sabato 23 aprile 2022

Raccogliere fiori

 







Stanco, ecco come mi sento.

Sono stanco e sporco e sudato.

La fame no, quella non la sento più.

Il soldato davanti a noi è perduto e lo sa. Gli hanno, con falsa pietà, messo una benda davanti agli occhi ma non basta a zittire il suo grido di rabbia e impotenza. E di disperazione.

Faccio parte di questo plotone non per scelta, con questa divisa niente è una scelta personale. Ci sbraitano di marciare, ci abbaiano nelle orecchie ordini che non capiamo ma che osserviamo con ostentata lealtà, ci viene urlato quando mangiare, quando dormire, quando svegliarci e perfino quando cagare.

L’ufficiale ci mette sugli attenti, legge la sentenza al prigioniero e ordina di sparare.

Io imbraccio il mio Garand col mirino sbilenco, carico, l’otturatore si chiude, colpo in camera e sparo come faccio sempre in questi casi, verso il muro in alto a destra rispetto le spalle del condannato. Non sarà il mio fuoco a giustiziare un nemico.

Non importa perché lui muore lo stesso.

Questa volta qualcosa va storto, perché l’ufficiale ci corre incontro e, sempre gridando, indica i colpi sulla parete di cemento. Si vede che siamo in molti ad aver fatto la stessa pensata.

Non capisco bene la sua lingua ma quello che è chiaro è che ora saremo noi a passare da quella parte, con le spalle al muro e nemmeno una benda sugli occhi.

Non so cosa mi prende ma il mio braccio si muove in autonomia. Alzo il fucile, miro e gli pianto un colpo in mezzo alla fronte facendogli volare via il berretto e mezza calotta cranica. I miei compagni apprezzano il silenzio improvviso, poi cominciano a stringermi e a strattonarmi.

-Cosa hai fatto? Ora ci uccideranno tutti…

Spiego loro, o almeno tento, che siamo già morti, morti che camminano e che non abbiamo mai avuto un’alternativa.

Da distante si sentono voci concitate e capiamo che stanno arrivando pattuglie richiamate dai colpi. Potrebbero arrestarci ma tutti noi sappiamo che ci falceranno direttamente con le loro mitragliatrici e ripuliranno il cortile senza pensarci due volte appena visto il cadavere del loro ufficiale.

A proposito del cadavere, mi chino a prendere la Luger dalla fondina, a lui tanto non serve più.

-Presto, dobbiamo nasconderci, grido ai miei compagni, presto… raccogliamo tutte le munizioni che troviamo… dobbiamo raccogliere… raccogliere… poi chiudo gli occhi

 

 apro gli occhi.

Gli amici stanno giocando a pallavolo due metri più giù. Adriana mi guarda come fossi ammattito.  –Cos’è che dobbiamo raccogliere? Ti senti bene?

Non mi sento molto bene, in effetti. Mi duole la schiena, non va bene addormentarsi sull’erba umida di una collina. Qualche nuvola scorre davanti al sole come il sipario manovrato da un tecnico dispettoso. Le voci non sono disperate e cattive ma allegre e concitate, di chi si sta divertendo. Io mi rendo conto di non indossare una divisa e di non stare per morire ma la cosa non riesce a cancellare lo sgomento sul mio volto.

La mia ragazza intuisce di essere davanti ad un mezzo matto.

-Dobbiamo raccogliere fiori, un bel mazzetto da regalare a tua madre. Le dico.

Allora lei capisce di avere a che fare con un matto completo.

Io le sorrido e la rassicuro. – E’ solo che ho fatto un brutto sogno e ora ho voglia di cose belle. Raccogliere dei fiori di campo, di ascoltare le risate dei nostri amici che giocano, e di un tuo bacio.

Lei mi accontenta, solerte.

E mentre mi bacia, comprendo che occorre affrettarci a riconoscere le cose belle.

Prima di dimenticarci come sono fatte, o prima di darle per scontate e non vederle più, prima di non essere più in grado di distinguerle.

Dobbiamo ritornare a saperle raccoglierle, le cose belle e quelle buone.

Dobbiamo affrettarci. Oggi, subito.

Per esempio a raccogliere fiori.

 





sabato 19 marzo 2022

I ricordi di Amalia

 





-Buon giorno Amalia.

