sabato 24 settembre 2022

Roma

 





Cinque settembre.


La ragazza dagli occhiali dorati sopra la mascherina, capelli in ordine e trucco preciso da universitaria, non stacca lo sguardo dal proprio cellulare. Mi ricorda mia figlia. L’anziano al suo fianco,  sembra irrequieto, ha appena cambiato il suo posto a sedere per la terza volta. Il giovane in completo blu e tablet, su cui legge articoli di finanza, è sceso a Milano, dove se no?

Alla mia destra, oltre il corridoio, una coppia di sudamericani e un nordafricano scambiano saluti cortesi in inglese scolastico. Alle mie spalle due voci femminili e giovanissime discutono di programmazione scolastica e di interrogazioni.

Di fronte, la bella donna con i capelli freschi di tinta rosso mogano, sonnecchia con la testa che ciondola di lato. 

Compagna di una vita e compagna dell'ennesimo viaggio.

Il verde tra Milano e Reggio Emilia è infinito e piatto. Più avanti, in Toscana, ci attendono terreni più arrotondati.

Al termine del viaggio, appena dopo mezzogiorno, ci attende Roma, lì da sempre, prima e dopo di noi.


Maremma maiala, neanche a Firenze e ho già terminato il libro di Lucarelli. Pensare che lo avevo iniziato da due giorni e pensavo di leggerlo in vacanza...


Primo giorno:  Amatriciana e Coda


Un turbinio di emozioni, ecco quello che si prova visitando una città per la prima volta. La frenesia di non vedere tutte le cose importanti, l'ansia di trovare velocemente l'orientamento e non perdersi... Il calore di amici che si prendono cura di te e la loro utilità pratica nello stabilire una scaletta di priorità.

Entriamo nelle mura di Città del Vaticano e siamo per la prima volta davanti alla basilica di San Pietro. Non sappiamo cosa dire e ci guardiamo sorridere.

Scoprire che si è capaci di piangere anche per la troppa bellezza, sopraffatti dalla grandezza di una scultura che ti toglie letteralmente il fiato.

Restare a corto di questo per i troppi scalini e per il panorama.

E la sera scaldarsi nell'accoglienza di una casa nuova, all'ombra del cupolone!


Secondo giorno: Cacio e pepe o Gricia


Quanto è bello fare i turisti in casa propria. Vestirsi con sneakers e cappellino, come un americano, fotografare tutto ma proprio tutto come un giapponese. Castel Sant'Angelo al di là del ponte, piazza di Spagna a bocca aperta, sudati sulla scala di Trinità dei monti, stanchi e accaldati e con il batticuore per la felicità. Camminare mette appetito e menomale perché nel pomeriggio ci attende la Cappella Sistina e quell'immenso capolavoro fa venire un nodo alla gola che non passa nemmeno un olivetta... appena le gambe  reggono, decidiamo di fare una capatina alla fontana di Trevi per gettare la nostra moneta, incapaci di aspettare anche solo un altro giorno!


Terzo giorno: Trippa


Il mattino ha l'oro in bocca, si esce pieni di energia e voglia di camminare.Via del Tritone, largo Chigi, via del Corso, non ci ferma più nessuno tranne l'Altare della Patria! Quello si, grande e maestoso sul suo colle capitolino. Da quel momento entrare nella Roma antica è cosa semplice.
Mettere la salsa barbeque al posto della crema idratante... penso di essere spiritoso ma qui c'è poco da scherzare. Sarebbe opportuno invece, mostrare rispetto, qui la gente moriva davvero. A mia discolpa cito il colpo sole e il caldo di un estate che non vuole mollare... Maestoso, enorme, colossale, appunto! Il Colosseo è un opera incredibile, inutile apprezzarla nei video o sulle foto. Occorre percorrerlo in lungo e in largo, salire e scendere i suoi ripidi scaloni interni e lasciarsi portare in dietro nel tempo. Appena le gambe lo permettono, dopo un attesa interminabile alla fermata di un bus che sembra non comparire mai, ci aspetta un lungo chilometro che termina direttamente con la mano infilata nella fessura della bocca della verità. Speriamo di essere stati (quasi) sempre sinceri...
Prima di rientrare attraversiamo in Tevere e siamo sull'isola Tiberina davanti alla trattoria storica "Sora Lella" che è chiusa ma la gelateria di fianco invece no.

