicante è tornato a sedere al suo posto ma si vedeva che era felice.

Sono sicuro che Aldo starà comprando qualche genere di paccottiglia, costosa, imbarazzante e inservibile, da regalare agli sfortunati parenti ma per quest’anno almeno un regalo è riuscito ad azzeccarlo.

Una persona ha gradito il gesto inatteso.

Qualcuno ha ricevuto un bellissimo dono.

Ci vuole così poco, dopotutto.





domenica 5 dicembre 2021

Italian Pasta

 




 

Io sono un mediatore.

Ho lavorato con un’accozzaglia di strani individui in passato. Molti stravaganti, qualcuno violento, alcuni di un’ignoranza colossale, altri con scarsa istruzione scolastica ma con cervello molto fino, tutti senza dubbio pericolosi.

Ci sta, se consideriamo che sono un mediatore della mala.

Vedete, se un’organizzazione, diciamo, sopra ogni sospetto, un sindacato, una società immobiliare, una offshore, ha bisogno di “rimuovere” un ostacolo che rallenti o impedisca il rapido raggiungimento degli obiettivi, allora chiama un mediatore e lo paga bene, attendendo gli sviluppi.

Se l’ostacolo di cui sopra è una persona, poco male, il mediatore si rivolge a specialisti che sanno come togliere l’ostacolo.

Niente di personale, solo business.

Sono affari costosi e delicati, nessuno si sporca e quasi nessuno si fa male. A parte ovviamente l’ostacolo in persona.

Ho lavorato con innumerevoli professionisti, non ho problemi o pregiudizi o forse qualcuno sì. Ho gestito affari con gente di nome Whitzel, Vetthelheim, Wolberg e così via, ma non avevo mai lavorato con Vittori. Strano, perché qui nel Queens è pieno di Italiani, forse non come a “Broccolino”* ma questo è un altro discorso. Intendiamoci, non ho problemi con gli italiani, conosco un paio di “Luigi” dove si mangia molto bene, ma non mi disturba che se ne siano andati quasi in massa a sud di Newark o in Pennsylvania, appena accumulati un po’ di dollari.

Tornando a Vittori, mi sono informato. L’ultimo lavoro che ha svolto è stato grande. Deve essere un fottuto genio, tipo Da Vinci, tanto per intenderci.

Il committente non voleva pagare. Il motivo era che l’ostacolo da rimuovere, un certo John Dale, si era suicidato prima che Vittori si fosse mosso. Ovviamente non era così e alla fine hanno sborsato il loro mezzo milione.

Quel genio di Vittori ha architettato un piano degno di Machiavelli. Ha organizzato una serie di party sui terrazzi dell’isolato, musica, escort e coca di alta qualità, invitando tutto il quattordicesimo piano, sede di lavoro di John Dale. E’ riuscito a hackerare il sistema informatico della ditta di Dale, in modo da impedire all’uomo di partecipare, talvolta per incarichi che lo tenevano in ufficio fino a mezzanotte, un'altra perché bloccato in ascensore da un black out di tutto l’edificio. John Dale non vedeva l’ora di poter partecipare a una di quelle bellissime e costose feste e quando arrivò l’invito con un sms, non ebbe dubbi e una volta salito sul terrazzo, forse colpito da depressione, non avendo trovato nessuna festa ad attenderlo, si era suicidato (o forse era stato suicidato da qualcuno che lo aspettava nel buio), lanciandosi dal ventottesimo piano.

La bravura di Vittori è stata quella di disseminare di messaggi e post partite dalla mail e dai profili social di Dale, a contenuto tragico che lasciavano trapelare la sua velata depressione e la tendenza suicida.

Un fottuto genio.

Persino la sua famiglia ci ha creduto. Il N.Y.P.D. ha dovuto archiviare il caso e alla fine il committente ha pagato.

Ora, vedete, il mediatore ha la sua buona percentuale ed io, essendo stato messo in contatto per un lavoro grosso, un big business, non ho perso tempo, sapendo su che cavallo puntare.

Vittori fa al caso mio.

Non importa se è un mangia pasta, non importa se non si chiama Whitzel oppure Vetthelheim e nemmeno Wolberg!

Certo, lo avrei preferito ma se si tratta di un genio, va bene anche un Italiano.

Un fottuto genio.

 



*Brooklyn