venerdì 16 dicembre 2016

Fare le cose coi piedi







Facciamo le cose coi piedi.
Inevitabilmente.

Pensiamo di pianificare con attenzione.
Crediamo di organizzare con meticolosità.
Siamo certi di progettare con intelligenza.
E forse siamo nel giusto, le cose stanno esattamente così.

E quando si passa dal progetto alla realizzazione, dalla pianificazione all'azione, dall'organizzazione alla costruzione, cosa succede?

Semplice.
Iniziamo a lavorare.
Il più delle volte con i piedi.

Non mi si fraintenda. Non parlo in senso metaforico.
Non voglio dire che facciamo male le cose.
Intendo davvero dire che quello è il momento in cui si cominciano a muovere i piedi.
E più si sarà veloci, nei movimenti, negli spostamenti, nel raggiungere le nostre mete della giornata, prima si realizzerà quanto progettato, pianificato, organizzato.

Nella prima fase siamo certi di usare il cervello, il pensiero, l'organizzazione mentale.
Così ci è stato insegnato, almeno.

La seconda fase implica un'agilità di movimento, una velocità di esecuzione, una rapidità di passo, quanto quella di un centravanti di talento che segna un gol di tacco, quanto uno scalatore esperto che sceglie di poggiare il piede su uno spuntone di roccia e su quella sporgenza resta in equilibrio, riponendo la sua stabilità, la sua vita.

Quanto vorrei avere anche un cervello nei piedi, che mi permettesse di fare sempre il movimento corretto, di prendere la direzione giusta.
Che mi impedisse di allontanarmi troppo dalle persone che mi amano.
Che mi facesse rimanere in equilibrio sugli spuntoni di roccia.
Quanto vorrei non avere il problema di evitare le buche, di rifare lo stesso percorso più volte perdendo tempo prezioso, di non smarrirmi nella nebbia, di non allontanarmi dall'obiettivo.
Vorrei avere un cervello anche nei piedi.
Mi permetterebbe di camminare quando non ho più forza e la strada è ancora lunga e difficile.
Mi farebbe dosare le risorse e mi eviterebbe i passi inutili che rendono le giornate pesanti e insopportabili.

Confido nei miei piedi, spero che continuino a funzionare efficacemente, e che mi permettano sempre di fare il passo giusto.

Come diceva mio padre, mai più lungo della gamba...



venerdì 9 dicembre 2016

luoghi insoliti: nomi e cognomi

luoghi insoliti: nomi e cognomi: Durante quel terribile e mistico periodo chiamato adolescenza non mi piaceva il mio cognome. Non lo amavo. Quando uscì un film i...

nomi e cognomi






Durante quel terribile e mistico periodo chiamato adolescenza non mi piaceva il mio cognome. Non lo amavo.

Quando uscì un film italiano e molto visto, che lo storpiava in maniera grottesca e ridicola, i compagni di scuola più sadici non persero un minuto per chiamarmi così.
L’occasione era troppo ghiotta e devo dire che se io ci stavo male loro continuavano a trovare lo scherzo molto spassoso.

Con gli anni poi il film finì dimenticato e i compagni di scuola crebbero e trovarono altri modi per tormentare chi aveva anche solo un grammo di voglia di studiare.

La faccenda dei cognomi perse la sua importanza.
A pensarci ora potrei dire di aver accumulato molto materiale anche solo tra amici e conoscenti…

Se pensiamo alla zoologia, posso affermare di aver parlato con molte specie di persone.  

Conosco un Orso ma anche un Grillo.  Ho conversato con un Leone ma a volte anche con Agnelli.  Conosco un Cavallo, un Pesce, vedo Falco e anche Falcone, incontro Coniglio ma anche Gatti!

Fin qui niente di strano mi pare, ma anche con la geografia siamo al completo.
Conosco Roma, per iniziare dalla capitale, ma anche Genova. Parlo con Catania e Milano, Viterbo e Barletta. Incontro Napoletano, Pugliese, Milanese e Perugino.

Tutto bene amici, nessuno si offenda, permettetemi di andare avanti.

