sabato 15 novembre 2025

Raul torna indietro

 





“Hai portato le scarpe a riparare?”

“Ricordati di andare a prendere mia madre alla stazione!”

“Ancora le calze nere nel bucato bianco! Ma non impari mai?”

“Di nuovo questi biscotti. Perché compri sempre questi biscotti, lo sai che non mi piacciono…”

“Non possiamo passare tutti i sabati sera a casa!”

Questa era sua moglie Clara. Questa era la routine di Raul. Non ci si abitua a tutto? Raul, trent’anni, da dieci impiegato di un’importante assicurazione con sede in centro e come direttore il prestigioso suocero, l’ingegner Rinaldi, affettuoso padre di sua moglie Clara, autrice delle “attenzioni” sopra citate verso il proprio maritino.

Rinaldi non era meglio, negli ultimi diedi anni la frase più gentile che aveva rivolto al genero, era stata: Il nome Raul da chi è ispirato? Orchestra Casadei? Dovresti darti al clarinetto… e giù una grassa risata, condita da esplosioni di tosse, tipici del fumatore di sigaro.

Raul mandava giù di tutto.

Per mantenere saldo il matrimonio, per non perdere un lavoro di cui aveva bisogno. Per… non sapeva nemmeno più lui perché lo faceva. In dieci anni mai un ritardo, mai un’assenza, una sbavatura. Scrivania in ordine, pratiche evase e archiviate nei tempi e nei modi corretti. Ma nemmeno un’alzata d’ingegno, un segnale di creatività, un contratto fuori dell’ordinario. Insomma tutto lavoro eseguito nell’anonimato e all’insegna della mediocrità. Mediocre come solo può essere un’ex promessa dello sport, il talento del pattinaggio, una promessa non mantenuta. Come tante altre promesse…

Raul aveva capito presto che l’atteggiamento più importante verso suo suocero, era non strafare, non tanto perché l’altro non accettasse errori ma perché non tollerava chi dimostrava più brillantezza e un’intelligenza superiore.

A casa era anche peggio. Sua moglie Clara pretendeva cene eleganti e regali costosi, a lui piaceva la pizza mentre lei preferiva i ristoranti stellati, lui una passeggiata sul lungomare, lei le piste da sci.

Raul sapeva una cosa che lo teneva sveglio quasi tutte le notti. Troncare con quel surrogato di matrimonio, che lo stava lentamente soffocando, sarebbe stato l’equivalente di farsi dare un calcio sul sedere dal Direttore, che lo avrebbe spedito dalla sua scrivania direttamente in mezzo a una strada.

Non una strada qualunque, no, l’autostrada a sei corsie diretta alla miseria e alla rovina.

A tutto questo stava pensando quella sera di metà autunno mentre tornava a casa in bici. Quella sera c’erano ancora sedici gradi e si sentiva accaldato e per questo non aveva indossato in caschetto.

La ciclabile attraversava un boschetto di Tigli che di giorno produceva una gradevole ombra e la sera il viottolo diventava buio e nero. Raul pedalava veloce pensando ai fatti suoi e la distrazione non gli fece vedere il ramo che invadeva la pista, all’altezza della sua fronte.

Passanti, poco lontano sentirono un cozzo e corsero vedendo le lucette di una bici, abbandonata di traverso sulla strada. Nessuna traccia del ciclista…

 

“Raul, Raul… sveglia, come stai?”

La voce è di un ragazzo, e, infatti, il giovane avrà massimo diciassette anni.

“Non saprei, che male… cosa è successo?”

Raul si porta la mano alla fronte e tocca qualcosa di ruvido che non è altro che un turbante di garza.

“Non ricordi? Sei caduto facendo lo scemo sui pattini e hai battuto la testa!”

Sandro guarda stranito Raul e pensa che la botta in testa abbia peggiorato il suo amico, già strambo di suo… Raul si guarda le mani e strabuzza gli occhi, sono magre e senza peli, e soprattutto manca l’anello. Prova così a chiedere all’amico: “La mia fede?” Sandro per poco non si strozza con l’aranciata che sta bevendo. “Ma sei diventato matto? Quale fede, ma credi di esserti sposato stanotte, in ospedale? E chi, l’infermiera?” Poi ride sguaiato.

“Sei ricoverato, sei stato un giorno privo di sensi, guarda, ci sono ancora i pattini sporchi di fango nell’armadietto, anche se tuo padre ha detto che te li butta.”

Detto questo apre l’armadietto e indica i pattini a rotelle di Raul.

