venerdì 26 agosto 2022
Linda
mercoledì 10 agosto 2022
L'avvocato
Il secondino fa roteare il pesante mazzo di chiavi attorno al pollice.
Buriani! Urla, pensando di svegliarmi, ma io sono già sveglio da due ore.
Ha un’aria allegra, lavorare all’alba lo deve mettere di buon umore.
Da che sono in gabbia non ho mai dormito più di quattro ore per notte e sono passati quasi undici anni. Non è stata una passeggiata di salute. Il secondino è nuovo, lavora qui da non più di sei mesi. Loro sì che non ce la fanno, occorre cambiarli spesso altrimenti si bruciano. Si chiama Aldo Morozzi, ma l’ultimo che l’ha chiamato per nome è finito in infermeria con la mano rotta, meglio chiamarlo Signore.
Buriani, sveglia! A colloquio con l'avvocato tra dieci minuti!
Stavolta si che sono sorpreso. Non ho chiesto nessun colloquio. Ma se c'è una cosa che s’impara subito qui dentro è che non si discute con le guardie. Men che meno con questa.
Sì, signore! Urlo io di rimando e reprimo un sorriso quando vedo che c’è rimasto male.
Il molosso che russa sulla branda sotto la mia, non si è spostato di un millimetro. Perde bava come un mastino di centotrenta chili e più che addormentarsi, sembra che vada in coma. Forse lo è davvero in coma, visto che è diabetico e che divora tutti i dolci che trova.
Sebastiano, così si chiama il molosso, è dentro per spaccio. Organizzava da casa, con la madre ottantenne, una rete di velocissimi corrieri, che con bici e monopattini coprivano tutte le esigenze della provincia. Altro che Glovo…
Lui sconta qualcosa come quattro o cinque anni, l’ho detto, reati di droga.
Io sono dentro per omicidio.
Ci vogliono due minuti per infilare i calzoni e allacciare i bottoni della camicia azzurra, che andrebbe larga anche al molosso che continua a russare. La barba è di un giorno e non devo radermi, sciacquo il viso nel piccolo lavabo arrugginito e mi pettino i capelli appena bagnati. Poi mi metto davanti alle sbarre per mostrare la mia sollecitudine.
Evito di poggiare le mani, come hanno imparato tutti. A Morozzi piace usare il manganello. Mi vede, apre la piccola inferriata e con un cenno m’invita a uscire. Porgo i polsi e lui annuisce soddisfatto. Conosco la procedura, quindi meglio non perdere tempo. Mentre mi ammanetta, mi scruta ma non sorride, sa bene che con quelli come me è inutile la maschera. Io faccio in modo che non abbia problemi di lavoro e lui in cambio mi lascia intatte le ossa. Mi sembra un vantaggio per tutti. Per me lo è di sicuro.
Cammino guardando la schiena muscolosa della guardia. Due chiazze scure si vanno allargando dalle sue ascelle, scendendo sui fianchi fin quasi alla cintura. Sono solo le sette e fa già un caldo insopportabile. Morozzi cammina veloce, ascolta i miei passi che lo seguono come fossi il suo cagnolino. Non ha paura di voltarmi le spalle, Qui è lui quello forte, quello che ha il potere, quello che comanda. E poi ho già scontato undici anni, me ne rimangono tre scarsi, fatti di permessi per buona condotta e inserimenti in progetti per lavori sul territorio. Sono sulla strada della riabilitazione, sarei un bello stupido a cercarmi guai con un fottuto secondino.
Lui lo sa, io lo so. Discorso chiuso.
Arriviamo al primo cancello. Morozzi chiama il collega di guardia. Gli mostra il pass, attende lo scatto della serratura e mi tiene la porta come farebbe con la sua donna a un appuntamento galante. Poi ride e la risata si trasforma presto in un accesso di tosse catarrosa.
Imbocchiamo un lungo corridoio in penombra.
Chi può essere l’avvocato che ha chiesto di parlarmi e perché a un orario così strano? Il mio avvocato, se così posso definirlo, visto che non lo pago da anni, si è sentito qualcosa come cinque o sei anni fa, per una richiesta che lui mi proponeva di fare. Trasferirmi in un altro istituto di pena. Perché poi, per avvicinarmi alla famiglia? Gli ho detto di non farsi più vedere e lui ha eseguito gli ordini. Non ho un avvocato, qui non mi serve, ho tutto, il molosso che dorme sotto di me e divide cella e le giornate, i secondini, il cortile col campo da basket, un avvocato? Davvero non saprei che farmene.
