sabato 23 luglio 2022

piazza dei Sogni

 






In piazza dei Sogni c’è spesso vento.

Ma il vento è una cosa buona.

Sposta le foglie sui cubetti di porfido, gira le pagine dei libri dimenticati sulle panchine, trasporta i sogni delle persone che passano e si riflettono sulle vetrine dei negozi.

Il vento non da fastidio, qui, in piazza dei Sogni.

Preparo le sedie pieghevoli, davanti alla piccola libreria. Cinque file con quattro sedie da un lato, altri venti posti dall’altro e in mezzo un corridoio immaginario.

Sedie bianche, di legno, che andrebbero bene per un ricevimento di nozze in un giardino privato o su una spiaggia. Credo che basteranno, quaranta posti sono più che sufficienti davanti una libreria che ospita talvolta, autori che non conosce nessuno, salvo i propri parenti.

Oggi è il turno di una poetessa, una donna semplice e limpida che scrive versi brevi, a volte pungenti, che vanno dritto al cuore. Li ho letti.

Leggo sempre le opere degli autori che ospito, non si sa mai.

I titoli possono trarre in inganno e le copertine sanno essere illusorie, così curate e variopinte. Quello che importa è il contenuto ma spesso oltre al titolo roboante e all’immagine affascinante, il contenuto manca. Meri elenchi di frasi. Nomi, verbi, aggettivi, articoli e preposizioni, quando va meglio, come oggi, qualche azzardo a similitudini, timide metafore  e discreti ossimori.

Le figure retoriche utilizzate dalla poetessa sono educate e gentili, come lei. E’ una persona garbata, che non vuole invadere lo spazio altrui, sono sicuro che stabilire di presentare il suo libretto in pubblico sia stata una decisione sofferta.

Lo spazio davanti alla libreria  è esiguo e immagino che faccia gola al gestore del bar di fronte, raddoppierebbe i tavolini del dehor ma la vita non è fatta solo di caffè e aperitivi.

Mentre termino di sistemare le sedie, entrano due potenziali clienti. Faccio loro cenno di essere a disposizione e li lascio liberi.

Il cliente di una libreria non gradisce pressioni, preferisce girovagare tra i generi, sfogliare i tomi più pesanti, leggere quante più possibili quarte di copertina, dare anche una sbirciata al prezzo, se si tratta di un regalo, perché questo sia proporzionato al destinatario… quando è trascorso il giusto tempo, allora entro e mi sistemo discreto, dietro alla cassa. Loro apprezzano la libertà concessa e ricambiano comprando due tascabili in offerta. Li invito alla presentazione che si terrà nel pomeriggio e mi rispondono che forse verranno. Non so se li rivedrò ma almeno sono stati gentili.

La mia poetessa avrà il suo pubblico, se la sua famiglia si dimostrerà magnanima. Del resto è risaputo che nel nostro paese sono in molti a scrivere ma non legge quasi più nessuno.

Forse venderà qualche copia ma sono certo che non le importi.

Avrà il suo posto in vetrina, per qualche tempo, poi tornerà a scrivere nella penombra anonima della sua camera.

Ho scelto Trieste ma avrei potuto finire in qualsiasi altra cittadina. Non c’è un motivo se non il caso. Per quanti anni ho sognato un posto così.

Una piccola libreria, un negozio modesto che basta appena a coprire le proprie spese. Ma quanto ho sognato di essere libero, chiuso in una cella buia, e questo sogno mi ha mantenuto in vita.

Mi sento fortunato. Ho i miei libri, viaggi tascabili, contenitori di universi e scrigni pieni di magie.

Ho questo angolo ventoso e il sole che sbatte sulle sedie bianche.

Ho una poetessa che verrà a leggere i suoi versi.

C’è spesso il vento in piazza dei Sogni.

Un vento che ha il dolce gusto della libertà.

 




mercoledì 29 giugno 2022

This is a man's world

 





"This is a man's world"


Questo è un mondo di uomini, sembra un grido di disperazione, ma la voce di James Brown, proveniente dal 1966, non è mai stata così graffiante, così attuale!


Perché è vero, baby, questo è un mondo di uomini.