Quarto giorno:  Carciofi alla romana


Sotto un cielo carico di nuvole scure, si parte freschi per visitare  la basilica di San Giovanni in Laterano, ennesimo luogo da ammirare in silenzio e con la bocca spalancata. la pace del chiostro interno è incantevole e rapisce l'anima. Conclusa la visita si riparte per una lunga camminata, bagnati da una pioggia mai invadente, da piazza Barberini, costeggiando la magnifica fontana di Trevi, per una volta non soffocata dai turisti a causa della pioggia, per un dedalo di vie strette arricchite da negozietti e ristorantini, fino a sbucare nella piazza che ospita il Panteon, dove una lunga fila ci suggerisce di proseguire. Passiamo davanti palazzo Madama e arriviamo bagnati dalla pioggia a piazza Navona, stupenda e lucida d'acqua, visitiamo la chiesa di Sant'Agnese, per poi proseguire fino a piazza Campo dei Fiori dove la severa statua di Giordano Bruno scruta il caratteristico mercato. Finalmente, dopo aver pranzato, riusciamo a visitare il Panteon, ennesimo bellissimo monumento in una città ricca all'esagerazione di storia e fascino. Non soddisfatti e mai domi, camminiamo in salita fino al colle del Quirinale per vedere i palazzi della politica. Anche se il presidente Mattarella non è in casa... Al rientro non posso resistere a una capatina alla libreria Feltrinelli!

La sera, con gli amici, ceniamo da Toni e Dino, una trattoria rustica che più romana non si può, dove non sei tu che scegli il cibo ma è il cibo che viene da te e il vino freddo scorre veloce e ci si perde tra i flutti. 


Quinto giorno:  Bonus, seppie e piselli


Dal momento che è stato cancellato il treno che ci avrebbe riportato a casa (e abbiamo già lasciato la stanza), dopo un momento di disperazione si ritrova la razionalità e riusciamo a comprare dei biglietti per il giorno successivo e gli amici ci lanciano un salvagente offrendoci riparo e ristoro a casa loro. Dovendo restare in città un giorno in più approfittiamo per visitare il quartiere di Trastevere che diversamente ci saremmo persi. E' stata una fortuna come può capire chi lo conosce, vagare tra i vicoli colorati e rumorosi di giovani ai tavolini, anche in pieno pomeriggio. Attraversiamo il ponte Garibaldi e rivediamo l'altro lato dell'isola Tiberina, ci troviamo sotto la sinagoga e il quartiere ebraico, ricco di storia. 

La sera ci vede stanchi e storditi dall'abbuffata di reperti antichi, monumenti, religione e mangiate. La cena con i nostri amici e calda e accogliente e ristoratrice. Quello che ci voleva per chiudere la vacanza perfetta.

Scoprire, anche grazie a loro, angoli nascosti e poco conosciuti, bere alla fontanella degli innamorati, posare davanti la fontana delle tartarughe, ballare per strada al suono di una vecchia fisarmonica, è stato emozionante e appagante. C'è chi cerca emozioni intense scalando alte vette, cercando di scoprire i limiti del proprio fisico, chi esplora gli abissi del mare, con immersioni estreme, noi ci siamo estasiati qui, salendo e scendendo scalinate tra i sette colli, in un tripudio di arte e gastronomia, storia e spiritualità e sempre tanta emozione!

Domani si torna a casa, non senza il giusto piacere. 

Ma come dice la celeberrima  canzone: 

Arrivederci Roma!





venerdì 26 agosto 2022

Linda

 







Linda si guarda allo specchio e conta le nuove rughe. 
Le conferiscono un tono da antica prof di matematica. Certo, è sempre stata una donna attraente e ora ha un viso bellissimo e un'espressione importante.

Pensa che avrebbe potuto fare l'attrice.

Avrebbe potuto anche essere in carcere oppure morta.

Questo pensiero le fa distogliere lo sguardo dallo specchio. Non vuole guardarsi mentre piange, mentre una smorfia di amarezza le accartoccia i lineamenti.

Sono trascorsi quarant'anni dalla sua vita passata ma questa non ha mai smesso di farle male, di torturare la sua anima.

Aveva appena compiuto diciotto anni ed era in rotta con suo padre. Odiava il mondo intero, per dirla tutta. I suoi erano dei borghesi rigidi e bacchettoni. Democristiani convinti, retrogradi conservatori della peggior specie, avevano fatto quattro soldi con un negozio di merceria, vendendo stoffe alle poveracce costrette a cucirsi gli abiti da sé. Alla prima occasione Linda era fuggita a cavallo di una moto, guidata da quello che le sembrava un cavaliere misterioso.

Erano gli anni dell'amore libero, della nascita di movimenti estremi e bizzarri. Aveva iniziato a fumare dapprima sigarette leggere, poi erba che le passavano da ogni parte. Aveva camminato a piedi nudi e indossato coroncine di fiori. E conosciuto diversi altri cavalieri.

