venerdì 4 giugno 2021

la vecchia scacchiera

 





Mi chiamo Piero e la mia passione è il vintage.

Come potrebbe essere altrimenti, sono vintage anch’io. O forse sono solo molto vecchio.

Comunque è una parola alla moda e mi piace usarla.

Adoro frequentare i mercatini delle pulci, anche se alcune volte sembra di camminare tra la mercanzia tirata fuori da cantine e pronta per una discarica.

Che cosa può fare un uomo di settantotto anni per ingannare il tempo, direte voi. Come se il tempo si potesse ingannare, le ore e i minuti si accorgono quando li volete fregare e si allungano a dismisura, per dispetto! Soprattutto di notte. Ma sto divagando. Torniamo ai mercatini, la mia passione.

Non ne perdo uno, fiere, feste di paese, eventi, mi diverto a guardare vecchie signore che spendono uno sproposito per un servizio di vecchie tazzine scheggiate e senza valore. Studio vetusti libri dalle pagine ingiallite e dalla costa scollata, tratto testi scolastici dalle pagine piene di arcaici disegni e umide di muffa.

Ma questa mattina per poco non mi prende un colpo! Poggiata su un fusto di detersivo in polvere c'era una scacchiera in pietra saponaria, con i pezzi (non tutti per la verità) raffiguranti due schieramenti opposti. Ovviamente angeli per i bianchi e demoni per i neri.

Mi sono arrestato e ho atteso che la frequenza del battito rallentasse. Avrei dovuto dare retta al cardiologo ma divago ancora. Ne avevo regalata una uguale ma proprio uguale, al mio amico Stefano.

Uguale vi dico.

I pedoni bianchi erano piccoli putti, quelli che vedete nei dipinti e che scagliano frecce nei cuori per far innamorare le persone, piccoli farabutti. Gli alfieri, angeli dalle ali ripiegate sulla schiena, i cavalli dei pegaso alati, il re, un potente arcangelo e la regina, il più bell’angelo del Paradiso. Anche i pezzi neri avevano il loro fascino, pedoni demonietti malvagi, cavalli che li immaginavi soffiare fuoco dalle narici dilatate, il re e la regina veri signori delle tenebre!

Il mio regalo non piacque alla moglie di Stefano, ma a quella scopa secca cosa piaceva? Inutile dire che non vidi la scacchiera sul tavolino del salotto, a casa di Stefano, come mi ero aspettato.  Di sicuro era finita in fondo al ripostiglio o peggio ancora, in cantina. Quanto avevo fantasticato su quei pezzi, stimolavano la mia fantasia ma non ero mai piaciuto alla moglie del mio amico, non facevamo che questionare su qualunque cosa, e così non le piacevano nemmeno i miei regali. Poi, tempo dopo, la scacchiera comparve sul tavolino e questo mi stupì. Forse a Stefano era venuta voglia di giocare con la moglie, mi dissi, ma non lo credevo, non li avevo mai visti giocare, in nessuna maniera. Comunque i pezzi sembravano usati perché vedevo sempre qualche diavoletto sul piano, o un angelo caduto sulla scacchiera come fosse appena stato cacciato dalle sfere celesti. Un giorno vidi la regina bianca, in pezzi, sul pavimento e mi rattristò molto, in futuro quell’immagine mi sarebbe tornata in mente in un triste momento, quando i dottori non erano stati in grado di riattaccare i pezzi rotti del cuore di mia moglie e anche lei era stata buttata fuori dalla scacchiera, una regina mangiata da un nemico più forte, che non avrebbe fatto più parte del gioco, che era la mia vita. Ma mi accorgo che divago nuovamente.

Comunque, le occasioni per vedere se i pezzi della scacchiera erano ancora in piedi, si fecero più rare e ogni volta ne mancava qualcuno.

Un giorno, non so bene quale, perché successe lentamente, Stefano smise di cercarmi e non ci vedemmo più. Non ho mai capito perché, forse era come in una partita con un giocatore di un'altra categoria che ti mangia tutti i pezzi, uno a uno e ti lascia con solo il re al quale non resta che abdicare…

Stefano, e la sua poco amabile mogliettina, sparirono dalla mia vita e se devo dire la verità, non fece neanche troppo male, solo una sorta di gusto amaro, come quando passi la lingua su un’otturazione fatta di recente.

