domenica 3 ottobre 2021

Testa o Croce

 





Caterina Ballestreri è una giovane donna. A ventisette anni non sei più una ragazza ma a volte manca ancora qualcosa per essere una donna fatta. A Caterina non manca niente per la verità, lo vedi dalla luce che ha negli occhi, dall’intensità con cui affronta le giornate. Abita al terzo piano, è taciturna ma non manca mai di salutare quando la incroci per le scale e neppure di tenere il portoncino aperto quando passa la Ivaldi, col suo deambulatore. Caterina è una giovane per bene, quando è venuta ad abitare nel nostro stabile, le donne della scala hanno storto il naso ma lei non ha mai dato motivo di lamentele, non organizza feste, non ascolta musica a tutto volume. “Una giovane che vive sola, attirerà uomini di tutti i tipi e porterà guai nel palazzo!” Ha sentenziato la moglie del portiere ma Caterina, un giorno dopo l’altro, con la sua condotta l’ha smentita. Non per questo qualcuno ha smesso di osservarla con sospetto, quando passa. Abita qui da poco più di un anno e nessuno sa cosa faccia per vivere, si è sparsa la voce che abbia smesso di studiare, abbandonando l’università e gli esami, e questo ha fatto storcere altri nasi, come se la cosa riguardasse l’intero condominio. Negli ultimi mesi ha spesso fatto da babysitter a Franceschina, la bimba di quattro anni, figlia dei Rossi che stanno all’ultimo piano. La nonna si è ammalata e quando la bimba non va alla scuola materna per qualche motivo, Caterina sale in casa Rossi con un libro di favole e sorveglia la piccina. I Rossi sono gli unici ad avere avuto dei rapporti con la giovane, da quando vive qui. Hanno raccontato un giorno, di avere saputo che Caterina passa tre mattine alla settimana al centro per anziani, giù nel quartiere, a fare volontariato. Spesso si occupa anche di distribuire generi alimentari alle famiglie in difficoltà e la moglie del portiere, non fidandosi, è andata a fare un giro, raccontando di averla vista mentre distribuiva borse con pasta e biscotti e farina e latte, e sorrisi a quanti si presentavano per ricevere quei beni. Ha anche aggiunto che lei lo aveva sempre detto che quella ragazza, anzi quella giovane, oltre a essere molto bella, aveva qualcosa di speciale, un’aura di santità.

Caterina è veramente bella e sorride spesso ma non si lascia andare in chiacchiere e pur essendo molto gentile non ha mai raccontato a nessuno del suo attivismo nel mondo del volontariato.

Dopotutto è così che si dovrebbe fare, non è che uno fa del bene agli altri per poi vantarsene o dirlo pubblicamente, no?

Una sera sono rientrato molto tardi, avevo terminato una riunione di lavoro straordinaria e tornando si era forata una gomma, per di più non si trovava un parcheggio, così ero stato costretto a girare a vuoto per venti lunghi minuti e alla fine avevo lasciato l’auto a un chilometro da casa. Era davvero tardi e rientrando a piedi avevo incrociato una donna piegata in avanti a rovistare nel vano motore di un’utilitaria. La donna aveva tacchi altissimi e calze a rete con la riga, su due gambe lunghissime, una gonnellina di pelle corta e attillata che fasciava i fianchi stretti. Insomma l’abbigliamento non lasciava equivoci sull’attività praticata dalla signorina. Alla mia età non sono certo il tipo da perdere tempo a fissare le gambe di una squillo ma la donna sembrava avere problemi con la macchina e mi dispiaceva non poterla aiutare. Lei si accorse del mio indugiare e si sollevò dall’auto chiedendo se ne capissi di motori. Io risposi che non ci capivo niente, tutto quello che potevo fare, era darle un passaggio fino a dove fosse diretta. Era buio, la donna era truccata pesantemente ma si capiva che era giovane, poi lei si portò le mani alla bocca e cercò di ritrarsi. “C’è qualche problema…” stavo per continuare quando restai in silenzio. Con un attimo di ritardo rispetto alla donna, anch’io l’avevo riconosciuta. Lei cercò di scusarsi, di voltarsi ma riuscii a chiamarla. “Caterina…”

 

Si voltò e mi chiese di dimenticare di averla vista, m’implorò di non farle perdere l’appartamento che aveva trovato, che non avrebbe saputo dove andare.