Mia nonna era una Campana.
Io sono un Papa ma conosco un Prete e un Cardinale.
Andiamo avanti?
Conosco un Sette e un Quaranta ma anche un Secondo.
Conosco un Buono, un Forte, una Bellezza, un Noto, un Baldo, un Duca, una Viva, un Guerra ma anche un Pace.
Potrei presentarvi una Preda, un Forno, un Pepe, una Casetta, un Lucente e un Tagliente!

Ma provate a immaginare le combinazioni.
All’amico Torrente potrei presentare Pesce.
A Falcone potrei indicare Coniglio.
A Pugliese presentare Genova e sperare in un gemellaggio, magari davanti un bel piatto di orecchiette al pesto!
Nessuno ci rimanga male, non è mia intenzione canzonare nessuno, posso assicurare che siete tutti tra i miei contatti, non s’inventa niente!
Al massimo si offenderà chi manca.

E per finire un bravo a chi l’ha indovinato.

Il film era “Il Pap’occhio” di Renzo Arbore con Roberto Benigni!


J


domenica 4 dicembre 2016

luoghi insoliti: La dignità del povero?

luoghi insoliti: La dignità del povero?: Ho vissuto nel mondo del volontariato una breve e limitata esperienza che ha suscitato dentro di me più dubbi e domande che certe...

La dignità del povero?







Ho vissuto nel mondo del volontariato una breve e limitata esperienza che ha suscitato dentro di me più dubbi e domande che certezze.

Ho potuto osservare atteggiamenti e comportamenti di chi, avendo bisogno, accedeva ai benefici di un dono.
Allo stesso tempo ho osservato chi, dall’altra parte, quel bisogno poteva soddisfarlo attraverso la cessione di un bene o l’offerta di un comportamento, un servizio concesso.

Quanta dignità, quanta compostezza dimostrano le persone che nella povertà, e nell’indigenza si avvicinano e tendono la mano aperta.
Quanta educazione è mostrata.  Quanta riconoscenza.

Tutte cose degne di essere menzionate.  Degne di rispetto.

Ma chi è protagonista dell’apparato che fornisce aiuti, come si pone?
Non corriamo forse il pericolo che gestire grandi risorse, disporre di ricchezze da distribuire ci faccia gustare il sapore del potere che le nostre azioni comportano?
Non corriamo il rischio che aiutare il prossimo sia solo il nutrimento del nostro ego?
Che l’azione svolta sia un'ottima attività da sfoggiare ed esibire nei salotti buoni e che ci permetta di avere una reputazione impeccabile, quasi un'aura di santità?

Come dicevo, ho solo una breve e limitata esperienza e diventa facile cadere in questi luoghi comuni, che così poco sopporto.

Ma qualcosa ho visto e lo voglio scrivere.

Ho visto persone, più che benestanti, dare grande importanza a ogni singolo centesimo distribuito, consapevoli del valore del denaro e di quanta fatica ci voglia per guadagnarlo.
Ho visto donne e uomini non vergognarsi della propria agiatezza e sapersi sporcare le mani con lavori piuttosto umili.

Ho anche visto persone, per carità ne avevano tutti i requisiti, che pur di portare a  casa qualcosa chiedevano cose a loro inutili.
Ho sentito discorsi tipo: anche se non lo uso, lo voglio lo stesso perché mi spetta!
Senza pensare che le risorse spesso siano poche e da razionare tra chi davvero non può farne a meno.

Allora, dove sta di casa la dignità, la compostezza?

Molti ne dispongono, senza dubbio, ma ho capito una cosa.


Non è questione di reddito.



venerdì 25 novembre 2016

luoghi insoliti: mezzogiorno di fuoco

luoghi insoliti: mezzogiorno di fuoco: La nota è lunga, ostinata e prolungata. Il suono è quello graffiante, quasi sgradevole, di una vecchia armonica mai pulita e da...

mezzogiorno di fuoco






La nota è lunga, ostinata e prolungata.

Il suono è quello graffiante, quasi sgradevole, di una vecchia armonica mai pulita e dalle lame arrugginite.

Nella città non si muove niente. Solo la solita sterpaglia sferica è portata su e giù a spasso da un refolo di vento.

Fa caldo, la strada di terra sembra screpolarsi in molte fenditure. Gocce di sudore scorrono solleticando, sulle tempie.


***


Il brusio di milioni di insetti all'improvviso cala d'intensità.
L'umidità della notte rende l'erba scivolosa come un pavimento cerato.
Non bisogna guardare verso il cielo, i riflettori  potrebbero abbagliare e accecare!