Con buona pace dei perbenisti, degli inclusivi, dei moderati.


Questo è il mondo che ci siamo costruiti, il mondo in cui gli uomini creano e distruggono. Stringono patti e fanno guerre.

Il mondo in cui uomini fanno i soldi stipulando affari con altri uomini, sordi alle voci indignate e agli slogan, ciechi alle marce ai femminismi.

Indifferenti al dolore e assuefatti alle violenze e ai soprusi.


Da “Non è un paese per vecchi”, il romanzo di McCarthy allo stereotipo non è un gioco per signorine! il passo è breve e ci riporta indietro di decenni, nemmeno tanto lontano, quando alle donne era concesso di parlare solo dopo il consenso del padre o del marito!


E dunque?

Questo è il mondo che vogliamo?

Lo ripeto, è veramente questo il mondo che vogliamo?


Siamo del 2022 o negli anni venti del ventesimo secolo?

E’ in questo mondo che vogliamo far vivere le nostre mogli e le nostre sorelle?

E’ davvero questa l’inaccettabile eredità che vogliamo lasciare alle nostre figlie?

Lasciamo che James Brown canti forte dal passato, perché lo fa con maestria e anche perché lui aveva già trovato la risposta:


But it wouldn't be nothing, nothing, not one little thing, without a woman or a girl…


anche questo mondo non sarebbe niente, niente, non una piccola cosa, senza una donna o una ragazza da amare.


E dalla quale essere amati.








domenica 19 giugno 2022

la corda

 





L'uomo si muove con gesti nervosi e rapidi.

Il sottotetto è buio e sporco. Cerca confusamente qualcosa ribaltando oggetti e sollevando batuffoli di polvere.

Alla fine apre il cassetto di una vecchia credenza piena di tarli e trova quello che sta cercando. Una vecchia e robusta corda appare nella sua mano, in primo piano.

Le immagini proiettate nella sala riunioni sono state riprese in bianco e nero per dare un tocco di realismo, forse.

L'attore non è un professionista e ci mancherebbe, col budget da rispettare, ma sembra convincente e fa bene la sua parte.

 Tutti i presenti rimangono in silenzio, l'attenzione è alta e anche la tensione. La scena riprende. Ora l'uomo che si è sbottonato il colletto e ha la camicia appiccicata di sudore alla schiena, trasmette un senso di ansia. Cerca un posto adatto, si volta e vede una trave di legno spessa abbastanza. Lancia l'estremità della corda e la tira giù dall'altra parte. Poi esegue un nodo e per verificare che questa non si spezzi si aggrappa alla corda e tira su le gambe, lasciandosi penzolare.

Funziona. La corda terrà. Primo piano del nodo. Primo piano della faccia stravolta e lucida di sudore dell’uomo.

Nella sala qualcuno esprime disagio spostando rumorosamente il grosso deretano sulla sedia. Qualcun altro trattiene il respiro. Una donna, forse una segretaria d'amministrazione si copre la bocca con la mano. Il direttore marketing ha la faccia di uno che sta per esser costretto a ingoiare escrementi di cane dal bullo della scuola. Il presidente mantiene uno sguardo imperscrutabile.  Nessuno fiata.

Dell'appartamento al piano di sotto giunge una voce cristallina. Una bimbetta sui tre anni chiama il suo papà. L'uomo lavora frenetico ai nodi, sembra non avere più tempo. Ora cerca qualcos'altro. Uno sgabello o un seggiolino.

La segretaria in sala vorrebbe evitare di guardare ma non può, sposta la mano davanti agli occhi come fanno i ragazzini davanti a un film horror.

L'uomo trova una seggiolina per bambini, è perfetta, la afferra e si volta verso la corda. Gli ultimi istanti del video non lo inquadrano, si vede una botola aprirsi e una testolina bionda spuntare.

Papà?  Dice la vocina.

La schiena dell'uomo copre tutto il campo. Poi lui si volta e sorride alla bimba.

Papà, cosa fai in soffitta?

 Lui la prende in braccio e le mostra.

Vieni su, proviamo un gioco.

La ripresa finale inquadra un’altalena artigianale ma non priva di un fascino arcaico. E la bimba che dondola felice.