-Chi è Amalia? La donna si guarda attorno, confusa.

 I capelli grigi sono raccolti in una coda e gli occhi sono profondi e blu come il mare, proprio com’erano quando lei aveva trent’anni, pensa l’uomo.

-Amalia sei tu, vieni di là, ti ho preparato la colazione.

Lei si lascia guidare docile ma il suo muovere rimane prudente.

-Io sono Pedro.

L’uomo osserva la donna fare colazione, l’appetito è conservato. Lei guarda il mare fuori dalla finestra.

-Bello questo posto Pedro. Ti chiamerò Pedrito, mi piace di più…

-Sì, lo hai sempre preferito.

-Sempre? Non ricordo…

L’uomo distoglie lo sguardo da Amalia per un momento, poi torna a parlare con voce calma.

-Hai sempre desiderato vivere in una casa come questa, vero Amalia? Con la possibilità di guardare l’oceano. Ti piace questo posto, ti è sempre piaciuto.

La donna annuisce con la testa. Poi lo conferma a parole.

-Sì, è molto bello qui. Mi piacerebbe poter restare qui, sempre.

Alcune briciole le sono rimaste ai lati della bocca e qualche goccia di latte sul mento ma Pedro prende un fazzolettino e premuroso la pulisce.

Lei ha l’impulso di ritrarsi ma poi lo lascia fare, addirittura stamattina gli sorride. Non va sempre così.

-Ma cosa ci faccio qui, oltre a guardare il mare.

Lui prova una fitta di dolore ma la reprime.

-Restiamo qui, in questa casa a cercare i ricordi. Vieni, ti mostro delle foto.

La prende per mano e la conduce in un soggiorno e lei si lascia condurre passiva. Sul mobile ci sono numerose foto in cornici di varia fattura. 

-Vedi questo giovanotto? Si chiama Giacomo e fa l’avvocato.  Verrà a trovarti tra una settimana.

Amalia sorride e il suo viso s’illumina, la fa sembrare una bambina.

-Il mio Giacomo, questo sembra proprio mio figlio, sai?

Pedro è commosso, questa è una di quelle giornate rare e preziose, in cui i ricordi di Amalia fanno capolino nella sua mente devastata da un mostro travestito da malattia. Un mostro famelico che divora ricordi di una vita, spegnendola prima del tempo.

-Certo, è il tuo Giacomo, è lui, e ora guarda questa. Pedro afferra una cornice e la porge ad Amalia.

-Sandra, la mia bambina, dove sarà ora?

-Sandra è diventata medico, fa l’anestesista. Viene qua tutti i fine settimana. La rassicura lui desiderando che anche Sandra possa trovarla così alla prossima visita. Negli ultimi tempi, Sandra ha dovuto accontentarsi del viso di Amalia che contemplava fisso il mare senza vederlo, senza che lei potesse vedere nessuno.

Amalia si accorge che al fondo del lungo soggiorno, che in realtà è un salone, ci sono altre persone.

-Chi sono quei vecchi?

Pedro sorride.

-Questa casa è una specie di pensionato, ospita diverse persone e famiglie. Però hai notato che vista?

Lei oggi sta bene e ha voglia di vivere.

-Andiamo in veranda, oggi non c’è vento, guarderemo il mare, le dice con dolcezza.

Fuori ci sono due poltroncine vuote, dove si accomodano. Il sole del mattino è ancora clemente e si può stare fuori. Lui le chiede se può tenerle la mano ma lei rifiuta dicendo che forse suo marito non approverebbe… Pedro prende il portafoglio e cerca una piccola foro tessera.

-Posso farti vedere una mia foto da giovane?

Amalia accetta, prende la foto e la studia per lunghi minuti.  –Ma sei uguale al mio Giacomo…

Poi sgrana gli occhi e sembra rattristata e confusa. –Sei tu. Sei tu mio marito, Pedro, il mio Pedrito, come ho potuto confondermi, dimenticare… lei vorrebbe piangere ma lui la ferma.

-Non preoccuparti, Amalia, non sei stata bene ultimamente, ti sei ammalata ma ora stai meglio. Ora stai bene. Tutto andrà bene. Mentre le parla, le stringe la mano. Vorrebbe approfittare di quel momento per abbracciarla ma non riesce a muovere un dito, sopraffatto com’è dalla felicità.