Ci avviciniamo alla zona del parlatorio, non che lo usi spesso, ma ricordo bene la strada.
Morozzi mi conduce nella stanza, vicino al tavolo è seduto un tizio magro come un chiodo e pallido come un fantasma. Sul tavolo vi è poggiata una borsa di pelle. Da avvocato.
Sono l’avvocato Guidoni. L’esordio dell’omino non è dei più felici. Timido, imbarazzato, la voce di chi vorrebbe essere da tutt’altra parte.
Vorrei dirglielo ma la curiosità è più forte.
Rappresento la famiglia Butera.
Faccio per alzarmi ma Morozzi mi preme una mano grossa quanto un badile, sulla spalla e mi rimette a sedere.
Cerca di fare il bravo, mi intima Morozzi in un orecchio, sta seduto e ascolta quello che ti deve dire l’avvocato, io vado a prendere un caffè ma sono sicuro che non darai problemi. Tranquillo avvocato, Buriani qui non è una testa calda. Poi strizza gli occhi a entrambi ed esce dalla stanza.
Non mi resta che ascoltare e poi tornarmene in cella dove Sebastiano il molosso mi aspetta.
Mi chiamo Andrea Guidoni. Ricomincia a dire il giovane in giacca e cravatta. Almeno è educato.
Deve perdonare la visita senza preavviso ma così mi è stato suggerito di fare dai miei clienti. Hanno anche detto che lei non avrebbe accettato di parlare con un rappresentante della famiglia di Leonardo Butera, se lo avesse saputo in anticipo.
Leonardo Butera.
Solo sentire nominare il nome di Leonardo mi dava come una scossa dentro, dalle parti della colonna vertebrale, al centro del petto. Leonardo che era morto da dodici anni e che non aveva mai smesso di tormentarmi.
Rimorso, senso di colpa, peccato mortale. Leonardo mi aveva costretto a diventare un assassino. A diventare un galeotto dall’età di trent’anni e lo sarei rimasto per tutta la vita.
Sapevo cosa aveva da dirmi l’avvocato Guidoni. Avevo già ascoltato la stessa richiesta da altri. E avevo sempre rifiutato.
I fratelli Butera, Antonio e Maria Angela avrebbero molto piacere di incontrarla durante il suo prossimo permesso. Per loro è importante poterla vedere, dirle che hanno perdonato il suo gesto, il crimine da lei commesso. Sono molto credenti e hanno pregato tanto per lei.
Guidoni ha preso confidenza col ruolo, parla più speditamente. Sono contento per lui, la stoffa c’è e magari un giorno diventerà un avvocato di grido. Ha una specie di tic, strizza ripetutamente l’occhio sinistro e gli si forma una ragnatela di rughe. Ci dovrà lavorare ma è giovane, avrà tempo.
Fa una pausa, mi crede meditabondo ma io osservo solo il suo occhio. Riprende.
Comprendo il suo timore ma le posso assicurare che nell’animo dei fratelli di Leonardo non c’è nessun intento di vendetta. Vorrebbero solo che lei sentisse il loro perdono.
Resto in silenzio.
Dopotutto l’agente Morozzi mi ha intimato di ascoltare. Non di dare una risposta. L’avvocato rimane in attesa ma il mio silenzio lo atterrisce. Non è preparato, penso io, non sa cosa fare ed io non ho intenzione di aiutarlo. Deve capire che venire in carcere a parlare con un omicida non è una passeggiata, non gli offrirò un aperitivo.
Non ha niente da chiedermi? Prova lui speranzoso. Io faccio cenno di si con il capo. Lui spalanca gli occhi, quasi famelico ed io riconosco di nuovo la stoffa dell’avvocato.
Vorrei tornare in cella. Mi chiama il secondino, per favore?
La delusione del giovane avvocato Andrea Guidoni mi lascia indifferente.
Mentre torno in cella, scortato da Morozzi che ora sembra piuttosto annoiato, penso che vada bene così. Ho fatto quello che ho fatto perché non avevo scelta. Leonardo Butera non mi ha dato alternative. Forse è stato un errore, anzi, di sicuro lo è stato. Pagherò quell’errore, non solo con la pena, lo pagherò tutta la vita.
Non è affare che riguardi i fratelli devoti.
Non voglio il loro perdono. Non lo merito.