I presenti sono come impietriti. La segretaria si lascia andare in un applauso nervoso che non è accompagnato da nessun altro. È evidente che si tratti di un gesto isterico.

Ok, grazie a tutti, s’impone il direttore marketing, la riunione è conclusa. Oggi comunicheremo le decisioni.

Tutti si affrettano a lasciare il tavolo e a dirigersi, con sollievo, verso il rinfresco al fondo della sala per versare enormi tazze di caffè.

Sullo schermo rimane il fermo immagine di una bambina seduta su un’altalena.

 

Mezz'ora dopo nell’ufficio dell'amministrazione delegato l'aria è ancora rovente e irrespirabile. Si sono sentiti fin dal primo piano.

Si lo so che si tratta di un demo, mal registrato e mal recitato! Ma non è questo il punto! Il dirigente parla sputacchiando saliva come un boxer con la rabbia.

Non possiamo usarlo, non possiamo…

Avremo tutti contro, associazioni di mamme, medici pediatri, avvocati, società di sostegno alla vita, la chiesa… sembra un’istigazione!

Il dirigente ha ragione, sa che salterà la sua testa per questo, anche se l’amministratore delegato non ha proferito una parola che sia una. Anzi, è proprio questo che lo terrorizza.

Prima che salti mi toglierò la soddisfazione di prendere a calci nel culo questo piccolo bastardo, pensa. Scende le scale con l’espressione di uno squalo davanti al sangue. Entra nel piccolo ufficio del responsabile di tutto quel casino. Il giovane creativo, che non è così sprovveduto, lo stava aspettando. Ha passato gli ultimi trenta minuti a salutare colleghi e amici che sono atterriti. Non si spiegano quello che sta capitando, si poteva evitare, si poteva fare meglio…

Il dirigente gli vomita addosso una serie infinita d’insulti e maledizioni che dovrebbero bastare a coprire anche la sua discendenza per almeno tre generazioni. Lui raccoglie le sue cose in uno scatolo di cartone, proprio come ha visto fare in un sacco di film dozzinali, e se ne va, imboccando le scale.

Uscirà dalla porta a vetri per non tornare più.

Mike, questo è il nome del giovane, torna a casa. Non ha altri posti dove andare. Poggia la scatola sui gradini ed esce sul retro. La casa è vuota, sua moglie tornerà solo tra un paio d’ore, subito dopo essere passata a prendere il piccolo alla scuola materna. C’è tutto il tempo.

Nel giardino dietro casa c’è una vecchia quercia, mezza malata, che i condomini volevano far abbattere ma che finora ha resistito in piedi. Dovrebbe tenere.

Mike entra in casa, va nel ripostiglio, dove conserva la sua attrezzatura sportiva, tira fuori la sua corda per arrampicare, esce e si mette al lavoro. Nel caldo pomeriggio nessuno lo può vedere, dietro casa mentre armeggia con i nodi.

Se qualcuno lo vedesse, di certo chiamerebbe la polizia.

Un uomo disperato, direbbero i vicini, appena licenziato anzi sbattuto fuori dal capo in persona, una vergogna inaccettabile…

Quando sua moglie e il suo bimbo rientrano, la casa è immersa nel silenzio. Lei esce sul retro e il bimbo si affaccia con un’espressione colma di stupore e felicità che solo i bambini possono mostrare.

Papi, mi hai costruito un’altalena! E corre in braccio a suo papà, che lo accoglie appagato e subito lo sistema sul sedile fornito di cuscino.

Mentre spinge suo figlio, ignora una lacrima che gli solletica, molesta, la guancia.

Il suo bimbo grida felice e gli ricorda che la vita può essere bella.

Con poco, basta una corda.

 

 

 



sabato 28 maggio 2022

mamma Rosa

 







Quando una mamma ci lascia, non si può essere allegri né spensierati.

Un'infinita tristezza ci invade il cuore, un senso desolato di vuoto mai provato prima.

Ma questo vuoto può e deve essere riempito dalla memoria delle cose buone compiute dalla persona appena scomparsa.

Il tuo altissimo senso della famiglia, l'amore che hai riversato su tutti noi, l'accoglienza per tutti gli amici che papà e noi in ogni tempo ti abbiamo portato a casa!