Nemmeno per un secondo mi era passato per la mente di comportarmi con una tale bassezza, chi ero io per esprimere giudizi o per condannare la vita di quella ragazza. “Come posso aiutarla, Caterina?” Fu l’unica cosa che riuscii a pronunciare, vincendo l’imbarazzo di entrambi. “Potrebbe darmi un passaggio?” Lei era paralizzata e impacciata, la accompagnai fino alla mia auto, vedevo le facce dei passanti osservarci, chi con sdegno, chi con un sogghigno, un anziano signore che si accompagnava a una giovanissima donna di facili costumi. Feci finta di niente e così lei. La feci salire in auto sotto gli occhi di una coppia matura che si era girata a guardarci mormorando oscenità. Mi diede un indirizzo nel centro città e la portai. Arrivati al portone, pronunciò delle scuse frettolose e si fermò un secondo a guardarmi con gratitudine. Poi scese e scomparve dentro allo stabile.

Tornai a casa.

Pensai molto all’episodio ma dentro di me non avevo mai avuto dubbi.

Per me lei era la stessa Caterina di sempre, la giovane donna con lo sguardo fermo e deciso, la ragazza silenziosa che a volte faceva la babysitter a una bambina di quattro anni e che passava tre mattine la settimana, come volontaria in un centro per anziani.

Qualcuno potrebbe obiettare che rimane pur sempre una donnaccia, una peccatrice, lo so.

Ma quando studiamo una moneta, forse ci fermiamo a osservare solo una faccia? La valutiamo solo per la testa che ha inciso o per la sua croce?

Mi dico che solo l’intera moneta rappresenta il suo valore. Che non esistono persone completamente buone o totalmente negative.

Poi quello che fa per vivere quella donna, non è cosa che competa ai condomini e finché questa cosa dipende da me, non sapranno niente.

E’ passato qualche tempo da quella sera.

Incontro Caterina per le scale o all’ingresso di queste e lei mi saluta con gentilezza, cedendo il passo e abbassando gli occhi.

Di questo abbiamo bisogno nel palazzo.

Di persone gentili.

Poi vado al lavoro, sereno.

 




domenica 19 settembre 2021

Sogno o son desto?

 





Sogno o son mesto?

 

Come mi piacerebbe fantasticare di stare sognando. Immaginare di dormire e vivere un incubo che cesserà appena aperti gli occhi. Ma so che non è così. Sono sveglio. E sono circondato da esseri che non credono alle evidenze. Non solo. Nemmeno accettano che ci sia una moltitudine che, a differenza loro, alle evidenze sa di poter credere e, contro quella moltitudine, reagiscono con violenza ottenendo solo un muro contro muro.

Come vorrei essere addormentato, invece sono sveglio e questo mi precipita nella mestizia.

 

Sogno o son lesto? 

 

Ogni mattina ti svegli e sai che devi correre, e questo ormai è noto non solo in Africa. Perché c'è sempre qualcuno già sveglio che con opportunismo sta lavorando per avere vantaggi e benefici, ben consapevole che il prezzo da pagare lo lascerà a te. Meglio essere lesti e reattivi se non vogliamo accontentarci delle briciole.

 

Sogno o son pesto?

 

Ma quando non si è abbastanza rapidi con cervello e parole, si rischia di battere i denti, di prendere tante di quelle bastonate, non sempre metaforiche, che davvero sarebbe meglio non uscire dal letto la mattina. E nonostante tutto, pur essendo un tipo mattiniero, resto umano e le bastonate le prendo ugualmente, così mi ritrovo certe sere livido e pesto.

 

Sogno o son questo? 