Raul chiude gli occhi, li stringe ma il dolore alla testa gli impedisce di capire qualcosa, poi spossato, si riaddormenta. Sogna Raul, nel suo dormire sudato e sofferente. Ma non era autunno? Si chiede nel sogno, ma non ero sposato e non stavo pedalando? Per andare dove, poi non ricorda bene, è come se tutto appartenga a immagini oniriche, prodotte dalla sua testa conciata male, forse dal suo bernoccolo. Ma mi sono fatto male cadendo con i pattini o da una bici? Raul non può rispondere, perché il suo sogno confuso lo porta da un'altra parte, è vecchio, ora, sposato con una donna che non lo sopporta e lo maltratta, e lui non capisce perché non ha fatto carriera nello sport poiché tutti puntano su di lui per portare a casa qualche medaglia.

La sua società sportiva è orgogliosa delle gare cui partecipa e dei trofei che conquista e il suo allenatore gli confida che lo vorrebbe vedere alle Olimpiadi.

Dopo qualche ora si risveglia. È comodo quel letto d’ospedale e si sente meglio, tanto che passa un medico e gli anticipa che l’osservazione sta terminando e presto potrà tornare a casa.

Raul si osserva le mani, il torace glabro e ossuto e non riesce a capacitarsi. I suoi ricordi sono confusi. Poi riceve una visita, suo padre entra in stanza. Raul ha la sensazione di non vedere l’uomo da una decina d’anni ma sa che deve essere stata la botta in testa.

Il genitore è preoccupato, vorrebbe che lui smettesse di allenarsi con quei pattini che non ha mai approvato. Poi gli racconta una cosa: “Appena tornerai a casa, verrà a trovarti l’ingegnere, Rinaldi, lo conosci, abita nella villa in fondo al viale. Sa che tra un anno ti diplomerai e ha accennato che potrebbe assumenti come apprendista nel suo ufficio. Ha anche una figlia della tua età, mi pare si chiami Clara… quella è gente che sta bene, io al tuo posto smetterei di pensare ai pattini…”

Raul non ascolta più. Qualcosa gli dice che deve andare via da quel letto, da quella stanza, da quella vita. Attende il termine della visita, il padre tornerà nel pomeriggio quando sarà dimesso.

Lui aspetta di essere solo, indossa la tuta ginnica conservata nell’armadietto, le scarpe non ci sono e infila i pattini, la fuga sarà più veloce. In corridoio un carrello con le cartelle, messo di traverso, lo informa che il personale è impegnato dentro una camera. Sente i passi di qualcuno ma prima che la persona sbuchi da dietro l’angolo, Raul è già dentro l’ascensore. L’atrio è piccolo e mentre una donna sta entrando, lui infila la porta a vetri dell’ingresso, salta elegante i tre gradini e fugge sulla piazza. Il sole gli ferisce gli occhi, prende velocità per la discesa ma è abbagliato dalla luce e finisce dritto a sbattere la fronte, già bendata, sullo sportello posteriore di un furgone parcheggiato in doppia fila. Il botto è violento e Raul perde i sensi. La prima sensazione consapevole è di avere bisogno di ghiaccio, molto ghiaccio.

“Raul mi senti? Che cosa combini, non è da te cadere in quel modo, devi stare concentrato!”

Raul guarda il suo allenatore come se non lo conoscesse. Nel palazzetto la poca gente intervenuta per osservare gli allenamenti, è in piedi dietro la vetrata e trattiene il fiato per l’apprensione.

Il ghiaccio sotto al sedere e alla schiena di Raul lo sta gelando ma per fortuna riesce a rimettersi in piedi. Arriva Rita, la sua fidanzata, lo bacia felice di vedere che non si è fatto davvero male.

“Cosa è successo, mi è girata la testa e ho perso l’equilibrio…”

“Sei solo stanco, amore mio, stavi provando l’Axel, e sei davvero bravo, quando, non so come, sei caduto con la testa in avanti”

“Non preoccuparti, sto bene, molto bene!”

Raul è confuso, certo, ma il sentimento che lo pervade è il sollievo. Tra poco ci saranno le gare per le qualifiche nazionali e lui è deciso a entrare nella selezione Olimpica.

Non sarà un piccolo incidente di percorso a fermarlo.

Pensa, è un’occasione unica, poi sorride.

Qualcosa dentro di lui gli rivela che c’è sempre una seconda possibilità.

Bacia la sua fidanzata e torna sulla pista come se non fosse capitato niente.

È felice, è questo il suo mondo. Deve solo pensare ad allenarsi.

E stare attento a non battere più la testa.





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