Per i nostri amici eri mamma Rosa, sempre veloce ad aggiungere un piatto sul tavolo, a sfornare crostate e teglie di pasta al forno. Ti lamentavi, è vero, ma poi eri sempre pronta e accogliente e anche quando parteciparvi in disparte alle nostre complicità ed esuberanze calcistiche, dicendo che non t’interessava, in fondo eri sempre contenta per noi.

Ci hai lasciato un poco alla volta a partire da quando è mancato papà, non t’importava niente che non fosse far dire una messa per la sua anima. A Natale e durante i giorni di festa, mettevi il cappotto e lasciavi in anticipo casa nostra perché dicevi di stare bene da sola. Allora non sempre lo capivo.

Un altra parte di te ci ha lasciati con la malattia che lentamente ti ha costretta a dimenticare pezzi del tuo mondo e a dipendere da noi. Abbiamo avuto la possibilità di farti proseguire la tua vita nella casa che hai condiviso con papà, anche se non sempre la riconoscevi e c’è servita tutta la pazienza e la forza che avevamo per gestire la tua infermità.

Ci sono stati momenti difficili.

Ma ci sono stati anche momenti di dolcezza, quando ci sorridevi con la tua edentulia per l'ennesima protesi smarrita, o per l'entusiasmo mostrato davanti a un vassoio di pasticcini.

Non è possibile riassumere una vita in poche righe, ma per chi ti ha conosciuta questo non serve. Ci hai insegnato molto e l'amore che ha permeato la tua vita non andrà perso.

Quando una mamma ci lascia, non si può che essere tristi.

Ma qualcosa di bello proviamo a sapere che ci guarderai dal cielo e che finalmente ora sei con il tuo amato Carmine, nella grazia di Dio.

Il tuo ricordo sarà sempre con noi e vivrai nei nostri cuori.

Ciao mammina.





sabato 23 aprile 2022

Raccogliere fiori

 







Stanco, ecco come mi sento.

Sono stanco e sporco e sudato.

La fame no, quella non la sento più.

Il soldato davanti a noi è perduto e lo sa. Gli hanno, con falsa pietà, messo una benda davanti agli occhi ma non basta a zittire il suo grido di rabbia e impotenza. E di disperazione.

Faccio parte di questo plotone non per scelta, con questa divisa niente è una scelta personale. Ci sbraitano di marciare, ci abbaiano nelle orecchie ordini che non capiamo ma che osserviamo con ostentata lealtà, ci viene urlato quando mangiare, quando dormire, quando svegliarci e perfino quando cagare.

L’ufficiale ci mette sugli attenti, legge la sentenza al prigioniero e ordina di sparare.

Io imbraccio il mio Garand col mirino sbilenco, carico, l’otturatore si chiude, colpo in camera e sparo come faccio sempre in questi casi, verso il muro in alto a destra rispetto le spalle del condannato. Non sarà il mio fuoco a giustiziare un nemico.

Non importa perché lui muore lo stesso.

Questa volta qualcosa va storto, perché l’ufficiale ci corre incontro e, sempre gridando, indica i colpi sulla parete di cemento. Si vede che siamo in molti ad aver fatto la stessa pensata.

Non capisco bene la sua lingua ma quello che è chiaro è che ora saremo noi a passare da quella parte, con le spalle al muro e nemmeno una benda sugli occhi.

Non so cosa mi prende ma il mio braccio si muove in autonomia. Alzo il fucile, miro e gli pianto un colpo in mezzo alla fronte facendogli volare via il berretto e mezza calotta cranica. I miei compagni apprezzano il silenzio improvviso, poi cominciano a stringermi e a strattonarmi.

-Cosa hai fatto? Ora ci uccideranno tutti…

Spiego loro, o almeno tento, che siamo già morti, morti che camminano e che non abbiamo mai avuto un’alternativa.

Da distante si sentono voci concitate e capiamo che stanno arrivando pattuglie richiamate dai colpi. Potrebbero arrestarci ma tutti noi sappiamo che ci falceranno direttamente con le loro mitragliatrici e ripuliranno il cortile senza pensarci due volte appena visto il cadavere del loro ufficiale.