Solo che oggi mi torna davanti agli occhi quella scacchiera, così uguale a quella che avevo comprato per il mio amico, quando eravamo amici.

E penso che a scacchi non si può perdere entrambi ma nella vita vera invece sì.

Il tizio si accorge del mio interesse e si fa sotto.

-Le piace? Manca qualche pezzo ma arreda… le faccio dieci euro.

Sto per dirgli che non m’interessa, quando ricordo che avevo scritto, sul fondo della scacchiera, una dedica per il mio amico col pennarello indelebile. Chiedo di poterla vedere meglio.

La giro.

Leggo: “Ciao Stefano, non farti mangiare i pezzi migliori…”

La compro e allungo una banconota da venti. Il tipo vuole darmi il resto ma gli spiego che certi oggetti valgono più dei soldi.

Mi chiedo se sono stato un “pezzo” importante per Stefano.

Non lo so.

 

 





domenica 30 maggio 2021

vivere nel medioevo

 





-Vile, scendi dal tuo ronzino e ingaggia nobile tenzone!

-Fellone, scenderei dalla cavalcatura, ma troppo tardi arriverei alla destinazione assegnatami dal mio signore. A occasioni future, destinerò il duello.

-Baggianate, troppo codardo il tuo agire…

-La menzogna spunta dalla tua bocca! Sono io che ti sfido…

-Dunque trovasti il coraggio di dichiararti, scegli il testimone che racconterà la tua sconfitta!

-Mai sarò battuto, trovasti sulla tua strada un fiero campione!

-Si, un campione alla giostra del paese, forte con i covoni di paglia…

-Vedremo, mascalzone, maledetta la semenza dei tuoi avi…

-Povero stolto che s’imbarcò per la guerra lasciando alla moglie le chiavi della cintura di castità…

-Illuso, buono a niente, non vali l’asino che trasporterà il tuo cadavere…

I due si allontanano ma facendolo trovano occasione per indirizzarsi reciproci, gentili auguri.

-Possano marcire i pochi denti che ti rimangono…

-Possano le cornacchie cibarsi con la tua lingua…

Ecco, questo sopra un ipotetico dialogo tra due concittadini non abbastanza ricchi e nobili da avere una carrozza, nemmeno troppo garbati verso i propri simili, due che litigano per chi debba arrestarsi e concedere il passo all’altro, cosa che farebbero due perfetti gentiluomini.

Siamo nei pressi di un florido Comune del centro della penisola italica, circa nel milletrecento.

E ora saliamo sulla time-machine e torniamo ai giorni nostri.

Eccoci arrivati in una qualsiasi città, davanti ad un incrocio stradale qualunque.

-Brutto scemo, così dai la precedenza?

-Ma che dici, idiota! Ti ho visto su quella moto ridicola, eri dietro e ci passavo benissimo.

-Come mi hai chiamato? Scendi da quel baraccone!

-Ti chiamo come mi pare e ringrazia che devo fare una consegna!

-Te la fai addosso, eh str***! Ti gonfio.

-Quando vuoi e dove vuoi, figlio di ***! E quella moto buttala, che non vale un c***…

-Fai schifo tu e il tuo furgone di m***!

-Ma vai a f***, brutto st***!

Il furgone parte, facendo fischiare le gomme e lasciando una nuvola nera di carburante bruciato male ma prima, il conducente augura al motociclista di morire sotto un treno. Il motociclista lo sorpassa andando contromano e superando l’incrocio a centosettanta chilometri orari, non senza alzare il braccio, esponendo così il dito medio.

Sono trascorsi sette secoli, un mucchio di tempo, l’umanità ha vissuto rinascimento, scoperte scientifiche, grandi artisti, illuminismo, rivoluzione industriale, crollo d’imperi, guerre mondiali, conquista dello spazio, sbarchi sulla luna e sonde su Marte, farmaci miracolosi, scoperta del genoma e molto, molto altro.

Forse qualcuno non si è accorto di tutto questo perché a parte il linguaggio imbarbarito e il consumo d’idrocarburi che inquinano l’aria che respiriamo, non notiamo grandi differenze, noi, piccoli osservatori neutrali, agli incroci delle strade.