 

Saremo fatti della sostanza dei sogni, come scriveva il drammaturgo inglese, ma siamo anche di carne e sangue. I lividi fanno male e anche certe persone. Sarà che mi perdo in mondi fantastici, sarà che mi piace sognare ma quando sono sveglio, reagisco alla mestizia, sono veloce quanto basta e all'occorrenza so piazzare un colpo efficace. So fare male, non ho imparato da un tutorial ma dalla vita, che toglie e dà in un continuo turbinio privo di logica o giustizia.

 

 E quando non sogno, resto vigile e lavoro duramente per mantenere tutto in equilibrio.

Questo sono.

 

Con amore.

 

 

 





sabato 11 settembre 2021

Let’s rock!

 





Vorrei iniziare con un aneddoto.

Una sera, prima di un concerto, il cantante solista nonché leader di una celebre rock-band, si mise a girare per i corridoi dei camerini, urlando: “Dov’è il mio batterista, dove si è cacciato!”

Andò a picchiare contro la porta di Charlie ma non ottenne risposta.

Si narra che il batterista ignorò di proposito il chiassoso richiamo, finì di prepararsi, poi uscì dal camerino, raggiunse quello di Mick, si fece aprire la porta e gli sferrò un gran cazzotto in piena faccia, dicendo poi:

“Non sono io il tuo f*** batterista, caso mai sei tu il mio cantante!”

I due musicisti in questione erano Charlie Watts e Mick Jagger.

Dopodiché andarono sul palco e fecero il loro concerto.

 

C’è chi dice che si sia trattato di uno scherzo, chi racconta che sia successo di notte, chi scrive che si tratta di una leggenda, come leggendari sono diventati i protagonisti della nostra storia.

Stiamo parlando dei Rolling Stones e non faccio fatica a credere che gente del loro calibro avesse, oltre al talento straordinario, un carattere da vendere.

Ma non siamo tutti Rolling Stones!

Quello che vorrei dire è che i due, a parte i loro screzi e disaccordi, a patto che ne abbiano avuti davvero, facevano musica e per suonare davanti alle folle occorre essere in sincronia, andare a tempo ed essere intonati, quindi, cazzotto o no, erano cavalli di razza che sapevano galoppare assieme sul palco.

Per stare bene assieme, oltre a suonare la stessa musica, non si dovrebbe arrivare a darsi pugni in faccia, almeno questo è quello che ci auguriamo tutti, ma spesso occorre dichiarare e chiarire la propria posizione. Se il cantante pensa di essere il proprietario della band (batterista compreso) qualcosa non va. Se il batterista si tiene dentro, represso, un sentimento di rancore verso il cantante, qualcosa non funzionerà. Andranno sul palco e steccheranno davanti a tutti.

Ovunque, quando non si è chiari su chi fa cosa e su quale obiettivo si voglia raggiungere, qualcosa prima o poi non funzionerà e non basterà una bella voce o una grande conoscenza dello strumento per salvare la faccia.

Una rock band è composta di pochi elementi che spesso vanno e vengono, ma un’organizzazione complessa è tutta un’altra cosa. Dunque evitiamo che a prendere il pugno in faccia sia il benessere lavorativo stesso, evitiamo di arrivare al momento in cui una primadonna si lasci andare in dichiarazioni da diva e qualcuno, giunto al limite della sopportazione, dia di matto e cerchi di colpire il viso del primo. I segnali ci sono e chi li ignora, pur vedendoli, è altrettanto colpevole.

Non siamo tutti Rolling Stones, dicevo prima, e questo non è completamente un male. Abbiamo bisogno anche di cori di montagna, musica popolare, orchestre, l’offerta deve essere più ampia possibile ma in ogni gruppo ci deve essere chiarezza sul ruolo e sulle competenze di ognuno.

E su chi ha il dovere di dirigere l’orchestra.

Fatto questo avremo almeno una base su cui lavorare, si potranno accordare gli strumenti e si potrà andare in scena.

Con il benestare di Mick e del compianto Charlie!

 

 

 






 

 





domenica 29 agosto 2021

Sedazione

 





Quando pensi di aver visto tutto nella vita, capita qualcosa che ti fa sospettare che stavi sbagliando.