-Stammi vicino, Pedrito, non lasciarmi, tu sarai la mia memoria quando lei mi tradirà.

L’uomo fa un sospiro. E’ così da molto. Ogni giorno, ogni volta che lei apre gli occhi, lui si deve adoperare per ricordarle chi è, chi sono i suoi figli, cosa è stato della sua vita e perché sono in quel posto. Il personale che governa la casa apprezza l’incredibile lavoro che fa Pedro con sua moglie e cerca di supportarlo nei momenti peggiori.

Lui a volte è stanco e pensa se non sarebbe meglio per loro due, potersi addormentare e non riaprire più gli  occhi, non dover ricominciare quella fatica ogni santo giorno ma subito si pente di quel pensiero.

La ama ancora e non vorrebbe mai vivere senza di lei.

La giornata passa tra pasti e cambi di biancheria, lei è tranquilla e lui riposa la mente e si giova della presenza di sua moglie. Quando arriva la sera, lei è stanca e vorrebbe andare a dormire presto. Lui vorrebbe che la giornata non finisse mai, è riuscito a telefonare ai figli e li ha fatti salutare dalla loro madre. Non dimenticherà quei momenti, loro hanno goduto della voce di Amalia come non capitava da qualche tempo. E’ stato bello ma ora è sera e Amalia non si regge in piedi. La aiuta a infilare la camicia da notte, quando lei poggia il capo sul cuscino, le sfiora la fronte con le labbra.

-Buona notte Amalia.

-Buona notte Pedrito mio. Gli risponde sua moglie con un sorriso. Dopo nemmeno un minuto lui la sente russare nel suo lettino sotto la finestra. Domani, quando lei si sveglierà, osserverà il mare.

Quell’oceano smisurato e profondo.

Quell’oceano vasto quasi quanto il suo amore per lei.

 

 

 

 

 


sabato 12 marzo 2022

Pizza kebab

 





-Ehi, ciao Akhim.

-Ciao Pasquale. Cosa ci fai da queste parti?

L’accento del ragazzo è arrotondato e piacevolmente esotico.

Pasquale guarda turbato l’amico egiziano. Che domande sono quelle?

-Vengo da te, no? Stasera non mi va di preparare e mi è venuta voglia della tua pizza kebab…

Akhim sembra confuso, e non riesce a capacitarsi. –Pasquale, ma lo sai che la pizzeria è dall’altra parte del corso? Qui siamo a due chilometri di distanza…

-Ecco perché non arrivavo più. Risponde sereno Pasquale, che insiste. 

–Ma sei sicuro?

-Pasquale, ma mi prendi in giro? Lo so che sono straniero ma vivo qui da quindici anni, la conosco bene la città… Poi chiede preoccupato: -Tu, piuttosto, ti senti bene?

Pasquale è perplesso, per un momento il suo sguardo si perde nel vuoto, poi torna a fissare gli occhi scuri del giovane. –No, non mi sento in forma, dammi un braccio, piuttosto, e aiutami a tornare a casa.

Akhim lo prende sottobraccio e si costringe all’andatura lenta e incerta dell’anziano amico. Conosce Pasquale da più di dieci anni, da quando aprì la pizzeria d’asporto a duecento metri da casa di quello. Ma ultimamente Pasquale gli era sembrato strano, dimenticava le cose, niente d’importante, per carità, ordinava una pizza e sosteneva di avere scelto un altro gusto, pagava dopo due giorni, cose così. Pasquale si strinse al braccio dell’egiziano per camminare più sicuro. –Sei un giovane forte. Gli disse premendo la mano sul bicipite del ragazzo. Akhim si sentì in imbarazzo. I passanti gli rivolgevano sguardi pieni di sospetto e accuse implicite ma lui stava solo aiutando un vecchio cliente, non lo stava mica rapinando. Pensò, questo paese non cambierà mai, ma si voltò verso Pasquale e gli sorrise. –Di questo passo arriveremo domani… Tutti e due risero alla battuta.

-Akhim. Lo sai che la tua è la pizza migliore della città?

-Pasquale, io ti ringrazio ma lo dici solo perché ti facciamo credito. Risero di nuovo.