Nel medioevo come oggi.

Penso che distruggerò la macchina del tempo.

O smetterò di osservare gli incroci.

Meglio un cantiere…






sabato 22 maggio 2021

Quanti di noi?

 






Quanti di noi rincorrono il passato?

Quanti sentono la nostalgia di qualcosa?

Quanti hanno ricordi bellissimi? Chi tra noi, per esempio, ha avuto un amore segreto a dodici anni?

Chi ricorda la ragazzina che non lo guardava, anzi, non lo vedeva.

Non sapeva nemmeno della sua esistenza!

Quanti ricordano quanto struggente, dolce e terribile fosse quel sentimento? Sono sicuro che molti abbiano alzato la mano, o hanno solamente sorriso, pensando, io sì, ho amato una bambina che non sapeva niente di me, e non lo avrebbe mai saputo e ho sofferto per quell’amore non corrisposto, nemmeno conosciuto.

Quanti tra noi hanno continuato a inseguire quest’amore languido e impossibile, per tutta la vita senza trovarlo mai più?

Alcuni di noi, i più fortunati ne hanno trovato una riproduzione da adulti, un amore forte, concreto, necessario. Un amore vero, che si continua negli anni e permette una vita felice e a volte la creazione di una famiglia solida.

Ma sanno anche che quell’amore, nato e cresciuto nel segreto della fanciullezza, quel sentimento sconosciuto, strano e complicato, che faceva soffrire e gioire, che faceva cantare a squarciagola e subito dopo piangere lacrime disperate, che si appiccicava addosso come gelato sciolto che cola sulla mano, era e sarà sempre irripetibile.

Quanti di noi ricordano il passato e una ragazzina incontrata tra i banchi di scuola, o su una spiaggia dalla sabbia rovente, o sul vialetto della stazione, dove ti fermavi a mangiare un ghiacciolo, e si chiedono come sia possibile che quel passato sia evaporato come nebbia che scompare e lascia il posto al sole, come fosse appartenuto a un’altra persona.

Perché è questo che fa il tempo, farci credere che quello che ci è successo sia capitato a un'altra persona, o peggio cancellare dai ricordi quanto vissuto.

Ma chi ricorda è fortunato e la cosa bella è che può condividere i ricordi e far riemergere quelli degli altri.

Quindi la domanda è sempre la stessa:

Quanti di noi?

 





venerdì 7 maggio 2021

Lo scemo del villaggio: Qui si suona e canta!

 






Questo non è un paese per savi.

Non a caso, noi non abbiamo lo scemo del villaggio come in altri posti.

Nessuno si offenda, lo sappiamo bene che ovunque c’è uno scemo del villaggio, che sia l’omino che va in giro tutte le stagioni con il medesimo abito, oppure il poverino colpito da una sventura sul più bello della crescita cognitiva, o a volte il vecchio frequentatore di osterie e taverne, il cui fegato ha acquistato un biglietto di sola andata per un volo verso i mari del sud, ha salutato tutti e non si è mai più fatto vedere, nemmeno una cartolina…

Ovunque esiste una persona che riscuote, al solo passaggio, mormorii di derisione e ispira repulsione, pena o tenerezza a seconda che siate persone schizzinose, misericordiose o tenere.

Non e così, qui da noi.

Questo è un paese di bizzarri personaggi pirandelliani, di macchiette da avanspettacolo, di artisti nati da un sogno Felliniano. O da un incubo Kinghiano, a volte.

Qui da noi, il più normale da bambino ha ingoiato una rana viva, il più saggio cammina per le colline con una muta da sub, perché si sa che da noi la nebbia morde le giunture e ti penetra nelle ossa come acqua nella sabbia. Da noi il più colto ha imparato a malapena la tabellina del cinque e recita il poema “mattina” di Ungaretti quasi a memoria. Il più puntuale arriva all'ora giusta ma un giorno prima o quello dopo.

 

Da noi tutti hanno un talento e sono disposti a farvene dono, per questo non abbiamo uno scemo del villaggio ma lo facciamo a rotazione.