Che ti costringe a cambiare prospettiva.

Un imprevisto, una casualità, un malanno.

Ho ottantacinque anni e della guerra ricordo poco o niente. La sirena che ci faceva scappare nelle cantine (a fare la fine dei topi, ho pensato in seguito) o qualche soldato che non parlava la nostra lingua e ci regalava gomme da masticare. Da ragazzo mi ripetevo tante volte che meglio sarebbe stato morire guardando in faccia il nemico, aprendo la camicia e mostrando il petto ai fucili, come un eroe romantico da operetta ma da ragazzo, come spesso accade ai ragazzi, non capivo niente.

Poi sono cresciuto nel lavoro e nella famiglia e mi sono fatto una vita tutta mia, come mi sentivo ripetere da sempre, sapendo che era la cosa giusta da fare. Ma alla famiglia, che cresceva e moltiplicava, non ho potuto dedicare molto perché il mio tempo era dovuto al lavoro e il lavoro non mi restituiva che spossatezza che nemmeno il sonno sapeva placare e dolori alla schiena e a tutto il corpo, che nessun dottore ha mai potuto lenire.

Ma tutta la stanchezza e tutti i dolori non sono niente, niente se in cambio hai una moglie che ti guarda con comprensione o se hai sulle ginocchia un pronipote che vuole giocare con te e ti fa scoppiare il cuore di tenerezza.

Ho visto tante cose nella vita, giovani rovinarsi con le proprie mani, regalando la propria felicità in cambio di una bottiglia di vino, uomini come me, dannarsi e sporcarsi le mani di sangue per colpa di una gelosia malata, uomini che riuscivano a crescere solo negli anni, ma nell’animo rimanevano bambini, bambini capaci solo di incolpare gli altri per le proprie sconfitte.

Ho visto anche uomini e donne fallire nei loro progetti per la cattiveria e la scaltrezza altrui, e per la loro innocenza o forse ingenuità, e distruggere così anni di sacrifici e impegno.

Ho visto famiglie rompersi come si rompe un giocattolo che si è amato ma che è venuto a noia e così si desidera un gioco nuovo, mariti e mogli usare il coniuge come un oggetto, una cosa di poco riguardo e di nessun valore, un soprammobile che ci si ricorda di spolverare solo quando viene qualcuno.

Ho perso diversi amici, durante la vita. Quelli perduti perché sono morti erano amici, gli altri li ho lasciati andare e forse non erano davvero amici ma solo persone che hanno percorso qualche anno vicino a me, senza essere mai state dentro di me, e sento forte il rimpianto per alcune persone che invece di sbocciare e dare frutto, sono avvizzite come un fiore reciso e senza acqua. Oggi posso dire di avere pochi amici ma quelli che sono rimasti, meritano il termine.

Ho avuto la possibilità di stare tra la gente, camminare in mezzo a una folla, chiacchierare nelle marce, gridare negli scioperi ma anche cantare durante le processioni e le feste. Sentire l’abbraccio e muovermi e accorgerci che si era un unico corpo in movimento di cui noi, uomini e donne, eravamo gli organi senza i quali il corpo sarebbe morto.

Altre volte ho avuto la possibilità di assaporare l’incanto del silenzio e della solitudine, al termine di un sentiero tra le pietre di una montagna o seduto sull’erba all’ombra di un ciliegio tra le colline, e nel silenzio godere del verso del mondo che stava girando.

Sono molti i doni che ho fatto e che ho ricevuto. Innumerevoli gli oggetti, offerti per tradizione o apparenza, inutili e ingombranti che sarebbero finiti in quel museo dell’antichità che quasi tutti conserviamo nelle nostre cantine, ma anche molti graditi come un respiro d’aria fresca dopo un’immersione, autentici gesti di bellezza e di amore, segno concreto di legami invisibili. Il dono più prezioso, dopo quello della vita, me l’ha fatto Dio mandandomi la moglie che ho sposato e che mi aspetta da qualche parte e presto incontrerò. Per tutti gli altri, spero e credo di esserne stato all’altezza e di averli meritati.