Non li incontrerò mai.
Sarò sempre Buriani, quello che si è fatto il carcere per omicidio e nessun perdono potrà cancellare questo.
Dietro l’inferriata, Sebastiano il molosso mi chiede con voce gentile, da innamorato, se ho una sigaretta.
Il suo sorriso marcio fa sparire temporaneamente la faccia di Leonardo dai miei pensieri.
Fino al prossimo permesso.
sabato 23 luglio 2022
piazza dei Sogni
In piazza dei Sogni c’è
spesso vento.
Ma il vento è una cosa
buona.
Sposta le foglie sui
cubetti di porfido, gira le pagine dei libri dimenticati sulle panchine, trasporta
i sogni delle persone che passano e si riflettono sulle vetrine dei negozi.
Il vento non da
fastidio, qui, in piazza dei Sogni.
Preparo le sedie
pieghevoli, davanti alla piccola libreria. Cinque file con quattro sedie da un
lato, altri venti posti dall’altro e in mezzo un corridoio immaginario.
Sedie bianche, di
legno, che andrebbero bene per un ricevimento di nozze in un giardino privato o su una spiaggia.
Credo che basteranno, quaranta posti sono più che sufficienti davanti una
libreria che ospita talvolta, autori che non conosce nessuno, salvo i propri
parenti.
Oggi è il turno di una
poetessa, una donna semplice e limpida che scrive versi brevi, a volte pungenti,
che vanno dritto al cuore. Li ho letti.
Leggo sempre le opere
degli autori che ospito, non si sa mai.
I titoli possono trarre
in inganno e le copertine sanno essere illusorie, così curate e variopinte.
Quello che importa è il contenuto ma spesso oltre al titolo roboante e all’immagine
affascinante, il contenuto manca. Meri elenchi di frasi. Nomi, verbi,
aggettivi, articoli e preposizioni, quando va meglio, come oggi, qualche
azzardo a similitudini, timide metafore e discreti ossimori.
Le figure retoriche
utilizzate dalla poetessa sono educate e gentili, come lei. E’ una persona garbata,
che non vuole invadere lo spazio altrui, sono sicuro che stabilire di
presentare il suo libretto in pubblico sia stata una decisione sofferta.
Lo spazio davanti alla
libreria è esiguo e immagino che faccia
gola al gestore del bar di fronte, raddoppierebbe i tavolini del dehor ma la
vita non è fatta solo di caffè e aperitivi.
Mentre termino di sistemare
le sedie, entrano due potenziali clienti. Faccio loro cenno di essere a
disposizione e li lascio liberi.
Il cliente di una
libreria non gradisce pressioni, preferisce girovagare tra i generi, sfogliare
i tomi più pesanti, leggere quante più possibili quarte di copertina, dare
anche una sbirciata al prezzo, se si tratta di un regalo, perché questo sia
proporzionato al destinatario… quando è trascorso il giusto tempo, allora entro
e mi sistemo discreto, dietro alla cassa. Loro apprezzano la libertà concessa e
ricambiano comprando due tascabili in offerta. Li invito alla presentazione che
si terrà nel pomeriggio e mi rispondono che forse verranno. Non so se li
rivedrò ma almeno sono stati gentili.
La mia poetessa avrà il
suo pubblico, se la sua famiglia si dimostrerà magnanima. Del resto è risaputo
che nel nostro paese sono in molti a scrivere ma non legge quasi più nessuno.
Forse venderà qualche
copia ma sono certo che non le importi.
Avrà il suo posto in
vetrina, per qualche tempo, poi tornerà a scrivere nella penombra anonima della
sua camera.
Ho scelto Trieste ma
avrei potuto finire in qualsiasi altra cittadina. Non c’è un motivo se non il
caso. Per quanti anni ho sognato un posto così.
Una piccola libreria,
un negozio modesto che basta appena a coprire le proprie spese. Ma quanto ho
sognato di essere libero, chiuso in una cella buia, e questo sogno mi ha
mantenuto in vita.
Mi sento fortunato. Ho
i miei libri, viaggi tascabili, contenitori di universi e scrigni pieni di
magie.
Ho questo angolo
ventoso e il sole che sbatte sulle sedie bianche.
Ho una poetessa che
verrà a leggere i suoi versi.
C’è spesso il vento in
piazza dei Sogni.
Un vento che ha il
dolce gusto della libertà.
mercoledì 29 giugno 2022
This is a man's world
domenica 19 giugno 2022
la corda
L'uomo si muove con
gesti nervosi e rapidi.