Niente sembrava saziare la sua fame di vita, la sua sete di ribellione e vendetta, di cosa poi non era chiaro neppure a lei stessa.

Era entrata a far parte di un gruppo politico, convinta dal suo amico del tempo, un giovane magro e nervoso, con la folta barba e gli occhialetti che lo facevano assomigliare a John Lennon, fatto che lo rendeva ancora più nervoso. Non facevano che complottare contro lo stato dittatore, il potere forte della politica, della ricca borghesia, banchieri, notai, senatori che muovevano i fili del paese. Occorreva fare qualcosa e occorreva farlo subito.

Linda scoprì presto che i soldi per comprare fumo, generi alimentari e di conforto, provenivano da attività illegali, furti e piccole rapine. Il suo compagno giustificava quegli atti, raccontandole che le vittime erano scelte sulla base di criteri etici, persone vicine ai potenti, con posizioni politiche criticabili. Insomma gente da punire. Lei aveva bevuto quella scusa ignorando il vero significato così come ignorava l'olezzo che proveniva da tutti.

Evidentemente a quei rivoluzionari non stava simpatico il sapone.

Alla fine si era fatta convincere dagli altri a dare un contributo attivo alle attività della banda.

Era entrata con altri due in una gioielleria, lei e un suo compagno avevano finto di essere una coppia in cerca di un anello da regalare, poi avevano coperto il terzo mentre minacciava con un coltellino svizzero la commessa e le avevano impedito qualunque reazione.

Una manciata di collane e anelli, un rotolo di banconote da centomila lire e poco altro, aveva fruttato la rapina, poca roba, da tirare avanti una settimana, ma Linda si era eccitata come mai in passato e quello stato era durato diversi giorni.

Aveva chiesto e ottenuto di entrare a far parte di azioni del genere un altro paio di volte.

Nel frattempo il sosia di Lennon si era stufato e aveva abbandonato il gruppo. Ma a Linda quella vita stava piacendo. Non partecipava alle riunioni politiche, dove la partecipazione era quasi totalmente maschile ma aveva sentito parlare di alzare i toni, cominciare a fare sul serio, puntare più in alto. Lei non aveva idea di cosa si stesse organizzando nel gruppo e neppure le interessava. Come se la cosa non la riguardasse.

Un mattino la sua compagna di camera, le porse un sacchetto di carta, di quelli scuri per il pane. Le disse solo, questa è per te.

Linda prese il sacchetto, sorpresa del peso dello stesso. Infilò la mano e ci tirò fuori una pistola. Per poco non la fece cadere dalla sorpresa.

Poi la guardò non senza provare una sorta di fascino perverso.

Guardò a lungo la pistola. La soppesò e alla fine la rispose nel sacchetto.

Poco dopo uscì dalla casa, senza sapere bene cosa fare ma sapendo che non sarebbe tornata indietro.

Non voleva ritornare a casa e chiese temporaneo asilo a una cugina.

Il giorno dopo i suoi compagni tentarono di rapire un senatore. Uno di loro sparò un colpo in aria, non aveva intenzione di fare del male a qualcuno, non ne avevano mai fatto prima, ma la scorta armata privata del politico rispose al fuoco e uccise due giovani del suo gruppo. Una terza fu arrestata, era la compagna di stanza di Linda.

La notizia la riempì di sgomento e la fece piombare in uno stato di depressione da cui fece fatica a uscire. Lentamente provò a costruirsi una vita fatta di cose normali, di valori che non le avrebbero fatto mettere a rischio la propria e l’altrui incolumità, che non le facessero rischiare l’arresto.

Non tornò dai suoi genitori, le cose che si erano rotte quando era ragazza non si sarebbero messe a posto, né chiese mai il loro perdono. Pensava che semmai sarebbero stati loro due a doverlo chiedere a lei.

Non capì mai che cosa le fece posare il sacchetto con la pistola, e le fece decidere di uscire per sempre da quel giro che l’avrebbe portata alla rovina.

Anche oggi che si guarda allo specchio, con le sue rughe, la sua bellezza antica che ancora fa girare gli uomini, il suo sguardo profondo, si chiede a volte chi o cosa sia stato.

Non lo sa.

Quello che sa è che le sue azioni, i passi che fece quel giorno furono guidati da qualcuno che le voleva bene e che non avrebbe permesso che le accadesse qualcosa di brutto.

Linda non è mai diventata religiosa o credente ma sa di dover ringraziare.

Solo non sa chi.















mercoledì 10 agosto 2022

L'avvocato

 


                                                                                                       





Il secondino fa roteare il pesante mazzo di chiavi attorno al pollice.

Buriani! Urla, pensando di svegliarmi, ma io sono già sveglio da due ore.