Come ogni primavera stiamo allestendo il nostro festival canoro, una sorta di Festival di Sanremo ma molto più stonato.

Naturalmente per iscriversi basta segnarsi a penna sul manifesto affisso nella piazza, qui siamo stati davvero bravi ad abbattere le barriere della burocrazia.

I nomi sono quelli di ogni anno.

Il primo iscritto è Frank e qualcuno ha aggiunto col pennarello: Zappa.  Non pensate subito: si comincia col botto, ospiti internazionali!

Franco è indigeno, paesano da quattro generazioni. Suona una chitarra scordata e di mestiere fa il contadino. Possiede ettari coltivati a patate che si ostina a lavorare con la sola forza delle braccia. L'anno scorso si è rotta la corda del la, ma lui è andato avanti imperterrito, poiché non imbocca un accordo ma non se ne accorge e alla fine sorrideva a  bocca aperta e sguardo vacuo.  Di certo ci sa fare piuttosto bene con la sua zappa nei campi, da qui il suo nome d’arte. Che suona proprio come un imperativo, Frank: zappa!

In paese vive anche un signore di sessant’anni di nome Lelio, come Lelio Luttazzi. Canta indubbiamente bene, ma si circonda da strumentisti attempati e distratti, che inciampano, cadono, sbattono contro porte e spigoli tanto da ferirsi continuamente e provocarsi traumi, lividi e lesioni. Il solito pennarello anonimo ha corretto sul manifesto il nome della band in Lelio e le storie lese! Penso che sarà la nascita di una Star.

Abbiamo anche Andrea l’allevatore. che ha una gran voce da tenore e che di sicuro iscriverà il suo nome sul manifesto. Allevando pressoché suini in giro lo chiamano Andrea Porcelli e lui lo sa ma fa finta di niente…

Naturalmente aspettiamo tra qualche giorno, quando sul manifesto arriveranno, immancabili, le iscrizioni di altri personaggi più o meno noti da queste parti, gente che tutto l’anno si allena duramente nella nobile arte del canto e che non vede l’ora di salire sul palco e fare una figuraccia colossale, come Lucio Palla, uno pseudo-cantautore sovrappeso, Claudio Maglioni, un quarantenne che vive ancora con la madre appassionata di uncinetto, i cugini di campagna nel senso che sono davvero cugini e vivono tra le vigne e sono troppo pigri per scegliersi un nome.

Non vediamo l’ora che arrivi la fine di maggio e si svolga il nostro Festival.

Non di certo perché odiamo la musica e ci piace vederla massacrare, ma solo per stare assieme, farci quattro risate e magari scegliere, comodamente, il prossimo scemo del villaggio.

Quello in carica ha chiesto il cambio.

 

 





domenica 25 aprile 2021

fratelli











“Stai abbassato, perdio, vuoi farci ammazzare?”

Piero mi mette una manona delle sue, sulla nuca, e preme fino a farmi assaggiare la terra, mi si riempie la bocca e per poco non vomito tra le primule. Non sono arrabbiato con lui, ha ragione! Se ci vedono, qui sdraiati nell’erba alta, mentre imbracciamo due fucili rubati a due tedeschi morti, ci piazzano con la schiena contro il primo muro e ci fucilano senza nemmeno pensarci. Mi chiedo se possa considerarsi furto, se sottraggo qualcosa a qualcuno che è già morto, a lui non serve altro che quello che riesce a portarsi nelle tasche dell’anima e per quel poco di catechismo che so, l’anima non ha mica le tasche. Fuori città avevano lasciato in terra un partigiano, tutto crivellato di colpi sulla camicia azzurra, avrà avuto trent’anni. Nelle sue tasche ho trovato due grossi pezzi di pane. Uno per Piero e uno per me. Era un po’ secco ma non avendo mangiato niente nelle ultime quarantotto ore, mi sembrava buonissimo. Peccato non avere avuto anche una fetta di Toma di Lanzo, di quelle che ci portava Eleonora, la figlia del fattore, un angelo di ragazza. Chissà se sta bene, Eleonora, non il fattore. Giuro che se sopravvivo, torno al suo paesino e me la sposo. Eleonora, che ci portava il formaggio quando eravamo nascosti nella loro stalla, e lo mangiavamo circondati dal puzzo del letame, mentre lei aveva una pelle così profumata… Lei e il suo babbo che hanno rischiato la vita solo perché ci hanno scoperti, nascosti nella loro stalla e non ci hanno denunciati. Certo che Piero ed io non facciamo una bella vita, siamo diventati due montanari ma qua fa ancora freddo, nonostante sia primavera, e con le scarpe bucate, non si cammina mica tanto bene, sapete?