Il sottotetto è buio e sporco.
Cerca confusamente qualcosa ribaltando oggetti e sollevando batuffoli di
polvere.
Alla fine apre il
cassetto di una vecchia credenza piena di tarli e trova quello che sta cercando.
Una vecchia e robusta corda appare nella sua mano, in primo piano.
Le immagini proiettate
nella sala riunioni sono state riprese in bianco e nero per dare un tocco di
realismo, forse.
L'attore non è un
professionista e ci mancherebbe, col budget da rispettare, ma sembra
convincente e fa bene la sua parte.
Tutti i presenti rimangono in silenzio,
l'attenzione è alta e anche la tensione. La scena riprende. Ora l'uomo che si è
sbottonato il colletto e ha la camicia appiccicata di sudore alla schiena,
trasmette un senso di ansia. Cerca un posto adatto, si volta e vede una trave
di legno spessa abbastanza. Lancia l'estremità della corda e la tira giù
dall'altra parte. Poi esegue un nodo e per verificare che questa non si spezzi
si aggrappa alla corda e tira su le gambe, lasciandosi penzolare.
Funziona. La corda
terrà. Primo piano del nodo. Primo piano della faccia stravolta e lucida di
sudore dell’uomo.
Nella sala qualcuno
esprime disagio spostando rumorosamente il grosso deretano sulla sedia. Qualcun
altro trattiene il respiro. Una donna, forse una segretaria d'amministrazione
si copre la bocca con la mano. Il direttore marketing ha la faccia di uno che sta
per esser costretto a ingoiare escrementi di cane dal bullo della scuola. Il
presidente mantiene uno sguardo imperscrutabile. Nessuno fiata.
Dell'appartamento al
piano di sotto giunge una voce cristallina. Una bimbetta sui tre anni chiama il
suo papà. L'uomo lavora frenetico ai nodi, sembra non avere più tempo. Ora
cerca qualcos'altro. Uno sgabello o un seggiolino.
La segretaria in sala
vorrebbe evitare di guardare ma non può, sposta la mano davanti agli occhi come
fanno i ragazzini davanti a un film horror.
L'uomo trova una
seggiolina per bambini, è perfetta, la afferra e si volta verso la corda. Gli
ultimi istanti del video non lo inquadrano, si vede una botola aprirsi e una
testolina bionda spuntare.
Papà? Dice la vocina.
La schiena dell'uomo
copre tutto il campo. Poi lui si volta e sorride alla bimba.
Papà, cosa fai in
soffitta?
Lui la prende in braccio e le mostra.
Vieni su, proviamo un
gioco.
La ripresa finale
inquadra un’altalena artigianale ma non priva di un fascino arcaico. E la bimba
che dondola felice.
I presenti sono come impietriti.
La segretaria si lascia andare in un applauso nervoso che non è accompagnato da
nessun altro. È evidente che si tratti di un gesto isterico.
Ok, grazie a tutti, s’impone
il direttore marketing, la riunione è conclusa. Oggi comunicheremo le
decisioni.
Tutti si affrettano a
lasciare il tavolo e a dirigersi, con sollievo, verso il rinfresco al fondo
della sala per versare enormi tazze di caffè.
Sullo schermo rimane il
fermo immagine di una bambina seduta su un’altalena.
Mezz'ora dopo nell’ufficio
dell'amministrazione delegato l'aria è ancora rovente e irrespirabile. Si sono
sentiti fin dal primo piano.
Si lo so che si tratta
di un demo, mal registrato e mal recitato! Ma non è questo il punto! Il
dirigente parla sputacchiando saliva come un boxer con la rabbia.
Non possiamo usarlo,
non possiamo…
Avremo tutti contro,
associazioni di mamme, medici pediatri, avvocati, società di sostegno alla vita,
la chiesa… sembra un’istigazione!
Il dirigente ha
ragione, sa che salterà la sua testa per questo, anche se l’amministratore
delegato non ha proferito una parola che sia una. Anzi, è proprio questo che lo
terrorizza.