Pasquale era felice di avere incontrato il pizzaiolo, chissà quanto ancora avrebbe camminato senza sapere dove stava finendo. Non capiva come avesse potuto sbagliare strada e si sentiva umiliato per quell’errore. Forse aveva ragione suo figlio, che lo voleva mettere in un pensionato, ma lui a casa aveva tutte le sue cose e le foto della sua povera moglie…

-Pasquale, siamo quasi arrivati!

Akhim si accorse delle lacrime che erano scese sulle guance rugose dell’amico ma distolse lo sguardo per pudore e discrezione. Comprendeva la sofferenza di un suo simile.

-Dai Pasquale, stasera la pizza la offre Akhim, la migliore pizza tra il Cairo e Torino!

Pasquale tirò su col naso e fece un applauso in direzione del giovane egiziano.

-Grazie Akhim, sei un amico. E fai la migliore pizza tra il Cairo e Torino…

Risero ancora una volta.

Akhim aiutò Pasquale a salire la rampa che lo portava alla sua camera e cucina, accompagnandolo sui gradini. Poi lo salutò.

-Ora vado ad aprire, appena è pronto ti porto la pizza!

-Ciao Akhim e grazie.

-Ciao Pasquale.

Una settimana dopo, Akhim vide il camion dei traslochi portare via vecchi mobili. Gli venne il dubbio. Spense la sigaretta e si avvicinò all’uomo in piedi davanti al vecchio portoncino. Lo conosceva, lo aveva visto altre volte. Era diffidente verso gli estranei e forse non approvava le amicizie del vecchio genitore.

Quello si voltò e vide l’egiziano.

Si parlarono brevemente, poi si strinsero la mano.

Akhim non voleva farsi vedere mentre piangeva ma si girò e aggiunse: 

-Qualche volta, quando va a trovarlo, passi a prendere una pizza e dica a Pasquale che gliela offre il miglior pizzaiolo tra il Cairo e Torino!

-Lo farò. Rispose freddo l’uomo.

Ma Akhim non gli credette.

 

 

 




mercoledì 23 febbraio 2022

Versi diversi

 




 

Versi un po’ spersi,

da riempire capoversi

controversi.

A volte sparsi

sul foglio a rintanarsi.

Versi per amarsi,

per non scoraggiarsi.

Versi da non distrarsi,

e magari impaurirsi.

Versi avversi,

puliti e tersi,

contorti e perversi,

affondati e riemersi.

Interi universi di versi

uguali e diversi

per chi non può trattenersi,

per chi è stanco e vuole sedersi,

per chi ha sete, risponda: sì, versi






sabato 12 febbraio 2022

Fiducia

 






“Ti ricordi vero?

Ricordi in seconda, quando m’imboscavo nello sgabuzzino delle scope a pomiciare con quella spilungona del quarto anno? Quella che baciava stile lumaca e ti sbavava tutte le guance… ti ricordi vero?”

“Quante volte mi hai coperto con quella di matematica, le dicevi che il preside mi aveva convocato in direzione oppure che dovevo scontare una punizione e aiutare il bidello a pulire le pareti dei cessi dalle scritte… la prof si fidava di te, non aveva nemmeno bisogno di controllare!”

“Ho messo la mia promozione nelle tue mani e non mi hai tradito.

Ti ricordi?”

“E intanto io filavo con la tipa del quarto liceo!”

 

“E quando io ti coprivo al telefono con i tuoi, rispondevo che sì, stavi studiando con me mentre in realtà non avevo la minima idea di dove ti trovavi, magari stavi guidando la 112 Abarth di tuo cugino, dopo avergli rubato le chiavi, con tanto di derapate nel boschetto e loro non insistevano perché si fidavano di me…”

“Per fortuna hai sempre parcheggiato in modo impeccabile e tuo cugino non ha mai scoperto i furti!

Ti ricordi, vero?”

“Poi siamo cresciuti e il mondo è andato avanti.

Ma la nostra intesa è rimasta la stessa.”

“Ricordi che mi avevi chiesto di farti da testimone ma il matrimonio è saltato perché lei è scappata con l’ex… io avevo cercato di avvisarti ma per la prima volta non ti eri fidato.”

“Siamo stati due anni senza parlare molto, tranne che per i freddi auguri a capodanno, ma ci siamo perdonati, è quello che si fa quando si conta qualcosa l’uno per l’altro, no?”

“Mi dicesti che non avevi mai perso la fiducia in me ed io ti credetti.”