Ha un’aria allegra, lavorare all’alba lo deve mettere di buon umore.

Da che sono in gabbia non ho mai dormito più di quattro ore per notte e sono passati quasi undici anni. Non è stata una passeggiata di salute. Il secondino è nuovo, lavora qui da non più di sei mesi. Loro sì che non ce la fanno, occorre cambiarli spesso altrimenti si bruciano. Si chiama Aldo Morozzi, ma l’ultimo che l’ha chiamato per nome è finito in infermeria con la mano rotta, meglio chiamarlo Signore.

Buriani, sveglia! A colloquio con l'avvocato tra dieci minuti!

Stavolta si che sono sorpreso. Non ho chiesto nessun colloquio. Ma se c'è una cosa che s’impara subito qui dentro è che non si discute con le guardie. Men che meno con questa.

Sì, signore! Urlo io di rimando e reprimo un sorriso quando vedo che c’è rimasto male.

Il molosso che russa sulla branda sotto la mia, non si è spostato di un millimetro. Perde bava come un mastino di centotrenta chili e più che addormentarsi, sembra che vada in coma. Forse lo è davvero in coma, visto che è diabetico e che divora tutti i dolci che trova.

Sebastiano, così si chiama il molosso, è dentro per spaccio. Organizzava da casa, con la madre ottantenne, una rete di velocissimi corrieri, che con bici e monopattini coprivano tutte le esigenze della provincia. Altro che Glovo…

Lui sconta qualcosa come quattro o cinque anni, l’ho detto, reati di droga.

Io sono dentro per omicidio.

Ci vogliono due minuti per infilare i calzoni e allacciare i bottoni della camicia azzurra, che andrebbe larga anche al molosso che continua a russare. La barba è di un giorno e non devo radermi, sciacquo il viso nel piccolo lavabo arrugginito e mi pettino i capelli appena bagnati. Poi mi metto davanti alle sbarre per mostrare la mia sollecitudine.

Evito di poggiare le mani, come hanno imparato tutti. A Morozzi piace usare il manganello. Mi vede, apre la piccola inferriata e con un cenno m’invita a uscire. Porgo i polsi e lui annuisce soddisfatto. Conosco la procedura, quindi meglio non perdere tempo. Mentre mi ammanetta, mi scruta ma non sorride, sa bene che con quelli come me è inutile la maschera. Io faccio in modo che non abbia problemi di lavoro e lui in cambio mi lascia intatte le ossa. Mi sembra un vantaggio per tutti. Per me lo è di sicuro.

Cammino guardando la schiena muscolosa della guardia. Due chiazze scure si vanno allargando dalle sue ascelle, scendendo sui fianchi fin quasi alla cintura. Sono solo le sette e fa già un caldo insopportabile. Morozzi cammina veloce, ascolta i miei passi che lo seguono come fossi il suo cagnolino. Non ha paura di voltarmi le spalle, Qui è lui quello forte, quello che ha il potere, quello che comanda. E poi ho già scontato undici anni, me ne rimangono tre scarsi, fatti di permessi per buona condotta e inserimenti in progetti per lavori sul territorio. Sono sulla strada della riabilitazione, sarei un bello stupido a cercarmi guai con un fottuto secondino.

Lui lo sa, io lo so. Discorso chiuso.

Arriviamo al primo cancello. Morozzi chiama il collega di guardia. Gli mostra il pass, attende lo scatto della serratura e mi tiene la porta come farebbe con la sua donna a un appuntamento galante. Poi ride e la risata si trasforma presto in un accesso di tosse catarrosa.

Imbocchiamo un lungo corridoio in penombra.

Chi può essere l’avvocato che ha chiesto di parlarmi e perché a un orario così strano? Il mio avvocato, se così posso definirlo, visto che non lo pago da anni, si è sentito qualcosa come cinque o sei anni fa, per una richiesta che lui mi proponeva di fare. Trasferirmi in un altro istituto di pena. Perché poi, per avvicinarmi alla famiglia? Gli ho detto di non farsi più vedere e lui ha eseguito gli ordini. Non ho un avvocato, qui non mi serve, ho tutto, il molosso che dorme sotto di me e divide cella e le giornate, i secondini, il cortile col campo da basket, un avvocato? Davvero non saprei che farmene.

Ci avviciniamo alla zona del parlatorio, non che lo usi spesso, ma ricordo bene la strada.

Morozzi mi conduce nella stanza, vicino al tavolo è seduto un tizio magro come un chiodo e pallido come un fantasma. Sul tavolo vi è poggiata una borsa di pelle. Da avvocato.

Sono l’avvocato Guidoni. L’esordio dell’omino non è dei più felici. Timido, imbarazzato, la voce di chi vorrebbe essere da tutt’altra parte.