Un altro dono che ho saputo riconoscere e di cui sono stato sempre sommerso è stato gioire del sorriso delle persone. Riconoscere la sincerità di questo semplice gesto, mai banale, che è sempre stato sufficiente a scaldarmi anche nelle notti d’inverno. Come quello di quest’infermiera che ho davanti, che non smette di sorridermi anche rimanendo seria e concentrata.

Io so che è sincera, questa donna che armeggia con i suoi farmaci, e se anche sta calcolando dosi e misurando volumi, il suo sorriso è autentico, anche se sa che la sto osservando, le parte dal cuore, si rivela sulle labbra ed è confermato dagli occhi.

Ora sono davvero stanco, solo a sentire il termine sedazione, provo un autentico conforto e capisco che chi è presente al momento voglia piangere, perché non riesce a coglierne il sollievo. Ma sono in pace come non lo sono mai stato prima.

Dunque vai, giovane donna, premi sullo stantuffo e inietta il farmaco, perché ora ho solo voglia di dormire e sono felice perché mi è stato promesso che potrò rivedere i cani e i gatti che ho avuto e che sono stati autentici e gioiosi compagni di vita, creature che ho amato e che mi sono mancate ogni giorno, e che non dovrò più soffrire per le infermità che angustiano le persone anziane come me.

Grazie a te, dolce infermiera che mi sorride, perché stasera sarai a casa, da tuo marito e tuo figlio che laveranno via la stanchezza del tuo difficile lavoro, mentre io finalmente dormirò felice.

O forse no, ma va bene così.

 

 








martedì 17 agosto 2021

L'isola che non c'è

 








Seconda stella a destra, questo è il cammino, e poi dritto fino al mattino… ecco come ha scritto, con penna felicissima, il celebre rocker italiano!

Hai poco da fare lo spiritoso, Gianfranco!

Ma quando vai in un luogo, devi almeno conoscerne la geografia, non credi, Gino?

Dunque quella sarebbe un’isola, secondo te? E non un ammasso di, come si chiamano, cirri o nembi o cumuli, insomma quella roba fatta di nuvole…

Ma quali nuvole, è un’isola ti dico!

E perché ieri non c’era? L’hanno spostata nella notte?

Non saprei, ma oggi c’è, e questo mi basta.

Sì, la vedo anch’io. Gino è costretto ad ammettere che il suo amico ha ragione. Quell’ammasso scuro, a forma di piramide, che si erge all’orizzonte, sul mare che hanno davanti, sembra proprio un’isola. E non può neanche attribuire la colpa al prosecco bevuto la sera prima, dopotutto si sono fermati a una sola bottiglia. A testa.

Secondo Google, quella è l’isola di Montecristo! Afferma Gianfranco.

OK, ti credo. Ma è strano…

Che cosa è strano?

Che queste sere non si sia vista nemmeno una luce, eppure ci siamo venuti sulla spiaggia, ma niente. Cos’è, disabitata?

No, secondo Google ci sono due custodi.

Da soli? E che hanno da custodire? Gino, che di solito è il bastian contrario, ora sembra interessato.

Custodiscono la natura, è una riserva naturale, sai che è vietato pescare, fare il bagno, attraccare con la barca e anche solo avvicinarsi all’isola?

Ora mi verrai a dire che hanno un cannone e se ci provi, ti affondano?

Ma no, sono solo custodi… pensa che sull’isola non ci sono strade, locali, linea elettrica, telefono… solo i ruderi di una fortezza, un monastero abbandonato, capre e i due custodi.

Due soli?

Certo, sempre secondo Google, sono marito e moglie, vivono lì da anni, aspettano i rifornimenti che arrivano con un battello ogni due settimane.

Marito e moglie??? Ma questa è una tragedia, nemmeno un bar per uscire la sera, quando c’è tensione…

Ma quale tensione, quei due devono amarsi follemente, essere complementari e tendere alla vita eremitica…

Quei due devono essere matti. Afferma Gino.