“E quando partii per quel progetto in New Messico? Nessuno credeva in me, stavo lasciando un lavoro sicuro a casa, un matrimonio che scricchiolava e si sarebbe rotto poco dopo, anche i miei familiari erano contrari. Ma io partii ugualmente.”

“E lo feci solo per le tue parole. Io mi fido, dicesti al telefono.”

“Quello mi bastò. Partii e il progetto andò bene e quando, dopo due anni tornai a casa per aprire una filiale non c’era nessuno all’aeroporto. Ma tu m’inviasti un messaggio.”

“Io sono con te, perché mi fido”

“Ci siamo visti due anni dopo, è vero, ma lo so che ci sei sempre stato, perché è questo che fanno gli amici, quelli veri, no?

Ci sono anche quando non ci sono.”

“E si fidano, qualsiasi sia la nostra scelta o decisione, anche la più assurda o stupida, perché un amico si fida.

Non è così?”

L’uomo riceve silenzio per risposta.

Allora continua a parlare.

“E quando ci dicemmo che saremmo stati assieme per sempre, e ci saremmo supportati anche da vecchi, anche allora mi fidavo e sapevo di fare bene perché non mi stavi mentendo.”

“Io mi fidavo e lo farei ancora…”

Poi, prima di voltarsi e andare via nel freddo del mattino, fissa ancora il marmo grigio e la foto.

“…se solo tu fossi qui.”





lunedì 24 gennaio 2022

Azione e reazione

 





Tutto era cominciato per caso.

Nemmeno lui ci credeva, ma qualcosa stava accadendo.

Enrico era sempre stato un uomo pratico, concreto, non credeva a baggianate come il malocchio, la sfortuna, le stregonerie. Molto semplicemente le cose accadevano e i creduloni attribuivano la causa degli eventi a qualche potere oscuro, per debolezza e ignoranza. Lui non era certo il tipo da farsi impressionare da un gatto nero che attraversava la strada o dal passare sotto una scala. Al massimo era in apprensione per il gatto e controllava che sulla scala non ci fosse un operaio incapace, che potesse rovesciargli in testa un carico di attrezzi pesanti!

E quando tutto era iniziato, ovviamente Enrico non ci aveva fatto caso.

Piccole cose, senza importanza, il collega presuntuoso, che gli aveva soffiato un affare, aveva perso la sua stilografica Montblanc, alla sua vicina che stendeva la biancheria ancora gocciolante al piano di sopra, si erano spezzate le corde e tutto era finito nel fango del cortile, Enrico non coglieva nessun collegamento. Qualcuno ha le mani lunghe in ufficio e una Montblanc fa gola, in quanto alle corde da bucato, erano vecchie e da cambiare.

Poi era successo il fatto del tipo in palestra. Un bestione di cento chili, lo aveva preso in odio, senza motivo pensava Enrico, ma chissà perché quando la sera lo incrociava, l’energumeno faceva sempre in modo di passargli davanti, alla macchina per gli addominali, alla doccia, lasciandogli respirare il suo puzzo. A Enrico la cosa iniziava a dare fastidio ma non avrebbe potuto far ragionare quel bestione senza rischiare l’osso del collo. Non ne poteva più quando una sera un bilanciere carico di pesi, si era staccato dalla staffa ed era caduto sul braccio del gigante, fratturandogli radio e ulna e lussandogli il gomito. L’uomo si era messo a gridare come un bambino per il dolore insopportabile e quando i barellieri lo avevano finalmente portato via, aveva guardato Enrico con la faccia bagnata dalle lacrime e un’espressione fanciullesca di paura.

Una sera, stava attraversando il viale, quando un’auto proveniente dalle sue spalle aveva svoltato all’improvviso, frenando quando era a mezzo metro dalle sue gambe. Enrico si era paralizzato come avrebbe fatto un leprotto colpito dai fari in mezzo alla careggiata. Gli era scappato un verso strano e un’oscenità, poi aveva accettato le scuse un po’ fasulle dell’autista imprudente e si era rimesso in cammino. L’auto, una potente berlina bianca era ripartita, facendo stridere le gomme. Erano passati forse cinque secondi quando Enrico aveva sentito uno schianto secco, era tornato sui suoi passi e aveva osservato l’auto bianca accartocciata contro un platano. Il conducente era sceso, aveva fatto due passi tenendosi la fronte e si era seduto per terra. Vedendo i primi curiosi avvicinarsi al luogo dell’incidente, Enrico aveva preferito tenersi alla larga.

