Il vecchio lanciò un
sospiro fortissimo. Seguito da un peto reboante. I suoi lamenti si potevano
sentire nel corridoio fino a tre camere di distanza.
Lo chiamavano il
vecchio perché era l’unico, in quell’ala, ad avere più di novant’anni.
Tutti gli altri erano
penosamente meno anziani. O disgraziatamente più giovani.
Si andava dagli ottantatré
di Giovanni ai quarantaquattro di Maurizio. Una vera merda, dicevano.
Nelle giornate buone si
ritrovavano nella sala comune, adattata a salotto con tanto di schermo
televisivo circondato da una libreria fornita da libri e fumetti, letti
perlopiù dal personale durante i lunghi turni di notte.
Quando pensavano che
dormisse, le infermiere socchiudevano la porta ma immancabilmente il vecchio
suonava il campanello nel giro di cinque minuti. Non deve essere bello restare
chiusi fuori dal mondo, soprattutto se stai morendo.
Teo di anni ne aveva
settantasei, molto sotto la media dell’attesa di vita maschile. Era ricoverato
da quattro settimane e aveva una prognosi di tre mesi. Quei giorni era quasi
felice, i sintomi della malattia si erano stabilizzati e da qualche tempo aveva
iniziato un percorso di aiuto psicologico che iniziava a renderlo in pace con
ciò che gli aveva riservato la vita. Pensava che se non avesse avuto così poco
tempo si sarebbe potuto innamorare della psicologa e questo pensiero
impertinente non mancava mai di farlo sorridere. Ora sarebbe stato il caso di
far accettare la realtà anche al suo figliolo ma questo era molto più
complicato.
Quel mattino Teo aveva
chiesto al ragazzo, anche se il figlio era ormai un uomo di quasi cinquant’anni,
di cercare in soffitta il suo vecchio ukulele. Alessandro si era naturalmente
opposto, cosa che si ripeteva ormai da qualche tempo, lui si opponeva a
qualsiasi decisione prendesse il genitore, come se soffrire di una malattia con prognosi infausta equivalesse a essere un demente senza più facoltà di discernimento.
Teo aveva ripetuto la sua innocua richiesta usando un tono che non ammetteva
repliche e quel pomeriggio era rientrato in possesso del vecchio strumento.
Il legno laminato non
si era deformato troppo e le quattro corde in nylon reggevano l’età. A dire il
vero la cosa che aveva maggiormente risentito del passare degli anni erano le
sue dita.
Appena preso in mano il
vecchio strumento, Teo aveva sorriso come un bimbo col suo giocattolo e a
guardarlo bene questa frase era tutto tranne che un’immagine letteraria.
Si fece regalare da
Irene un batuffolo di cotone imbevuto e ripulì l’ukulele come avrebbe fatto col
culetto di un neonato col pannolino da cambiare.
Poi cercò di accordare
girando le chiavi sulla paletta. Andava a orecchio ma l’infermiera ricordò che
in magazzino c’era una tastiera che aveva lasciato un paziente ed era corsa a
prenderla.
SOL, DO, MI. LA presto
fatto. Irene era proprio una brava persona, pensava Teo e non era il solo.
Cercò di ricordare alcune
diteggiature e fu felice di realizzare che ne ricordava molte, se non tutte. “È
come andare in bici…” fu il suo commento verso Antonio, che si era avvicinato
curioso. Il suono dell’ukulele era dolce e aggraziato e non sembrava disturbare
gli altri ricoverati. Anche Maurizio si era trascinato sulla sedia a rotelle,
lasciando il suo angolo vicino alla finestra dove passava tutti i lunghi
pomeriggi.
Teo provò a fare un
giro di note che ricordava, accennò a un brano celebre ma che nessuno degli uomini
presenti sembrava riconoscere. Allora intonò con la sua voce debole e
gracchiante ma il risultato fu pessimo.
“Certo che canti peggio
di un cane” fu il commento di Maurizio e tutti si stupirono a vedere che era
accompagnato da un sorriso. Nessuno di loro aveva mai visto il ragazzo
sorridere.
“Lo so, cantare non è
mai stato il mio forte, al massimo fischiettavo” e prese ad accompagnare gli
accordi col suo fischio incerto.
Do, Mi minore, Fa, Do,
poi Fa, La minore, Sol e di nuovo LA minore e Fa… si
dovrebbero essere questi. Teo suonava sempre più sicuro, sempre con miglior
resa, tempi adeguati, sentimento, come se avesse smesso solo la settimana
prima. È davvero come andare in bici, e anche il suo fischiettare si faceva più
somigliante e ora la canzone era riconoscibilissima.
Le due infermiere in
turno si erano avvicinate in silenzio, non volevano disturbare e sapevano
essere silenziose come dei gatti. La più anziana, Annalisa diede una piccola spinta
alla collega, sussurrando: vai! Ma Irene era timida e non voleva guastare l’atmosfera.
Poi si fece coraggio e andò.
Teo suonava a tempo e
la voce che gorgheggiò un OHHH ripetuto era partita così flebile che quasi
nessuno si era voltato verso l’infermiera che stava in piedi dietro al
divanetto su cui suonava Teo. Lentamente era diventata più sostenuta e potente,
le note di OVER THE RAINBOW si erano propagate per il corridoio, erano salite
al soffitto e si erano dirette verso il fondo della struttura, passando dolci
per tutte le camere per poi uscire dal vasistas in fondo alla corsia e salire
verso le nuvole.
Teo si sentì felice a
vedere che qualcuno cantava per lui. All’infermiera Annalisa, che era un osso
duro e ne aveva viste di tutti i colori durante la sua carriera, scese una
lacrima. Giovanni avrebbe voluto applaudire ma non aveva la forza per restare
in piedi senza tenersi al suo deambulatore.
Maurizio si rivolse a
Irene e a Teo e disse solo: grazie!
Poi tornò nel suo
angolo.
Irene divenne rossa,
certo aveva studiato gli effetti della musicoterapia e la ricaduta sui pazienti
ma il direttore era un conservatore che non gradiva le novità e le iniziative
del personale. L’unico cambiamento che aveva voluto negli ultimi dieci anni era
stato far rimuovere il vecchio pavimento di linoleum per il quale erano
diventati lo zimbello dell’ospedale, anche se non era servito, infatti tutti continuavano
a chiamarli quelli del miglio verde.
Per un po’ Over the Rainbow
continuò a echeggiare nelle stanze e nelle orecchie dei presenti, nessuno aveva
commentato ma si leggeva sui volti che qualcosa era cambiato e tutti erano
costretti a stare un po’ meglio.
Irene si abbassò verso
Teo per ringraziarlo. Lui le prese la mano e con galanteria le rispose che
aveva la voce di un angelo. Lei scappò in infermeria vergognandosi mentre la
sua collega si soffiava rumorosamente il naso.
Il momento magico era
finito ma tutti lo avrebbero ricordato nei giorni successivi.
A parte il vecchio, che
proprio quella notte andò oltre. Morì, come facevano tutti in quel posto, ma
non gli mancò la tenera compagnia dei suoi familiari né la presenza competente
del personale.
Irene volle immaginare
che un alito di quelle note fosse passato anche da quella camera, e la serenità
rimasta sul viso dell’uomo le disse che forse era stato proprio così.

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