Sarà… mormora laconico Gianfranco. Ma forse i matti siamo noi, qui sulla spiaggia affollata, con le nostre creme solari, i nostri ombrelloni, le maschere per lo snorkeling, le auto accatastate nei parcheggi carissimi, gli orari, gli impegni, la dipendenza da Google, la fissazione del divertimento a tutti i costi…

Adesso esageri, Gianfranco. Ma mi spieghi perché ieri l’isola non si vedeva?

Forse per la foschia, o la superficie salata dell’acqua che crea una condensa bianca, credo…

Come ti arrampichi sugli specchi tu, nessuno… quindi Montecristo sarebbe un’isola che a volte c’è e a volte non c’è? Ma dove siamo capitati, in un episodio di Lost?

Gino ride di cuore, quella vacanza col vecchio amico lo sta sorprendendo.

No, molto semplicemente quello è il paradiso sulla terra!

E ci sono anche Adamo ed Eva… conclude Gino.

L’abbiamo trovata, ride Gianfranco, e con i suoi ottant’anni sembra ancora un bambino.

Abbiamo trovato l’isola che non c’è!

 

 

 

 


venerdì 30 luglio 2021

Così va il mondo

 






Piercarlo guardò il quadrante del suo Rolex Submariner e fece una smorfia di disappunto. Vide la crepa nel vetro e ricordò a se stesso che avrebbe dovuto passare dal concessionario. Sarebbe stato meglio indossare il Panerai automatico, ma ormai era tardi. Era incredibilmente in ritardo e girava nel parcheggio ormai da venti minuti. Il problema non era l'avvocato che lo attendeva, quello, con la parcella che gli corrispondeva tutti i mesi, poteva aspettare benissimo, ci mancherebbe, ma lui era pieno d’impegni e quella giornata si stava rivelando pesante, redditizia ma pesante.

Nella sua Lexus la temperatura era deliziosa ma il parcheggio doveva essere rovente. Sentiva la camicia Armani che gli frusciava fresca sulla schiena, ma sapeva che gli si sarebbe appiccicata addosso, appena sceso dall’auto. Girò per la quarta o quinta volta davanti al fast food e si accorse che i pochi avventori lo stavano osservando. Forse ammiravano l’automobile, un oggettino che non si sarebbero potuti permettere nemmeno lavorando due vite. Tantomeno stando seduti davanti a quel localaccio a perdere tempo. Che posto squallido in cui mangiare, pensò, sebbene ci fossero dei “panettoni” di cemento a delimitare la zona, tra i tavolini e il parcheggio a spina di pesce.

Intanto lui svoltava a destra, poi a sinistra, poi tornava indietro, capitava di vedere un posto libero ma una volta vicino si accorgeva che era solo un’illusione ottica, un’utilitaria spinta fino al fondo del posteggio e questa lasciava un vuoto che non mancava di ingannarlo.

Piercarlo non era uno che perdesse la calma per così poco, aveva partecipato a trattative estenuanti con petrolieri, emiri arabi e mafiosi russi i cui redditi valevano almeno il doppio del PIL di San Marino!

Vide un tipo losco, in una Mini Cooper vecchia e giù di carrozzeria, che girava contromano, cercando parcheggio. Perché la gente è così incivile da non rispettare una cosa semplice come il senso di marcia, si chiese Piercarlo.

Intanto, con la coda dell'occhio, percepì un movimento nella corsia finale. Qualcuno stava uscendo. Fece il giro e appena svoltato vide che un’auto usciva lenta dal parcheggio. Sorrise, finalmente sarebbe riuscito a partecipare all’appuntamento. All’improvviso sentì uno stridere di gomme e, mentre si avvicinava al posto, osservò la Mini arrivare a tutta birra, contromano, e vide il conducente infilarsi con una frenata, nel posto, lasciando peraltro l'auto sghemba.

Piercarlo si fermò dietro la mini, suonò il clacson e apostrofò il tizio che era sceso e si stava dirigendo verso il bar.



“Scusi, non ha visto che stavo parcheggiando io?”