Enrico era sempre stato un uomo razionale, certo, ma dopo una serie di eventi quantomeno bizzarri, aveva cominciato a ragionare diversamente.

E se fosse stato davvero lui a causare quelle cose? Se avesse fatto partire una qualche specie d’influsso? Un fascio di radiazione negativa, in grado di agire sulla materia, modificandola? Se fosse stato in grado di modificare gli atomi degli oggetti, alterare il pensiero e la volontà delle persone?

Ma che diavolo stava pensando?

Niente di tutto ciò era possibile e si sentì mortificato e si vergognò di se stesso per averlo creduto.

Non era da lui, si disse, nessuno aveva questo potere, al massimo nei film.

E lui non era un attore.

Nessuno lo avrebbe scritturato per qualche parte, nemmeno come controfigura, pensò mentre osservava la sua faccia riflessa allo specchio e si contava le nuove rughe. Da qualche tempo aveva delle profonde occhiaie e sembrava invecchiato di dieci anni. Si sentiva vecchio e un peso sull’anima gli impediva di sentirsi felice.

Per qualche tempo non successe altro, poi ci fu il dramma.

Enrico aveva avuto una fidanzata storica, un rapporto logoro che si era prolungato per nove anni e si era trascinato tra alti e bassi. Lena non era una ragazzina e qualche volta gli accennava che avrebbero potuto cambiare vita, stabilizzare la loro unione ma lui non ne aveva avuta la minima intenzione. Lei lo aveva piantato una gelida sera d’inverno, quando il freddo attorno sembrava una mite primavera in confronto al freddo che aveva dentro.

Enrico sperò che lei soffrisse e che la pagasse per il dolore che lui aveva provato ma quando, dopo una settimana morì la madre della giovane, si rese conto che non avrebbe avuto il coraggio nemmeno di guardarla in faccia. Non andò al funerale, sebbene quella donna gli avesse voluto bene, forse più di sua figlia.

Enrico capì di avere scavato un solco troppo profondo tra lui e la sua ex e niente avrebbe riempito quella distanza.

Con i suoi rancori si stava rovinando la vita. Capiva che le cose sarebbero continuate a succedere, anche quelle più negative ma sapeva che avrebbe dovuto smettere di desiderare il male.

E doveva smettere di vivere tutto come una colpa.

Andò in ospedale a trovare il tipo della palestra. Lo avevano operato e qualcosa non andava per il verso giusto, così stava prolungando la degenza tra antibiotici ed esami. Accettò con sorpresa e gratitudine i biscotti che Enrico gli aveva portato e si rivelò una persona timida e riservata che si nascondeva dietro i muscoli. Enrico gli augurò di rivedersi presto in palestra. Era sincero.

Poi comprò un vaso di mughetti per la vicina. Questa lo guardò con sospetto, poi accettò il dono e gli disse che l’avrebbe messo sul balcone, aveva anche colto l’occasione per scusarsi di far gocciolare la biancheria. Enrico sorrise e tornò a casa sentendosi più leggero. Anche la sua espressione era migliorata, le occhiaie stavano sparendo e sembrava più giovane.

Non avrebbe preteso di farsi perdonare da Lena ma iniziò ad andare al cimitero tutte le settimane a posare dei fiori freschi.

Enrico aveva capito che prima di perdonare gli altri, prima ancora di domandare il loro perdono, doveva imparare a perdonare se stesso.

Non avrebbe più coltivato pensieri di vendetta o negativi, verso nessuno.

Gli eventi, belli o brutti, insignificanti o importanti, avrebbero continuato ad accadere ma lui non si sarebbe sentito responsabile, decise che avrebbe iniziato a sperare solo cose positive e gradevoli.

Se qualcosa di buono fosse accaduto, sarebbe stato piacevole credere di esserne stato la fonte inspiratrice, no?

A chiunque avesse incontrato, pensò Enrico, sorridendo.

E il peso che aveva avuto, senza che se ne accorgesse, svanì.

 

 

 

 

 

 


sabato 8 gennaio 2022

La musica nelle dita

 





Com’era?