Vorrei dirglielo ma la curiosità è più forte.

Rappresento la famiglia Butera.

Faccio per alzarmi ma Morozzi mi preme una mano grossa quanto un badile, sulla spalla e mi rimette a sedere.

Cerca di fare il bravo, mi intima Morozzi in un orecchio, sta seduto e ascolta quello che ti deve dire l’avvocato, io vado a prendere un caffè ma sono sicuro che non darai problemi. Tranquillo avvocato, Buriani qui non è una testa calda. Poi strizza gli occhi a entrambi ed esce dalla stanza.

Non mi resta che ascoltare e poi tornarmene in cella dove Sebastiano il molosso mi aspetta.

Mi chiamo Andrea Guidoni. Ricomincia a dire il giovane in giacca e cravatta. Almeno è educato.

Deve perdonare la visita senza preavviso ma così mi è stato suggerito di fare dai miei clienti. Hanno anche detto che lei non avrebbe accettato di parlare con un rappresentante della famiglia di Leonardo Butera, se lo avesse saputo in anticipo.

Leonardo Butera.

Solo sentire nominare il nome di Leonardo mi dava come una scossa dentro, dalle parti della colonna vertebrale, al centro del petto. Leonardo che era morto da dodici anni e che non aveva mai smesso di tormentarmi.

Rimorso, senso di colpa, peccato mortale. Leonardo mi aveva costretto a diventare un assassino. A diventare un galeotto dall’età di trent’anni e lo sarei rimasto per tutta la vita.

Sapevo cosa aveva da dirmi l’avvocato Guidoni. Avevo già ascoltato la stessa richiesta da altri. E avevo sempre rifiutato.

I fratelli Butera, Antonio e Maria Angela avrebbero molto piacere di incontrarla durante il suo prossimo permesso. Per loro è importante poterla vedere, dirle che hanno perdonato il suo gesto, il crimine da lei commesso. Sono molto credenti e hanno pregato tanto per lei.

Guidoni ha preso confidenza col ruolo, parla più speditamente. Sono contento per lui, la stoffa c’è e magari un giorno diventerà un avvocato di grido. Ha una specie di tic, strizza ripetutamente l’occhio sinistro e gli si forma una ragnatela di rughe. Ci dovrà lavorare ma è giovane, avrà tempo.

Fa una pausa, mi crede meditabondo ma io osservo solo il suo occhio. Riprende.

Comprendo il suo timore ma le posso assicurare che nell’animo dei fratelli di Leonardo non c’è nessun intento di vendetta. Vorrebbero solo che lei sentisse il loro perdono.

Resto in silenzio.

Dopotutto l’agente Morozzi mi ha intimato di ascoltare. Non di dare una risposta. L’avvocato rimane in attesa ma il mio silenzio lo atterrisce. Non è preparato, penso io, non sa cosa fare ed io non ho intenzione di aiutarlo. Deve capire che venire in carcere a parlare con un omicida non è una passeggiata, non gli offrirò un aperitivo.

Non ha niente da chiedermi? Prova lui speranzoso. Io faccio cenno di si con il capo. Lui spalanca gli occhi, quasi famelico ed io riconosco di nuovo la stoffa dell’avvocato.

Vorrei tornare in cella. Mi chiama il secondino, per favore?

La delusione del giovane avvocato Andrea Guidoni mi lascia indifferente.

Mentre torno in cella, scortato da Morozzi che ora sembra piuttosto annoiato, penso che vada bene così. Ho fatto quello che ho fatto perché non avevo scelta. Leonardo Butera non mi ha dato alternative. Forse è stato un errore, anzi, di sicuro lo è stato. Pagherò quell’errore, non solo con la pena, lo pagherò tutta la vita.

Non è affare che riguardi i fratelli devoti.

Non voglio il loro perdono. Non lo merito.

Non li incontrerò mai.

Sarò sempre Buriani, quello che si è fatto il carcere per omicidio e nessun perdono potrà cancellare questo.

Dietro l’inferriata, Sebastiano il molosso mi chiede con voce gentile, da innamorato, se ho una sigaretta.

Il suo sorriso marcio fa sparire temporaneamente la faccia di Leonardo dai miei pensieri.

Fino al prossimo permesso.







sabato 23 luglio 2022

piazza dei Sogni

 






In piazza dei Sogni c’è spesso vento.

Ma il vento è una cosa buona.

Sposta le foglie sui cubetti di porfido, gira le pagine dei libri dimenticati sulle panchine, trasporta i sogni delle persone che passano e si riflettono sulle vetrine dei negozi.

Il vento non da fastidio, qui, in piazza dei Sogni.