“Si che ho visto, ma io sono stato più veloce" Rispose beffardo l’uomo.

“Poi lei veniva anche contromano…”

“E allora?” rispose il tipo alzando la voce, “Che vuole fare? Darmi la multa?” poi scoppiò in una risata fragorosa. “Mi denunci, i testimoni ci sono!”

Anche i personaggi seduti davanti al bar si misero a ridere. Il tipo della Mini stava dando un’autentica lezione dialettica all'elegantone. Dovevano sentirsi solidali.

“Lei non può comportarsi così, il mondo non va avanti così…” Provò a trattare un’ultima volta Piercarlo, che non pensava più al suo appuntamento.

“Che ne sa lei di come va il mondo, col suo vestito elegante e il suo fuoristrada lussuoso, il mondo è dei furbi!” Sentenziò arrogante l'uomo della Mini. Dal bar si levarono timidi applausi.

“Lei crede?” disse Piercarlo rientrando in auto e innescando la retromarcia.

Tutti pensarono che la contesa fosse finita e strabuzzarono gli occhi quando videro l’enorme e pesante fuoristrada bloccarsi a cinquanta metri dalla mini, poi partire sgommando e andare a schiantarsi, a tutta velocità, sul retro della piccola auto che rimase incastrata col muso contro il pilone di cemento davanti al bar. La Lexus era blindata e riportò qualche graffio attorno alla targa anteriore. La mini invece era ridotta male, sembrava una fisarmonica e usciva fumo dal motore.

Gli avventori si erano alzati dalle sedie, nessuno rideva più. Il proprietario della mini non riusciva a credere ai suoi occhi né a proferire parola.

Piercarlo abbassò il finestrino, sporse un gomito e osservò soddisfatto il danno.

“Io lo so come va il mondo, guardi che lei è in errore… il mondo non dei furbi… il mondo è dei ricchi, prenda nota.” Stava per ripartire ma vedendo l'uomo ancora immobile e con lo sguardo confuso si sporse nuovamente per usare una cortesia. “Ah, naturalmente pagherò tutto, prenda la targa e mi denunci, i testimoni ci sono.”

Poi usci dal parcheggio canticchiando e dimenticandosi dell’appuntamento col suo avvocato.












giovedì 8 luglio 2021

Ho chiuso il cuore in un cassetto

 





Ho chiuso a chiave il cuore in un cassetto, perché mi hanno detto che così si deve fare,

e perché spesso, con i suoi battiti, disturba e non mi permette di lavorare.

Durante il giorno capita di ascoltare molte persone e affrontare disparate situazioni

ma è necessario non lasciarsi influenzare e permettere loro di fiaccare le nostre intenzioni.

Senza il cuore, che distrae, si è leggeri e diventa più facile concentrarsi,

così non è un problema se si deve fare la scelta che alcuni premia e lascia altri a disperarsi.

Servono occhi buoni e cervello veloce, solo questo, il cuore può restare nel cassetto,

quando è meglio evitare errori e si vuole avvicinarsi a essere senza difetto.

Così tra vari problemi incontrati e le consuete lamentele di tanti,

si può cessare di voler cambiare il mondo e senza rimorsi si può andare avanti.

Perché è solo in avanti che si deve andare, che così impone chi siede in alto,

in avanti senza voltarsi e senza preoccuparsi di chi resta dietro o di chi cade sull’asfalto.

Oggi è un giorno strano, non mi era ancora successo di lavorare senza il cuore,

e devo dire che sembra tutto più semplice,  sento uno strano silenzio, un’indefinita assenza di rumore.

Rispondo a tutti, mi muovo svelto, mi sembra di essere preciso ed efficiente,

non ho emozioni che rallentano, sentimenti che moderano, pensieri che frenano e tutto è facile, apparentemente.

 

Quando il turno finisce e rientro a casa, apro il cassetto…

e come prima cosa, il vecchio cuore mi salta in mezzo al petto.

All'improvviso mi sento imbarazzato e confuso, mi guardo un po' attorno,

e senza capire il perché, piango tutte le lacrime del giorno.