A proposito del cadavere, mi chino a prendere la Luger dalla fondina, a lui tanto non serve più.

-Presto, dobbiamo nasconderci, grido ai miei compagni, presto… raccogliamo tutte le munizioni che troviamo… dobbiamo raccogliere… raccogliere… poi chiudo gli occhi

 

 apro gli occhi.

Gli amici stanno giocando a pallavolo due metri più giù. Adriana mi guarda come fossi ammattito.  –Cos’è che dobbiamo raccogliere? Ti senti bene?

Non mi sento molto bene, in effetti. Mi duole la schiena, non va bene addormentarsi sull’erba umida di una collina. Qualche nuvola scorre davanti al sole come il sipario manovrato da un tecnico dispettoso. Le voci non sono disperate e cattive ma allegre e concitate, di chi si sta divertendo. Io mi rendo conto di non indossare una divisa e di non stare per morire ma la cosa non riesce a cancellare lo sgomento sul mio volto.

La mia ragazza intuisce di essere davanti ad un mezzo matto.

-Dobbiamo raccogliere fiori, un bel mazzetto da regalare a tua madre. Le dico.

Allora lei capisce di avere a che fare con un matto completo.

Io le sorrido e la rassicuro. – E’ solo che ho fatto un brutto sogno e ora ho voglia di cose belle. Raccogliere dei fiori di campo, di ascoltare le risate dei nostri amici che giocano, e di un tuo bacio.

Lei mi accontenta, solerte.

E mentre mi bacia, comprendo che occorre affrettarci a riconoscere le cose belle.

Prima di dimenticarci come sono fatte, o prima di darle per scontate e non vederle più, prima di non essere più in grado di distinguerle.

Dobbiamo ritornare a saperle raccoglierle, le cose belle e quelle buone.

Dobbiamo affrettarci. Oggi, subito.

Per esempio a raccogliere fiori.

 





sabato 19 marzo 2022

I ricordi di Amalia

 





-Buon giorno Amalia.

-Chi è Amalia? La donna si guarda attorno, confusa.

 I capelli grigi sono raccolti in una coda e gli occhi sono profondi e blu come il mare, proprio com’erano quando lei aveva trent’anni, pensa l’uomo.

-Amalia sei tu, vieni di là, ti ho preparato la colazione.

Lei si lascia guidare docile ma il suo muovere rimane prudente.

-Io sono Pedro.

L’uomo osserva la donna fare colazione, l’appetito è conservato. Lei guarda il mare fuori dalla finestra.

-Bello questo posto Pedro. Ti chiamerò Pedrito, mi piace di più…

-Sì, lo hai sempre preferito.

-Sempre? Non ricordo…

L’uomo distoglie lo sguardo da Amalia per un momento, poi torna a parlare con voce calma.

-Hai sempre desiderato vivere in una casa come questa, vero Amalia? Con la possibilità di guardare l’oceano. Ti piace questo posto, ti è sempre piaciuto.

La donna annuisce con la testa. Poi lo conferma a parole.

-Sì, è molto bello qui. Mi piacerebbe poter restare qui, sempre.

Alcune briciole le sono rimaste ai lati della bocca e qualche goccia di latte sul mento ma Pedro prende un fazzolettino e premuroso la pulisce.

Lei ha l’impulso di ritrarsi ma poi lo lascia fare, addirittura stamattina gli sorride. Non va sempre così.

-Ma cosa ci faccio qui, oltre a guardare il mare.

Lui prova una fitta di dolore ma la reprime.

-Restiamo qui, in questa casa a cercare i ricordi. Vieni, ti mostro delle foto.

La prende per mano e la conduce in un soggiorno e lei si lascia condurre passiva. Sul mobile ci sono numerose foto in cornici di varia fattura. 

-Vedi questo giovanotto? Si chiama Giacomo e fa l’avvocato.  Verrà a trovarti tra una settimana.

Amalia sorride e il suo viso s’illumina, la fa sembrare una bambina.

-Il mio Giacomo, questo sembra proprio mio figlio, sai?