Il dito indice sulla quarta corda, il medio sulla terza, l’anulare sulla seconda del secondo capotasto?

Ti faccio vedere! Rispondeva Mimmo, serio, afferrandomi le falangi con forza e costringendomi a premere i polpastrelli morbidi contro le corde di metallo della chitarra acustica che mi aveva prestato.

Ma così mi fai male, ahia, mi stanno sanguinando le dita.

Provavo a lamentarmi ma Mimmo era un maestro severissimo.

Tieni duro, questo è il “LA” senti?

Passare il plettro sulle corde produceva un suono stridente, che somigliava vagamente a un richiamo per anatre, niente a che vedere con il suono armonico che l’amico chitarrista aveva eseguito poco prima come esempio.

Non ci riuscirò mai, pensavo. Poi la sera a casa, con la mia chitarra da scuola e le sue morbide corde in nylon, m’intestardivo e alla sessantesima prova fui convinto di saper riprodurre un suono decente.

Quanto lavoro per un la… figurarsi per un brano completo! Come farò a conquistare Adele, mi chiedevo, se non riesco nemmeno a suonare un La? E io che le avevo promesso di dedicarle una canzone…

Adele aveva tredici anni, un vestito leggero a fiori, e tutta la vita davanti, certo, ma non mi avrebbe aspettato tutta la vita. Non m’importava. A me sarebbe bastato solo un istante.

Il bacio che mi aveva promesso.

“Ti dedicherò una canzone”. Era stata l’imprudente promessa, un azzardo che mi ero lasciato sfuggire, quando lei mi aveva visto con la chitarra sulla tracolla, aveva sorriso e si era portata le mani sul viso, pudica e tenera, in un gesto che da solo mi aveva fatto innamorare. Lei si era avvicinata alla mia guancia e mi aveva schioccato un bacino leggero e casto. Le sue labbra erano petali e la sua pelle profumava di primavera. Poi aveva risposto seria: Se lo farai, allora ti darò un bacio vero.

Fu quello il preciso momento in cui smisi di capire il mondo. Le ore in classe passavano lente, l’unica consolazione era il viso sorridente di Adele che solo io riuscivo a vedere proiettato sulla lavagna. Un professore mi dovette chiamare più volte, per farmi uscire dalla trance, scatenando le grasse risate della classe. Poveri ingenui, ridevano di me perché non conoscevano l’amore.

Presi da parte Mimmo, gli dissi che doveva insegnarmi a suonare una canzone. Lui mi rispose subito: Sei scemo? Non sai nemmeno come si tiene, la chitarra! Ma io avevo bisogno di lui e non lo lasciai in pace finché non si arrese e mi propose La canzone del sole!

Cosa? Ma nemmeno mi piace… io sognavo di suonare pezzi folk, di cantautori maledetti, magari con un mozzicone di sigaro in bocca, e ora Mimmo mi suggeriva di mettere una margherita tra le labbra e con la mia voce stridula, imitare Battisti…

Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi

Le tue calzette rosse

E l'innocenza sulle gote tue

Due arance ancor più rosse…

No, non avrei cantato quei versi sdolcinati, dopotutto Adele non aveva le trecce e nemmeno gli occhi azzurri. Provai a resistere ma l’amico fu inflessibile. Tu hai le mani come due zappe, non posso insegnarti altro in poco tempo, questa è semplice, ha solo tre accordi, anche un impedito come te potrebbe impararla… forse.

Quel forse mi sfidò e mi spinse ad accettare, quello e il pensiero della promessa di Adele, il sogno di un suo bacio, di quelle labbra morbide sulle mie, l’odore buono, come di pane appena sfornato, che la avvolgeva ovunque andasse. Accettai, dissi di sì e Mimmo si mise le mani nei capelli.

Insomma, alla soglia dei quattordici anni di notte sognavo Jimmy Page e David Gilmour, Jimi Hendrix e B.B. King, Eric Clapton e Mark Knopfler e di giorno provavo fino allo sfinimento i tre accordi ripetuti la, mi, re, mi, che mi avrebbero permesso di suonare La canzone del sole e sognavo Adele, le sue efelidi e le sue labbra vellutate. Suonavo, se si può utilizzare questo verbo, chiuso nella mia stanza, circondato dai poster dei mostri sacri della musica, immaginando che anche loro dovevano avere iniziato storpiando accordi e torturando le orecchie delle proprie famiglie.