Piero è più forte di me, ha ammazzato non so quanti nemici mentre io sono riuscito solo a tirare qualche colpo in aria, che di ammazzare qualcuno non lo so se ne sono capace. Poi, adesso, il nemico non si sa più chi sia, quelli in divisa che parlano in tedesco sono facili da riconoscere ma se devo sparare addosso ai soldati italiani, proprio non ci riesco che sono pur sempre fratelli nostri anche se continuano a obbedire ai nemici, ma Piero non vuole sentire questi discorsi e mi dice di stare zitto e non farci sentire, se ci tengo a rivedere l’Eleonora. Ha ragione, lo so che ci fucilano ma si era sparsa la voce che i tedeschi stanno tornando a casa loro e le città sono piene di code di camion, che caricano le truppe e se ne partono e dovevamo scendere a vedere.

Aprile sta finendo e forse, se Dio vuole, sta finendo anche questa guerra, l’esercito regolare non si fa vedere e sono contento perché così non devo fare finta di sparare mentre dall’altra parte mi sparano per davvero. Piero mi guarda e mi abbraccia, e mi sembra strano perché nell’ultimo anno non ha mai fatto una cosa del genere e a me viene da piangere, perché ho capito che è tutto vero.

Il nemico parte e se ne va e c’è gente, i più temerari, che esce nelle strade e spara colpi di fucile in aria, per festeggiare e le donne escono e sparano anche loro ma con più convinzione, forse per ricordare i loro uomini uccisi.

Io resto nell’erba, a guardare il cielo azzurro di aprile, a pensare al profumo della pelle di Eleonora e al fatto che non dovrò più sparare addosso ai nemici e nemmeno contro i miei fratelli.










lunedì 12 aprile 2021

Dialogo con un felino e altre considerazioni

 






-Cos'hai da guardare?

-Niente, passavo da qui, tu cosa fai in terrazzo?

-Ho visto le nuvole, sono uscito a ritirare la roba stesa, prima che piova e sono rimasto fuori a pensare.

Mi piace osservare il cielo nuvoloso e annusare l’odore della pioggia che arriva lento e fa abbassare la temperatura. Ma dubito che lei sappia cosa penso.

-Io so molte cose.

Lo dice dando l’impressione che sappia leggere nella mia mente. E forse è davvero quello che fa. Da sempre. Poi si accovaccia e inizia a passarsi la lingua con metodo e precisione, lucidando il pelo della schiena. Resto sempre sorpreso della capacità dei gatti di ruotare la testa quasi completamente. Questo, assieme a due grandi occhi rotondi, fa assomigliare la mia a un gufo.

Anche i gufi sono animali meravigliosi ma volete mettere un gatto?

Guardo le nuvole farsi sempre più vicine e gonfie. Mi sbrigo a togliere dalle corde gli ultimi capi, quasi tutti calzini e mutande, per metterli al sicuro dall’imminente precipitazione.

-Appena in tempo. Sussurro.

-Tanto non piove, non stasera, almeno.

-E tu come lo sai, piccolo esserino peloso?

Mi piace inventare nuovi appellativi per la mia micia.

Lei ignora la domanda, si stira ben bene, corredando il suo interesse per i miei discorsi con uno straordinario sbadiglio.

Invece la gatta riprende, dove avevamo lasciato:

-Lo so sempre quando sta per piovere o quando sta arrivando un temporale…

Questo è vero, quando il tempo peggiora, la gatta sparisce e la ritrovo nascosta sotto il copriletto, a formare una gobba sferica, giusto al centro del letto. Ora è tranquilla, sul terrazzo, a farmi compagnia mentre guardo le nuvole. Per un po' non penso a niente, poi mi giro a guardare la micia. Trovo ipnotico il suo fissare immobile qualcosa che non c’è o forse qualcosa che io solo non posso vedere.