Preparo le sedie pieghevoli, davanti alla piccola libreria. Cinque file con quattro sedie da un lato, altri venti posti dall’altro e in mezzo un corridoio immaginario.

Sedie bianche, di legno, che andrebbero bene per un ricevimento di nozze in un giardino privato o su una spiaggia. Credo che basteranno, quaranta posti sono più che sufficienti davanti una libreria che ospita talvolta, autori che non conosce nessuno, salvo i propri parenti.

Oggi è il turno di una poetessa, una donna semplice e limpida che scrive versi brevi, a volte pungenti, che vanno dritto al cuore. Li ho letti.

Leggo sempre le opere degli autori che ospito, non si sa mai.

I titoli possono trarre in inganno e le copertine sanno essere illusorie, così curate e variopinte. Quello che importa è il contenuto ma spesso oltre al titolo roboante e all’immagine affascinante, il contenuto manca. Meri elenchi di frasi. Nomi, verbi, aggettivi, articoli e preposizioni, quando va meglio, come oggi, qualche azzardo a similitudini, timide metafore  e discreti ossimori.

Le figure retoriche utilizzate dalla poetessa sono educate e gentili, come lei. E’ una persona garbata, che non vuole invadere lo spazio altrui, sono sicuro che stabilire di presentare il suo libretto in pubblico sia stata una decisione sofferta.

Lo spazio davanti alla libreria  è esiguo e immagino che faccia gola al gestore del bar di fronte, raddoppierebbe i tavolini del dehor ma la vita non è fatta solo di caffè e aperitivi.

Mentre termino di sistemare le sedie, entrano due potenziali clienti. Faccio loro cenno di essere a disposizione e li lascio liberi.

Il cliente di una libreria non gradisce pressioni, preferisce girovagare tra i generi, sfogliare i tomi più pesanti, leggere quante più possibili quarte di copertina, dare anche una sbirciata al prezzo, se si tratta di un regalo, perché questo sia proporzionato al destinatario… quando è trascorso il giusto tempo, allora entro e mi sistemo discreto, dietro alla cassa. Loro apprezzano la libertà concessa e ricambiano comprando due tascabili in offerta. Li invito alla presentazione che si terrà nel pomeriggio e mi rispondono che forse verranno. Non so se li rivedrò ma almeno sono stati gentili.

La mia poetessa avrà il suo pubblico, se la sua famiglia si dimostrerà magnanima. Del resto è risaputo che nel nostro paese sono in molti a scrivere ma non legge quasi più nessuno.

Forse venderà qualche copia ma sono certo che non le importi.

Avrà il suo posto in vetrina, per qualche tempo, poi tornerà a scrivere nella penombra anonima della sua camera.

Ho scelto Trieste ma avrei potuto finire in qualsiasi altra cittadina. Non c’è un motivo se non il caso. Per quanti anni ho sognato un posto così.

Una piccola libreria, un negozio modesto che basta appena a coprire le proprie spese. Ma quanto ho sognato di essere libero, chiuso in una cella buia, e questo sogno mi ha mantenuto in vita.

Mi sento fortunato. Ho i miei libri, viaggi tascabili, contenitori di universi e scrigni pieni di magie.

Ho questo angolo ventoso e il sole che sbatte sulle sedie bianche.

Ho una poetessa che verrà a leggere i suoi versi.

C’è spesso il vento in piazza dei Sogni.

Un vento che ha il dolce gusto della libertà.

 




mercoledì 29 giugno 2022

This is a man's world

 





"This is a man's world"


Questo è un mondo di uomini, sembra un grido di disperazione, ma la voce di James Brown, proveniente dal 1966, non è mai stata così graffiante, così attuale!


Perché è vero, baby, questo è un mondo di uomini.

Con buona pace dei perbenisti, degli inclusivi, dei moderati.


Questo è il mondo che ci siamo costruiti, il mondo in cui gli uomini creano e distruggono. Stringono patti e fanno guerre.

Il mondo in cui uomini fanno i soldi stipulando affari con altri uomini, sordi alle voci indignate e agli slogan, ciechi alle marce ai femminismi.

Indifferenti al dolore e assuefatti alle violenze e ai soprusi.


Da “Non è un paese per vecchi”, il romanzo di McCarthy allo stereotipo non è un gioco per signorine! il passo è breve e ci riporta indietro di decenni, nemmeno tanto lontano, quando alle donne era concesso di parlare solo dopo il consenso del padre o del marito!


E dunque?

Questo è il mondo che vogliamo?

Lo ripeto, è veramente questo il mondo che vogliamo?


Siamo del 2022 o negli anni venti del ventesimo secolo?