Pedro è commosso, questa è una di quelle giornate rare e preziose, in cui i ricordi di Amalia fanno capolino nella sua mente devastata da un mostro travestito da malattia. Un mostro famelico che divora ricordi di una vita, spegnendola prima del tempo.

-Certo, è il tuo Giacomo, è lui, e ora guarda questa. Pedro afferra una cornice e la porge ad Amalia.

-Sandra, la mia bambina, dove sarà ora?

-Sandra è diventata medico, fa l’anestesista. Viene qua tutti i fine settimana. La rassicura lui desiderando che anche Sandra possa trovarla così alla prossima visita. Negli ultimi tempi, Sandra ha dovuto accontentarsi del viso di Amalia che contemplava fisso il mare senza vederlo, senza che lei potesse vedere nessuno.

Amalia si accorge che al fondo del lungo soggiorno, che in realtà è un salone, ci sono altre persone.

-Chi sono quei vecchi?

Pedro sorride.

-Questa casa è una specie di pensionato, ospita diverse persone e famiglie. Però hai notato che vista?

Lei oggi sta bene e ha voglia di vivere.

-Andiamo in veranda, oggi non c’è vento, guarderemo il mare, le dice con dolcezza.

Fuori ci sono due poltroncine vuote, dove si accomodano. Il sole del mattino è ancora clemente e si può stare fuori. Lui le chiede se può tenerle la mano ma lei rifiuta dicendo che forse suo marito non approverebbe… Pedro prende il portafoglio e cerca una piccola foro tessera.

-Posso farti vedere una mia foto da giovane?

Amalia accetta, prende la foto e la studia per lunghi minuti.  –Ma sei uguale al mio Giacomo…

Poi sgrana gli occhi e sembra rattristata e confusa. –Sei tu. Sei tu mio marito, Pedro, il mio Pedrito, come ho potuto confondermi, dimenticare… lei vorrebbe piangere ma lui la ferma.

-Non preoccuparti, Amalia, non sei stata bene ultimamente, ti sei ammalata ma ora stai meglio. Ora stai bene. Tutto andrà bene. Mentre le parla, le stringe la mano. Vorrebbe approfittare di quel momento per abbracciarla ma non riesce a muovere un dito, sopraffatto com’è dalla felicità.

-Stammi vicino, Pedrito, non lasciarmi, tu sarai la mia memoria quando lei mi tradirà.

L’uomo fa un sospiro. E’ così da molto. Ogni giorno, ogni volta che lei apre gli occhi, lui si deve adoperare per ricordarle chi è, chi sono i suoi figli, cosa è stato della sua vita e perché sono in quel posto. Il personale che governa la casa apprezza l’incredibile lavoro che fa Pedro con sua moglie e cerca di supportarlo nei momenti peggiori.

Lui a volte è stanco e pensa se non sarebbe meglio per loro due, potersi addormentare e non riaprire più gli  occhi, non dover ricominciare quella fatica ogni santo giorno ma subito si pente di quel pensiero.

La ama ancora e non vorrebbe mai vivere senza di lei.

La giornata passa tra pasti e cambi di biancheria, lei è tranquilla e lui riposa la mente e si giova della presenza di sua moglie. Quando arriva la sera, lei è stanca e vorrebbe andare a dormire presto. Lui vorrebbe che la giornata non finisse mai, è riuscito a telefonare ai figli e li ha fatti salutare dalla loro madre. Non dimenticherà quei momenti, loro hanno goduto della voce di Amalia come non capitava da qualche tempo. E’ stato bello ma ora è sera e Amalia non si regge in piedi. La aiuta a infilare la camicia da notte, quando lei poggia il capo sul cuscino, le sfiora la fronte con le labbra.

-Buona notte Amalia.

-Buona notte Pedrito mio. Gli risponde sua moglie con un sorriso. Dopo nemmeno un minuto lui la sente russare nel suo lettino sotto la finestra. Domani, quando lei si sveglierà, osserverà il mare.

Quell’oceano smisurato e profondo.

Quell’oceano vasto quasi quanto il suo amore per lei.

 

 

 

 

 


sabato 12 marzo 2022

Pizza kebab

 





-Ehi, ciao Akhim.

-Ciao Pasquale. Cosa ci fai da queste parti?