Mi esercitavo durante i bui e noiosi pomeriggi di un inverno alla fine, fu un periodo difficile, mio fratello maggiore mi dileggiava e mi scoraggiavo facilmente ma vedere Adele nei corridoi, che mi sorrideva da lontano e portava la sua mano sulla bocca, mi spronava a continuare. Mimmo arrivava, trascinando la sua pesante chitarra e obbligandomi a lunghe e dolorose sessioni e fu così che dopo poche settimane fui in grado di riprodurre il brano, che lui suonava con facilità assoluta, in una versione abbastanza accettabile. Giunse perfino ad ammettere: Le tue zappe hanno iniziato a muoversi come si deve e hai anche un insospettato senso del ritmo, forse puoi farcela! Nonostante avesse ripetuto quel forse, il giudizio di Mimmo provocò un tuffo al cuore, sentivo che le labbra di Adele si stavano avvicinando alle mie.

Un ostacolo imprevisto le fece allontanare, non riuscivo a imparare il testo. Lo trovavo stucchevole e banale, ma dopo tutta la fatica fatta per imparare gli accordi non era il momento di fare gli schizzinosi, e poi la canzone era bella e forse sarebbe piaciuta ad Adele.

Adele. Adele. Adele. Adele del mio cuore.

Qualunque cosa, farò qualunque cosa, dissi a Mimmo, che sopportava stoicamente le debolezze dell’amico col cuore rapito. Un foglietto, mi propose, con le parole scritte, incerottato sul legno della chitarra, era la soluzione. Non preoccuparti, lo fanno anche i grandi, mi rassicurò Mimmo ed io gli credetti.

Tutto era pronto, prima delle vacanze di primavera, portai a scuola la chitarra. Ero eccitato, il cuore mi pulsava veloce tanto da farmi male. Avrei suonato nel corridoio della scuola, davanti a tutti, se non era una prova di coraggio quella… La cercai alla prima ora, poi all’intervallo. Osai affacciarmi alla sua classe ignorando i risolini delle compagne.

Ma Adele non c’era.

Venni a sapere che i suoi avevano divorziato e lei aveva seguito la madre in un'altra città. La mia Adele non era più lì, la ragazzina che aveva promesso di darmi un bacio. Per qualche tempo ebbi la morte nel cuore, nemmeno Mimmo si avvicinava per parlare.

In un impeto di rabbia tagliai le corde della chitarra e la nascosi in fondo all’armadio. Il mondo andava avanti ma io mi ero fermato. Avrei voluto annegare nelle mie lacrime.

Un giorno, prima delle vacanze estive, Mimmo venne vicino con un’espressione furbetta e mi porse un pacchetto di carta, dicendo: Regalino! Oggi vengo da te e le montiamo, vediamo che cosa ricordi. Si allontanò sorridendo. Aprii il sacchetto e vidi cosa c’era dentro. Corde metalliche da chitarra classica. Il mio amico faceva sul serio. Venne a casa mia, rimise a posto la chitarra e la accordò. Non suonava male. Poi me la porse. Io sapevo suonare solo una canzone e feci quella. Sì, condivisi, non suonava male. Capii che era il momento di ripartire e provare a raggiungere il mondo che non ne voleva sapere di fermarsi. Imparai altri accordi, molte altre canzoni, alcune in inglese, imparai a cantare mentre suonavo. La cosa si fece interessante mi diede piacere e anestetizzava il mio dolore e durante gli anni del liceo feci parte di numerose band, tutte con molti sogni e poche certezze ma ci divertivamo. Poi mi diedi all’ingegneria informatica e la chitarra venne richiusa nell’armadio. Questa volta senza tagliare le corde!

E’ curioso, a quattordici anni, ogni volta che vedevo Adele, mi tornava in mente che dovevo imparare La canzone del sole, poi per anni ogni volta che davano quel brano alla radio, mi tornava alla mente Adele, il suo viso, il suo profumo. Il dolore per quel bacio mancato che non ricevetti mai. Chissà se la mia vita sarebbe stata diversa.

Non lo so e non importa, quel bacio non lo aspetto più da decenni, ma quella promessa è stata un bene, mi ha regalato la musica.

E quella l’ho ancora nelle dita.