Poi d'improvviso si scuote, insegue rapida un minuscolo insetto che cerca la fuga tra le piastrelle, lo punta, lo cattura e con due rapidi movimenti del collo, lo ingoia.

-Che schifo! Dico io.

-Perché? Miagola lei, annoiata.

-Come se non ti dessi da mangiare...

Ora tocca a me ignorare la sua domanda.

-Ti compro scatolette costose al salmone che tu ti limiti a leccare con sufficienza e tu mangi i moscerini che trovi sul pavimento…

-Sono un gatto, cosa credi, non posso farne a meno.

Ha ragione, quest’essere di sei chili scarsi ha ragione da vendere. Tutti seguiamo il nostro istinto, non possiamo impedircelo, da quando nasciamo a quando smettiamo di respirare. Non possiamo fare altro, a volte proviamo a inseguire dei sogni, e qualcuno riesce anche ad afferrarli, ma questo non cambia, restiamo quello che siamo.

 La gatta si limita a guardare dall'altra parte, forse non trovando interessante ciò che penso.

Mi sbaglio, come sempre.

-Cosa sono io lo so benissimo, mangio le crocchette e lecco il salmone ma anche i moscerini e i topolini non sono male. Quello che non so è cosa sei tu.

Ora sono io a non avere niente da dire, nemmeno noi, penso, a volte sappiamo quello che siamo. Poi faccio una considerazione ad alta voce:

-Ma poi perché me ne sto qui, sul terrazzo, a discorrere con te, che sei solo un gatto?

-Se ritiri il “solo" ti rispondo.

-OK, scusa.

-Scuse accettate. Con chi altri puoi parlare, primo: sei solo, la tua donna si è data alla fuga…

A questo gatto non sfugge niente!

-Secondo, hai dimenticato di prendere le gocce questa settimana!

Lo dice proprio come farebbe qualunque gatto: privo di tono accusatorio.

Sono contento che il mio dottore non sappia parlare con gli animali. O almeno, che non ci provi. Chissà quante altre cose imparerebbe su di me e quante gliene potrebbe rivelare questa gattina.

E poi questo gatto è fenomenale. Soprattutto per annunciarmi le condizioni meteo.

Questa sera non scenderà una goccia d'acqua.

E se lo dice lei, fidatevi.

 

 





domenica 4 aprile 2021

I ricordi perduti di Angelo

 




Angelo, Angelo… cosa mi stai combinando?

Nella nostra struttura per anziani i rapporti sono informali, ci incoraggiano a trattare amichevolmente, a dare del tu.

Angelo ha settant’anni e una demenza galoppante. È un simpaticone e nei giorni buoni gli piacciono gli scherzi. Legge molto, sempre nei giorni buoni, ha tanti libri nella sua stanza, anche se ora quei giorni capitano di meno.

In questo momento sta tagliuzzando un pannolone in mille pezzi, producendo simpatici coriandoli che hanno riempito ogni angolo della stanza. Meglio di Elio, il novantenne della camera di fronte, che fa lo stesso ma utilizzando i pannoloni usati…

Angelo, da te non me lo aspettavo, lui sogghigna in un modo irresistibile. Mi sembra impossibile che una persona brillante come lui, non abbia quasi visite.

Vedi, mi raccontò un giorno, veniva a trovarmi un ex vicino di casa, si chiamava… come si chiamava? l’ho perso, no, ecco, Mario, veniva anche spesso, e mi portava quelle caramelle dure come pietre, alla liquirizia.

E quindi? Faccio io. Ma lui riprende subito.

Quindi: io sono senza denti e la liquirizia mi fa schifo, così con la scusa della demenza, così ha diagnosticato il dottore no? un pomeriggio ho aspettato che lui mi, come si dice… l’ho persa, no, ecco, mi ammolla una di quelle caramelle odiose, poi ho finto di fissare il vuoto e con la bava che mi colava sul mento, ho iniziato a raccontare che qualche anno prima mi ero fatto la signora Clementina sul tavolo della sua cucina, un pomeriggio che ero rientrato prima dal lavoro…

Ma Angelo, che volgarità…

Fammi finire, giovanotto. Devi sapere due cose, io la signora Clementina non l'ho ma sfiorata, nemmeno mi piaceva…

E poi?