Prima che salti mi
toglierò la soddisfazione di prendere a calci nel culo questo piccolo bastardo,
pensa. Scende le scale con l’espressione di uno squalo davanti al sangue. Entra
nel piccolo ufficio del responsabile di tutto quel casino. Il giovane creativo,
che non è così sprovveduto, lo stava aspettando. Ha passato gli ultimi trenta
minuti a salutare colleghi e amici che sono atterriti. Non si spiegano quello
che sta capitando, si poteva evitare, si poteva fare meglio…
Il dirigente gli vomita
addosso una serie infinita d’insulti e maledizioni che dovrebbero bastare a
coprire anche la sua discendenza per almeno tre generazioni. Lui raccoglie le
sue cose in uno scatolo di cartone, proprio come ha visto fare in un sacco di
film dozzinali, e se ne va, imboccando le scale.
Uscirà dalla porta a
vetri per non tornare più.
Mike, questo è il nome
del giovane, torna a casa. Non ha altri posti dove andare. Poggia la scatola
sui gradini ed esce sul retro. La casa è vuota, sua moglie tornerà solo tra un
paio d’ore, subito dopo essere passata a prendere il piccolo alla scuola
materna. C’è tutto il tempo.
Nel giardino dietro
casa c’è una vecchia quercia, mezza malata, che i condomini volevano far
abbattere ma che finora ha resistito in piedi. Dovrebbe tenere.
Mike entra in casa, va
nel ripostiglio, dove conserva la sua attrezzatura sportiva, tira fuori la sua
corda per arrampicare, esce e si mette al lavoro. Nel caldo pomeriggio nessuno
lo può vedere, dietro casa mentre armeggia con i nodi.
Se qualcuno lo vedesse,
di certo chiamerebbe la polizia.
Un uomo disperato,
direbbero i vicini, appena licenziato anzi sbattuto fuori dal capo in persona,
una vergogna inaccettabile…
Quando sua moglie e il
suo bimbo rientrano, la casa è immersa nel silenzio. Lei esce sul retro e il
bimbo si affaccia con un’espressione colma di stupore e felicità che solo i
bambini possono mostrare.
Papi, mi hai costruito un’altalena!
E corre in braccio a suo papà, che lo accoglie appagato e subito lo sistema sul
sedile fornito di cuscino.
Mentre spinge suo
figlio, ignora una lacrima che gli solletica, molesta, la guancia.
Il suo bimbo grida
felice e gli ricorda che la vita può essere bella.
Con poco, basta una
corda.
sabato 28 maggio 2022
mamma Rosa
Quando una mamma ci lascia, non si può essere allegri né spensierati.
Un'infinita tristezza ci invade il cuore, un senso desolato di vuoto mai provato prima.
Ma questo vuoto può e deve essere riempito dalla memoria delle cose buone compiute dalla persona appena scomparsa.
Il tuo altissimo senso della famiglia, l'amore che hai riversato su tutti noi, l'accoglienza per tutti gli amici che papà e noi in ogni tempo ti abbiamo portato a casa!
Per i nostri amici eri mamma Rosa, sempre veloce ad aggiungere un piatto sul tavolo, a sfornare crostate e teglie di pasta al forno. Ti lamentavi, è vero, ma poi eri sempre pronta e accogliente e anche quando parteciparvi in disparte alle nostre complicità ed esuberanze calcistiche, dicendo che non t’interessava, in fondo eri sempre contenta per noi.
Ci hai lasciato un poco alla volta a partire da quando è mancato papà, non t’importava niente che non fosse far dire una messa per la sua anima. A Natale e durante i giorni di festa, mettevi il cappotto e lasciavi in anticipo casa nostra perché dicevi di stare bene da sola. Allora non sempre lo capivo.
Un altra parte di te ci ha lasciati con la malattia che lentamente ti ha costretta a dimenticare pezzi del tuo mondo e a dipendere da noi. Abbiamo avuto la possibilità di farti proseguire la tua vita nella casa che hai condiviso con papà, anche se non sempre la riconoscevi e c’è servita tutta la pazienza e la forza che avevamo per gestire la tua infermità.
Ci sono stati momenti difficili.
Ma ci sono stati anche momenti di dolcezza, quando ci sorridevi con la tua edentulia per l'ennesima protesi smarrita, o per l'entusiasmo mostrato davanti a un vassoio di pasticcini.
Non è possibile riassumere una vita in poche righe, ma per chi ti ha conosciuta questo non serve. Ci hai insegnato molto e l'amore che ha permeato la tua vita non andrà perso.
Quando una mamma ci lascia, non si può che essere tristi.
Ma qualcosa di bello proviamo a sapere che ci guarderai dal cielo e che finalmente ora sei con il tuo amato Carmine, nella grazia di Dio.