E’ in questo mondo che vogliamo far vivere le nostre mogli e le nostre sorelle?

E’ davvero questa l’inaccettabile eredità che vogliamo lasciare alle nostre figlie?

Lasciamo che James Brown canti forte dal passato, perché lo fa con maestria e anche perché lui aveva già trovato la risposta:


But it wouldn't be nothing, nothing, not one little thing, without a woman or a girl…


anche questo mondo non sarebbe niente, niente, non una piccola cosa, senza una donna o una ragazza da amare.


E dalla quale essere amati.








domenica 19 giugno 2022

la corda

 





L'uomo si muove con gesti nervosi e rapidi.

Il sottotetto è buio e sporco. Cerca confusamente qualcosa ribaltando oggetti e sollevando batuffoli di polvere.

Alla fine apre il cassetto di una vecchia credenza piena di tarli e trova quello che sta cercando. Una vecchia e robusta corda appare nella sua mano, in primo piano.

Le immagini proiettate nella sala riunioni sono state riprese in bianco e nero per dare un tocco di realismo, forse.

L'attore non è un professionista e ci mancherebbe, col budget da rispettare, ma sembra convincente e fa bene la sua parte.

 Tutti i presenti rimangono in silenzio, l'attenzione è alta e anche la tensione. La scena riprende. Ora l'uomo che si è sbottonato il colletto e ha la camicia appiccicata di sudore alla schiena, trasmette un senso di ansia. Cerca un posto adatto, si volta e vede una trave di legno spessa abbastanza. Lancia l'estremità della corda e la tira giù dall'altra parte. Poi esegue un nodo e per verificare che questa non si spezzi si aggrappa alla corda e tira su le gambe, lasciandosi penzolare.

Funziona. La corda terrà. Primo piano del nodo. Primo piano della faccia stravolta e lucida di sudore dell’uomo.

Nella sala qualcuno esprime disagio spostando rumorosamente il grosso deretano sulla sedia. Qualcun altro trattiene il respiro. Una donna, forse una segretaria d'amministrazione si copre la bocca con la mano. Il direttore marketing ha la faccia di uno che sta per esser costretto a ingoiare escrementi di cane dal bullo della scuola. Il presidente mantiene uno sguardo imperscrutabile.  Nessuno fiata.

Dell'appartamento al piano di sotto giunge una voce cristallina. Una bimbetta sui tre anni chiama il suo papà. L'uomo lavora frenetico ai nodi, sembra non avere più tempo. Ora cerca qualcos'altro. Uno sgabello o un seggiolino.

La segretaria in sala vorrebbe evitare di guardare ma non può, sposta la mano davanti agli occhi come fanno i ragazzini davanti a un film horror.

L'uomo trova una seggiolina per bambini, è perfetta, la afferra e si volta verso la corda. Gli ultimi istanti del video non lo inquadrano, si vede una botola aprirsi e una testolina bionda spuntare.

Papà?  Dice la vocina.

La schiena dell'uomo copre tutto il campo. Poi lui si volta e sorride alla bimba.

Papà, cosa fai in soffitta?

 Lui la prende in braccio e le mostra.

Vieni su, proviamo un gioco.

La ripresa finale inquadra un’altalena artigianale ma non priva di un fascino arcaico. E la bimba che dondola felice.

I presenti sono come impietriti. La segretaria si lascia andare in un applauso nervoso che non è accompagnato da nessun altro. È evidente che si tratti di un gesto isterico.

Ok, grazie a tutti, s’impone il direttore marketing, la riunione è conclusa. Oggi comunicheremo le decisioni.

Tutti si affrettano a lasciare il tavolo e a dirigersi, con sollievo, verso il rinfresco al fondo della sala per versare enormi tazze di caffè.

Sullo schermo rimane il fermo immagine di una bambina seduta su un’altalena.

 

Mezz'ora dopo nell’ufficio dell'amministrazione delegato l'aria è ancora rovente e irrespirabile. Si sono sentiti fin dal primo piano.

Si lo so che si tratta di un demo, mal registrato e mal recitato! Ma non è questo il punto! Il dirigente parla sputacchiando saliva come un boxer con la rabbia.

Non possiamo usarlo, non possiamo…

Avremo tutti contro, associazioni di mamme, medici pediatri, avvocati, società di sostegno alla vita, la chiesa… sembra un’istigazione!

Il dirigente ha ragione, sa che salterà la sua testa per questo, anche se l’amministratore delegato non ha proferito una parola che sia una. Anzi, è proprio questo che lo terrorizza.