Poi cosa?

La seconda cosa! Dico io spazientito, dimenticando che la demenza ce l'ha davvero.

Ah, già! L’avevo persa! La seconda cosa era che Clementina era sua moglie. Quel giorno Mario ha dato di matto, voleva uccidermi con l’ombrello e il dottore l’ha messo alla porta vietandogli di tornare…

Bravo Angelo, bella furbata!

Almeno non ho più dovuto sorbirmi quelle caramelle schifose!

Angelo ride facendo un suono liquido, un po' disgustoso.

Oltre al tuo ex vicino, avevi altri conoscenti?

Angelo ci pensa e sulla sua faccia passa un’ombra e compaiono mille rughe profonde.

Avevo un amico, un vecchio amico, ci facevamo tante di quelle risate, era uno, come si dice… ah sì, uno spasso…

Lo lascio continuare, anche se mi sembra che soffra un poco. Lui fa una lunga pausa e mi tocca incoraggiarlo… Poi cosa è successo?

L'ho perso durante la pandemia del venti, te la ricordi?

Certo che ricordo, io avevo sette anni, ricordo che non ci permettevano di andare a scuola e a me piaceva stare in casa con mia madre, però ricordo anche che morirono i miei nonni, uno dopo l'altro, e non fu più così bello restare a casa con la mamma, che piangeva continuamente. Ricordo che lentamente ci vaccinarono tutti, almeno i sopravvissuti e la vita continuò. Sono passati quindici anni e tante ferite sono ancora aperte ma taccio, ora è il momento di Angelo e dei suoi ricordi.

Così il tuo amico è morto durante la pandemia, mi dispiace.

Ma quale morto! Angelo mi guarda come si guardano i matti… Non è mica morto, ti ho detto che l'ho perso durante la pandemia, ascolta bene, ragazzo!

Mi sento uno scemo, Angelo continua…

Durante i primi lunghi mesi non si poteva uscire da casa e tantomeno spostarsi dal comune, così tutti smettemmo di frequentare parenti e amici e quando non ci si vede spesso, le facce sbiadiscono, ci si vuole meno bene. Lui aveva preso l'abitudine di pubblicare frasi, opinioni e commenti e questo fece venire a galla una specie di delirio mistico, negazionista e complottista. Cose tipo che la malattia non esisteva, poi che non era grave come si voleva far credere, che le mascherine, allora obbligatorie erano un, come si chiama… l’ho perso… no, ecco, un bavaglio, che eravamo un gregge di pecoroni, e altre cazzate simili…

Angelo, che modi sono, ti ricordo che il turpiloquio è vietato dalla direzione.

Lui riprende a raccontare, indifferente.

All'ennesimo commento delirante, decisi che non era più il caso di continuare a frequentarci e di coltivare quell'amicizia. Così l'ho perso, come ho perso altra gente, anche se con altri ho sofferto di meno.

Ho capito, mi dispiace. Sono sincero.

Non mi dispiace per l’amico di Angelo, nemmeno so chi fosse. Mi dispiace che lui abbia perso cose come la capacità di perdonare, di accettare gli errori degli altri, ben prima di iniziare a perdere anche la memoria…

Angelo ritorna a sminuzzare il pannolone e diventa taciturno, forse, negli anni l’ha capito anche lui.

Poi alza lo  sguardo, sembra divertito.

Cos'altro c’è?

Quel vecchio amico è morto tre anni fa, l’ha investito un tipo che guidava ubriaco.

Che sfortuna, commento io.

Chissà se credeva ai danni dell'alcol…

So che vorrebbe farmi credere di stare ridendo ma sul viso di Angelo compare una pennellata di malinconia. E i fantasmi degli amici passati e ormai persi.

Non so cosa passi nella testa di quel vecchio, di certo molta confusione, ma anche molti ricordi.

E non tutti spensierati.

Ciao Angelo, tra poco spegniamo le luci.

Lui alza una mano per salutarmi e con la stessa si asciuga una lacrima.

Io prendo la scopa e inizio a pulire.