Fa freddo, saremo poco sopra lo zero, il fiato disegna le nuvolette ma nonostante sia in calzoncini non sento nulla.

Mi sembra solo di sentire migliaia di cuori che battono insieme mentre il fiato viene trattenuto.


***


L'aula è enorme, fredda e bianca.

Una ventina di poltroncine per gli uditori, quasi tutte vuote tranne le prime due file.
Dalle finestre entra la luce di un mondo lontano. Il tavolo sarà lungo più di quattro metri. Dietro, quattro poltrone imbottite in similpelle nera. Sembrano molto comode.
Da questo lato una sediola con esili gambe di alluminio e la seduta in formica consumata.

Le persone nelle due file chiacchierano con leggerezza. Poi la porta si apre e tutti alzano lo sguardo e ammutoliscono.
Entrano i membri della commissione.


***


Maledetta città. Avevo sentito odore di guai appena messo piede in Main Street.
Lo sceriffo si era avvicinato e mi aveva sussurrato all'orecchio un gentile invito a rifornirmi, nutrire il cavallo e ripartire il prima possibile.
Ma io niente, sono un testardo, così due whisky al saloon, una parola tira l'altra, mi sono beccato quattro cazzotti in faccia, ho dormito in cella, mi hanno rubato il cavallo e ora mi trovo in mezzo a una strada, con di fronte un brutto ceffo che probabilmente è il miglior pistolero della città e il becchino che di sicuro ha già stimato le misure.


***


È il mio turno.
Quando il mister ha presentato la lista dei rigoristi all'arbitro non sapevo ancora che ci fosse il mio nome.
È stato il capitano a dirmelo. È venuto vicino, mi ha preso la faccia tra le mani, ha sussurrato: sei l'ultimo, buona fortuna! E mi ha stampato un bacio sulla fronte.
Gli altri hanno già tirato tutti.
Siamo in perfetta parità.
Ora è il mio turno.


***


La commissione si è accomodata nelle comode poltrone senza degnare d'uno sguardo nessuno dei presenti.
Hanno tirato fuori dalle costose borse di cuoio, fogli e fascicoli, penne e matite.
Il membro più giovane, una signorina scheletrica, con occhiali spessi e la pelle grassa alza lo sguardo su di me e con un gesto sprezzante della mano mi invita ad accomodarmi sulla sedia.
Mi avvicino al tavolo.


***


Il pistolero ha la barba unta, un mozzicone di sigaro che gli pende dalla bocca e gli occhi a fessura come nei peggiori film.
Il vento mi porta il suo olezzo di uomo che non ama il sapone e che si mischia con la mia puzza, quella della paura.
Sembra sorridere, in realtà si prende gioco di me.
Carezza in maniera sensuale e morbosa il calcio delle pistole col dorso delle mani.
Poi tutto precipita rapidamente.


***


Il pallone è bagnato e scivoloso.
Lo asciugo con la maglietta. Lo sistemo con cura sul dischetto  come un padre sistemerebbe il suo bimbo nella culla.
Conto quattro passi di rincorsa e mi giro verso l’arbitro.  Evito di guardare il portiere, sembra alto tre metri, sembra possedere le braccia di un gorilla.  Il fischio mi sorprende facendomi quasi sobbalzare.  
Comincio a correre a testa bassa.


***


La sedia scricchiola in modo imbarazzante.
La donna che ho di fronte mi guarda male, come volesse rimproverarmi.  Poi continua a ignorarmi.  Aspetto in silenzio.
Ha un espressione dura e astiosa,  le labbra sono piegate verso il basso.
Mi arriva un profumo dolce e nauseante.
Può cominciare!
Sono le sue uniche parole.


***


Non mi accorgo nemmeno che la mia mano si muove ma lo fa e prima che chiunque possa capire qualcosa dal mio revolver parte un unico, preciso, letale colpo.


***


Prima che questo gigante possa provare a tuffarsi, il mio piedino sensibile ha già colpito la palla. So già dove andrà questa e dove cadrà lui.


***


Prima che l’arpia possa cambiare idea e fare una domanda di quelle cattive apro bocca e comincio a parlare.  Sarò io a guidare l’esame.  Sarò io a stabilire le regole.