giovedì 12 marzo 2026

Il tempo di un ricordo

 





Il tempo non ha età dicono.

Forse è vero.

Forse è corretto il pensiero tanto bene espresso da Einstein: il tempo è un concetto relativo; anzi, per la fisica quantistica, il tempo è un fenomeno che non esiste.

Certo, per essere più obiettivo dovrei diventare un osservatore esterno al fenomeno ma io non lo sono.

Alcuni filosofi sostengono che il passato non esista, così come il futuro, che ancora non c'è. L'unico tempo reale è ora. Il presente è un elemento non estendibile: se avesse un’estensione all'indietro o in avanti, apparterrebbe al passato o al futuro. A questa visione preferisco ciò che afferma l’eternismo: passato, presente e futuro sono tutti ugualmente reali, sono diverse coordinate nello spazio-tempo.

Io sono figlio di un uomo e di una donna e, anche se mio padre e mia madre appartengono al passato, io sono qui e sono reale. Ma sono anche il prodotto dei loro sogni, dei loro progetti, delle loro passioni. Sono il risultato concreto della loro imprudenza e della loro capacità, della loro forza e della loro debolezza, della loro intelligenza e del loro istinto di sopravvivenza.

Sappiamo che sono esistiti davvero, e non sono solo le fotografie o i documenti anagrafici a dimostrarlo. Esiste qualcosa che va al di là del tempo e dello spazio, qualcosa che non ha né presente né passato, ma è una costante nel presente e, come tale, esistente anche nel futuro. È ciò che mi permette di vederli ancora, di ascoltarli e di parlare loro come facevo un tempo. Si tratta di un'essenza, un profumo forse, uno spirito - chiamatelo come volete - qualcosa che non si può vedere né toccare, ma che è essenzialmente reale e tangibile, tanto quanto le cose che si vedono e si toccano.

Il tempo non esiste, e forse è per questo che serbiamo alcuni ricordi per sempre e non ricordiamo ciò che abbiamo fatto mezz’ora fa. Ricordo il gusto della caramella che vinsi in classe al gioco del silenzio: me la diede la mia maestra in seconda elementare perché ero riuscito a tenere la bocca chiusa più a lungo di tutti. Non solo: ero stato capace di evitare di trascinare il banco, di dondolare sulla sedia rischiando di cadere, di far precipitare i libri sul pavimento e altre cose così rumorose che i miei compagni non riuscivano a evitare. La maestra aveva annunciato che c’era un solo vincitore e, quando si era avviata tra i banchi, dentro di me era stata forte la certezza che venisse da me. Quello era il gusto che prova chi vince. Anche se sono passati più di cinquant’anni.

Che cosa sono cinquant’anni? Mezzo secolo, quando lo studiamo a scuola sembra così lungo, ma a viverlo passa in un soffio. In classe, all’età di sette, otto anni, ci divertivamo a immaginare - come fanno da sempre gli autori di fantascienza - come sarebbe diventato il mondo del futuro. Come sarebbe stato vivere nell’anno duemila. Agli occhi di bimbo, avere trentaquattro anni avrebbe fatto di me un uomo anziano che sarebbe vissuto in una città ricca di torri altissime, con passerelle e nastri trasportatori per gli spostamenti e il cielo solcato da veicoli rapidi e silenziosi al posto delle automobili. Com’è successo a molti autori di narrativa fantastica, non avevo azzeccato il mondo che sarebbe stato dopo trent’anni e non ero riuscito a immaginare come saremmo diventati. Nemmeno i più lungimiranti tra i bambini di quella classe elementare predissero che nel duemilaventisei avremmo avuto tutti a disposizione uno specchio magico, tale e quale a quello della strega di Biancaneve, con cui parlare, sempre pronto per ogni tipo di dubbio o domanda. È facile scriverlo oggi, con il mio bravo smartphone in tasca e la sua applicazione d’intelligenza artificiale con la quale mettere a riposo quella poca naturale rimasta.

Per quanto riguarda i trasporti, le auto viaggiano ancora al suolo e le vecchie case rimangono da ristrutturare. A beneficio dei nostalgici.

L’altro giorno pensavo al mio amico Aurelio. Ripenso a lui con un sorriso, anche se questo porta con sé un gusto amaro. Preferisco ricordare il calore con cui mi trattava. “Ehi Giò, vuoi sapere cosa mi è capitato?”, diceva. Chiacchierava volentieri. Quando il lavoro riservava momenti impegnativi e critici, diventava taciturno; comunicavamo velocemente, in silenzio. Non c’era bisogno di tante parole: entrambi sapevamo quello che dovevamo fare, come due centrocampisti che triangolano il pallone senza guardarsi perché ognuno sa dove si troverà l’altro. Solo che noi non usavamo palloni, parastinchi e scarpette ma farmaci, siringhe, laringoscopi e tubi tracheali.

Con Aurelio era facile andare d’accordo. Mi parlava della sua Sicilia; i suoi aneddoti spaziavano dalla cucina allo sport e le sue competenze umane erano buone quanto quelle professionali. Una persona di qualità con cui ho avuto la fortuna di condividere diversi anni della mia carriera. Negli ultimi tempi la sua salute aveva scricchiolato e, anche se le nostre strade si erano allontanate, era stato lui a telefonarmi perché aveva saputo di un mio malanno. Era stato premuroso e affettuoso e mi aveva raccontato di essere afflitto da un peso che traspariva in ogni sua parola. Ero stato felice di quella telefonata e mi ero proposto di sentirlo e vederlo appena possibile. Solo che il destino aveva altri piani e lui non era stato in grado di sopportare il peso del suo male. Il suo tempo è terminato, all’improvviso. E questo mi ha fatto male, come a molte persone.

Riesco ancora a sentire la sua voce quando mi chiamava per raccontare una barzelletta, per citare un autore caro - di solito siciliano - per spiegarmi una ricetta. “Ehi Giò, senti questa!”

E io lo sento ancora perché, se è vero che il tempo non esiste, allora anche Aurelio non è mai andato via.

È solo il tempo di un ricordo.






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