Prima che salti mi toglierò la soddisfazione di prendere a calci nel culo questo piccolo bastardo, pensa. Scende le scale con l’espressione di uno squalo davanti al sangue. Entra nel piccolo ufficio del responsabile di tutto quel casino. Il giovane creativo, che non è così sprovveduto, lo stava aspettando. Ha passato gli ultimi trenta minuti a salutare colleghi e amici che sono atterriti. Non si spiegano quello che sta capitando, si poteva evitare, si poteva fare meglio…

Il dirigente gli vomita addosso una serie infinita d’insulti e maledizioni che dovrebbero bastare a coprire anche la sua discendenza per almeno tre generazioni. Lui raccoglie le sue cose in uno scatolo di cartone, proprio come ha visto fare in un sacco di film dozzinali, e se ne va, imboccando le scale.

Uscirà dalla porta a vetri per non tornare più.

Mike, questo è il nome del giovane, torna a casa. Non ha altri posti dove andare. Poggia la scatola sui gradini ed esce sul retro. La casa è vuota, sua moglie tornerà solo tra un paio d’ore, subito dopo essere passata a prendere il piccolo alla scuola materna. C’è tutto il tempo.

Nel giardino dietro casa c’è una vecchia quercia, mezza malata, che i condomini volevano far abbattere ma che finora ha resistito in piedi. Dovrebbe tenere.

Mike entra in casa, va nel ripostiglio, dove conserva la sua attrezzatura sportiva, tira fuori la sua corda per arrampicare, esce e si mette al lavoro. Nel caldo pomeriggio nessuno lo può vedere, dietro casa mentre armeggia con i nodi.

Se qualcuno lo vedesse, di certo chiamerebbe la polizia.

Un uomo disperato, direbbero i vicini, appena licenziato anzi sbattuto fuori dal capo in persona, una vergogna inaccettabile…

Quando sua moglie e il suo bimbo rientrano, la casa è immersa nel silenzio. Lei esce sul retro e il bimbo si affaccia con un’espressione colma di stupore e felicità che solo i bambini possono mostrare.

Papi, mi hai costruito un’altalena! E corre in braccio a suo papà, che lo accoglie appagato e subito lo sistema sul sedile fornito di cuscino.

Mentre spinge suo figlio, ignora una lacrima che gli solletica, molesta, la guancia.

Il suo bimbo grida felice e gli ricorda che la vita può essere bella.

Con poco, basta una corda.

 

 

 



sabato 28 maggio 2022

mamma Rosa

 







Quando una mamma ci lascia, non si può essere allegri né spensierati.

Un'infinita tristezza ci invade il cuore, un senso desolato di vuoto mai provato prima.

Ma questo vuoto può e deve essere riempito dalla memoria delle cose buone compiute dalla persona appena scomparsa.

Il tuo altissimo senso della famiglia, l'amore che hai riversato su tutti noi, l'accoglienza per tutti gli amici che papà e noi in ogni tempo ti abbiamo portato a casa!

Per i nostri amici eri mamma Rosa, sempre veloce ad aggiungere un piatto sul tavolo, a sfornare crostate e teglie di pasta al forno. Ti lamentavi, è vero, ma poi eri sempre pronta e accogliente e anche quando parteciparvi in disparte alle nostre complicità ed esuberanze calcistiche, dicendo che non t’interessava, in fondo eri sempre contenta per noi.

Ci hai lasciato un poco alla volta a partire da quando è mancato papà, non t’importava niente che non fosse far dire una messa per la sua anima. A Natale e durante i giorni di festa, mettevi il cappotto e lasciavi in anticipo casa nostra perché dicevi di stare bene da sola. Allora non sempre lo capivo.

Un altra parte di te ci ha lasciati con la malattia che lentamente ti ha costretta a dimenticare pezzi del tuo mondo e a dipendere da noi. Abbiamo avuto la possibilità di farti proseguire la tua vita nella casa che hai condiviso con papà, anche se non sempre la riconoscevi e c’è servita tutta la pazienza e la forza che avevamo per gestire la tua infermità.

Ci sono stati momenti difficili.

Ma ci sono stati anche momenti di dolcezza, quando ci sorridevi con la tua edentulia per l'ennesima protesi smarrita, o per l'entusiasmo mostrato davanti a un vassoio di pasticcini.

Non è possibile riassumere una vita in poche righe, ma per chi ti ha conosciuta questo non serve. Ci hai insegnato molto e l'amore che ha permeato la tua vita non andrà perso.

Quando una mamma ci lascia, non si può che essere tristi.

Ma qualcosa di bello proviamo a sapere che ci guarderai dal cielo e che finalmente ora sei con il tuo amato Carmine, nella grazia di Dio.

Il tuo ricordo sarà sempre con noi e vivrai nei nostri cuori.

Ciao mammina.