sabato 10 gennaio 2026

Il vecchio Ukulele

 





Il vecchio lanciò un sospiro fortissimo. Seguito da un peto reboante. I suoi lamenti si potevano sentire nel corridoio fino a tre camere di distanza.

Lo chiamavano il vecchio perché era l’unico, in quell’ala, ad avere più di novant’anni.

Tutti gli altri erano penosamente meno anziani. O disgraziatamente più giovani.

Si andava dagli ottantatré di Giovanni ai quarantaquattro di Maurizio. Una vera merda, dicevano.

Nelle giornate buone si ritrovavano nella sala comune, adattata a salotto con tanto di schermo televisivo circondato da una libreria fornita da libri e fumetti, letti perlopiù dal personale durante i lunghi turni di notte.

Quando pensavano che dormisse, le infermiere socchiudevano la porta ma immancabilmente il vecchio suonava il campanello nel giro di cinque minuti. Non deve essere bello restare chiusi fuori dal mondo, soprattutto se stai morendo.

Teo di anni ne aveva settantasei, molto sotto la media dell’attesa di vita maschile. Era ricoverato da quattro settimane e aveva una prognosi di tre mesi. Quei giorni era quasi felice, i sintomi della malattia si erano stabilizzati e da qualche tempo aveva iniziato un percorso di aiuto psicologico che iniziava a renderlo in pace con ciò che gli aveva riservato la vita. Pensava che se non avesse avuto così poco tempo si sarebbe potuto innamorare della psicologa e questo pensiero impertinente non mancava mai di farlo sorridere. Ora sarebbe stato il caso di far accettare la realtà anche al suo figliolo ma questo era molto più complicato.

Quel mattino Teo aveva chiesto al ragazzo, anche se il figlio era ormai un uomo di quasi cinquant’anni, di cercare in soffitta il suo vecchio ukulele. Alessandro si era naturalmente opposto, cosa che si ripeteva ormai da qualche tempo, lui si opponeva a qualsiasi decisione prendesse il genitore, come se soffrire di una malattia con prognosi infausta equivalesse a essere un demente senza più facoltà di discernimento. Teo aveva ripetuto la sua innocua richiesta usando un tono che non ammetteva repliche e quel pomeriggio era rientrato in possesso del vecchio strumento.

Il legno laminato non si era deformato troppo e le quattro corde in nylon reggevano l’età. A dire il vero la cosa che aveva maggiormente risentito del passare degli anni erano le sue dita.

Appena preso in mano il vecchio strumento, Teo aveva sorriso come un bimbo col suo giocattolo e a guardarlo bene questa frase era tutto tranne che un’immagine letteraria.

Si fece regalare da Irene un batuffolo di cotone imbevuto e ripulì l’ukulele come avrebbe fatto col culetto di un neonato col pannolino da cambiare.

Poi cercò di accordare girando le chiavi sulla paletta. Andava a orecchio ma l’infermiera ricordò che in magazzino c’era una tastiera che aveva lasciato un paziente ed era corsa a prenderla.

SOL, DO, MI. LA presto fatto. Irene era proprio una brava persona, pensava Teo e non era il solo.

Cercò di ricordare alcune diteggiature e fu felice di realizzare che ne ricordava molte, se non tutte. “È come andare in bici…” fu il suo commento verso Antonio, che si era avvicinato curioso. Il suono dell’ukulele era dolce e aggraziato e non sembrava disturbare gli altri ricoverati. Anche Maurizio si era trascinato sulla sedia a rotelle, lasciando il suo angolo vicino alla finestra dove passava tutti i lunghi pomeriggi.

Teo provò a fare un giro di note che ricordava, accennò a un brano celebre ma che nessuno degli uomini presenti sembrava riconoscere. Allora intonò con la sua voce debole e gracchiante ma il risultato fu pessimo.

“Certo che canti peggio di un cane” fu il commento di Maurizio e tutti si stupirono a vedere che era accompagnato da un sorriso. Nessuno di loro aveva mai visto il ragazzo sorridere.

“Lo so, cantare non è mai stato il mio forte, al massimo fischiettavo” e prese ad accompagnare gli accordi col suo fischio incerto.

Do, Mi minore, Fa, Do, poi Fa, La minore, Sol e di nuovo LA minore e Fa… si dovrebbero essere questi. Teo suonava sempre più sicuro, sempre con miglior resa, tempi adeguati, sentimento, come se avesse smesso solo la settimana prima. È davvero come andare in bici, e anche il suo fischiettare si faceva più somigliante e ora la canzone era riconoscibilissima.

Le due infermiere in turno si erano avvicinate in silenzio, non volevano disturbare e sapevano essere silenziose come dei gatti. La più anziana, Annalisa diede una piccola spinta alla collega, sussurrando: vai! Ma Irene era timida e non voleva guastare l’atmosfera. Poi si fece coraggio e andò.

Teo suonava a tempo e la voce che gorgheggiò un OHHH ripetuto era partita così flebile che quasi nessuno si era voltato verso l’infermiera che stava in piedi dietro al divanetto su cui suonava Teo. Lentamente era diventata più sostenuta e potente, le note di OVER THE RAINBOW si erano propagate per il corridoio, erano salite al soffitto e si erano dirette verso il fondo della struttura, passando dolci per tutte le camere per poi uscire dal vasistas in fondo alla corsia e salire verso le nuvole.

Teo si sentì felice a vedere che qualcuno cantava per lui. All’infermiera Annalisa, che era un osso duro e ne aveva viste di tutti i colori durante la sua carriera, scese una lacrima. Giovanni avrebbe voluto applaudire ma non aveva la forza per restare in piedi senza tenersi al suo deambulatore.

Maurizio si rivolse a Irene e a Teo e disse solo: grazie!

Poi tornò nel suo angolo.

Irene divenne rossa, certo aveva studiato gli effetti della musicoterapia e la ricaduta sui pazienti ma il direttore era un conservatore che non gradiva le novità e le iniziative del personale. L’unico cambiamento che aveva voluto negli ultimi dieci anni era stato far rimuovere il vecchio pavimento di linoleum per il quale erano diventati lo zimbello dell’ospedale, anche se non era servito, infatti tutti continuavano a chiamarli quelli del miglio verde.

Per un po’ Over the Rainbow continuò a echeggiare nelle stanze e nelle orecchie dei presenti, nessuno aveva commentato ma si leggeva sui volti che qualcosa era cambiato e tutti erano costretti a stare un po’ meglio.

Irene si abbassò verso Teo per ringraziarlo. Lui le prese la mano e con galanteria le rispose che aveva la voce di un angelo. Lei scappò in infermeria vergognandosi mentre la sua collega si soffiava rumorosamente il naso.

Il momento magico era finito ma tutti lo avrebbero ricordato nei giorni successivi.

A parte il vecchio, che proprio quella notte andò oltre. Morì, come facevano tutti in quel posto, ma non gli mancò la tenera compagnia dei suoi familiari né la presenza competente del personale.

Irene volle immaginare che un alito di quelle note fosse passato anche da quella camera, e la serenità rimasta sul viso dell’uomo le disse che forse era stato proprio così.





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