Il tuo ricordo sarà sempre con noi e vivrai nei nostri cuori.
Ciao mammina.
sabato 23 aprile 2022
Raccogliere fiori
Stanco, ecco come mi
sento.
Sono stanco e sporco e
sudato.
La fame no, quella non
la sento più.
Il soldato davanti a
noi è perduto e lo sa. Gli hanno, con falsa pietà, messo una benda davanti agli
occhi ma non basta a zittire il suo grido di rabbia e impotenza. E di
disperazione.
Faccio parte di questo
plotone non per scelta, con questa divisa niente è una scelta personale. Ci sbraitano
di marciare, ci abbaiano nelle orecchie ordini che non capiamo ma che
osserviamo con ostentata lealtà, ci viene urlato quando mangiare, quando
dormire, quando svegliarci e perfino quando cagare.
L’ufficiale ci mette
sugli attenti, legge la sentenza al prigioniero e ordina di sparare.
Io imbraccio il mio
Garand col mirino sbilenco, carico, l’otturatore si chiude, colpo in camera e sparo
come faccio sempre in questi casi, verso il muro in alto a destra rispetto le
spalle del condannato. Non sarà il mio fuoco a giustiziare un nemico.
Non importa perché lui
muore lo stesso.
Questa volta qualcosa
va storto, perché l’ufficiale ci corre incontro e, sempre gridando, indica i
colpi sulla parete di cemento. Si vede che siamo in molti ad aver fatto la
stessa pensata.
Non capisco bene la sua
lingua ma quello che è chiaro è che ora saremo noi a passare da quella parte,
con le spalle al muro e nemmeno una benda sugli occhi.
Non so cosa mi prende
ma il mio braccio si muove in autonomia. Alzo il fucile, miro e gli pianto un
colpo in mezzo alla fronte facendogli volare via il berretto e mezza calotta
cranica. I miei compagni apprezzano il silenzio improvviso, poi cominciano a
stringermi e a strattonarmi.
-Cosa hai fatto? Ora ci
uccideranno tutti…
Spiego loro, o almeno tento,
che siamo già morti, morti che camminano e che non abbiamo mai avuto un’alternativa.
Da distante si sentono
voci concitate e capiamo che stanno arrivando pattuglie richiamate dai colpi.
Potrebbero arrestarci ma tutti noi sappiamo che ci falceranno direttamente con
le loro mitragliatrici e ripuliranno il cortile senza pensarci due volte appena
visto il cadavere del loro ufficiale.
A proposito del cadavere,
mi chino a prendere la Luger dalla fondina, a lui tanto non serve più.
-Presto, dobbiamo
nasconderci, grido ai miei compagni, presto… raccogliamo tutte le munizioni che
troviamo… dobbiamo raccogliere… raccogliere… poi chiudo gli occhi
apro gli occhi.
Gli amici stanno
giocando a pallavolo due metri più giù. Adriana mi guarda come fossi ammattito. –Cos’è che dobbiamo raccogliere? Ti senti
bene?
Non mi sento molto
bene, in effetti. Mi duole la schiena, non va bene addormentarsi sull’erba
umida di una collina. Qualche nuvola scorre davanti al sole come il sipario
manovrato da un tecnico dispettoso. Le voci non sono disperate e cattive ma
allegre e concitate, di chi si sta divertendo. Io mi rendo conto di non indossare
una divisa e di non stare per morire ma la cosa non riesce a cancellare lo
sgomento sul mio volto.
La mia ragazza intuisce
di essere davanti ad un mezzo matto.
-Dobbiamo raccogliere
fiori, un bel mazzetto da regalare a tua madre. Le dico.
Allora lei capisce di
avere a che fare con un matto completo.
Io le sorrido e la
rassicuro. – E’ solo che ho fatto un brutto sogno e ora ho voglia di cose
belle. Raccogliere dei fiori di campo, di ascoltare le risate dei nostri amici
che giocano, e di un tuo bacio.
Lei mi accontenta,
solerte.
E mentre mi bacia,
comprendo che occorre affrettarci a riconoscere le cose belle.
Prima di dimenticarci
come sono fatte, o prima di darle per scontate e non vederle più, prima di non
essere più in grado di distinguerle.
Dobbiamo ritornare a
saperle raccoglierle, le cose belle e quelle buone.
Dobbiamo affrettarci.
Oggi, subito.
Per esempio a
raccogliere fiori.