L’accento del ragazzo è arrotondato e piacevolmente esotico.

Pasquale guarda turbato l’amico egiziano. Che domande sono quelle?

-Vengo da te, no? Stasera non mi va di preparare e mi è venuta voglia della tua pizza kebab…

Akhim sembra confuso, e non riesce a capacitarsi. –Pasquale, ma lo sai che la pizzeria è dall’altra parte del corso? Qui siamo a due chilometri di distanza…

-Ecco perché non arrivavo più. Risponde sereno Pasquale, che insiste. 

–Ma sei sicuro?

-Pasquale, ma mi prendi in giro? Lo so che sono straniero ma vivo qui da quindici anni, la conosco bene la città… Poi chiede preoccupato: -Tu, piuttosto, ti senti bene?

Pasquale è perplesso, per un momento il suo sguardo si perde nel vuoto, poi torna a fissare gli occhi scuri del giovane. –No, non mi sento in forma, dammi un braccio, piuttosto, e aiutami a tornare a casa.

Akhim lo prende sottobraccio e si costringe all’andatura lenta e incerta dell’anziano amico. Conosce Pasquale da più di dieci anni, da quando aprì la pizzeria d’asporto a duecento metri da casa di quello. Ma ultimamente Pasquale gli era sembrato strano, dimenticava le cose, niente d’importante, per carità, ordinava una pizza e sosteneva di avere scelto un altro gusto, pagava dopo due giorni, cose così. Pasquale si strinse al braccio dell’egiziano per camminare più sicuro. –Sei un giovane forte. Gli disse premendo la mano sul bicipite del ragazzo. Akhim si sentì in imbarazzo. I passanti gli rivolgevano sguardi pieni di sospetto e accuse implicite ma lui stava solo aiutando un vecchio cliente, non lo stava mica rapinando. Pensò, questo paese non cambierà mai, ma si voltò verso Pasquale e gli sorrise. –Di questo passo arriveremo domani… Tutti e due risero alla battuta.

-Akhim. Lo sai che la tua è la pizza migliore della città?

-Pasquale, io ti ringrazio ma lo dici solo perché ti facciamo credito. Risero di nuovo.

Pasquale era felice di avere incontrato il pizzaiolo, chissà quanto ancora avrebbe camminato senza sapere dove stava finendo. Non capiva come avesse potuto sbagliare strada e si sentiva umiliato per quell’errore. Forse aveva ragione suo figlio, che lo voleva mettere in un pensionato, ma lui a casa aveva tutte le sue cose e le foto della sua povera moglie…

-Pasquale, siamo quasi arrivati!

Akhim si accorse delle lacrime che erano scese sulle guance rugose dell’amico ma distolse lo sguardo per pudore e discrezione. Comprendeva la sofferenza di un suo simile.

-Dai Pasquale, stasera la pizza la offre Akhim, la migliore pizza tra il Cairo e Torino!

Pasquale tirò su col naso e fece un applauso in direzione del giovane egiziano.

-Grazie Akhim, sei un amico. E fai la migliore pizza tra il Cairo e Torino…

Risero ancora una volta.

Akhim aiutò Pasquale a salire la rampa che lo portava alla sua camera e cucina, accompagnandolo sui gradini. Poi lo salutò.

-Ora vado ad aprire, appena è pronto ti porto la pizza!

-Ciao Akhim e grazie.

-Ciao Pasquale.

Una settimana dopo, Akhim vide il camion dei traslochi portare via vecchi mobili. Gli venne il dubbio. Spense la sigaretta e si avvicinò all’uomo in piedi davanti al vecchio portoncino. Lo conosceva, lo aveva visto altre volte. Era diffidente verso gli estranei e forse non approvava le amicizie del vecchio genitore.

Quello si voltò e vide l’egiziano.

Si parlarono brevemente, poi si strinsero la mano.

Akhim non voleva farsi vedere mentre piangeva ma si girò e aggiunse: 

-Qualche volta, quando va a trovarlo, passi a prendere una pizza e dica a Pasquale che gliela offre il miglior pizzaiolo tra il Cairo e Torino!

-Lo farò. Rispose freddo l’uomo.

Ma Akhim non gli credette.