domenica 25 gennaio 2026

Il perdono di Nino

 




Per arrivare a ventuno chili di peso, Nino aveva dovuto aspettare la terza elementare.

Gli si potevano contare le ossa e non c’era ricetta che avesse il potere di stuzzicargli l’appetito, la sua pagella però era costellata di dieci e lui era sempre stato un bambino vivace e solare, dallo sguardo limpido e l’intelligenza pronta.

La questione del peso finì così per passare in secondo piano.

Antonio era sempre stato Antonino, Nino per tutti, piccolo e gracile ma sveglio e attento. Nei giochi di squadra era sempre conteso perché era lui quello che trovava la strategia migliore e la soluzione per vincere.

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Gaetano era arrivato alla tenera età di settantacinque anni pieno di acciacchi e malattie. Certo, la sua non era stata una vita facile. Aveva iniziato giovane una carriera fatta di piccole truffe e furti. Cose di poco conto e purtroppo per lui per diversi anni gli era sempre andata bene. Se non fosse andato tutto così liscio, non staremmo qui a raccontare.

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A Nino piaceva molto disegnare. Verso la fine dell’anno scolastico aveva ritratto la sua famiglia su un prato verde, coperto di margherite. Era bravo nei particolari. Lui al centro, piccolo e sottile come uno spaghetto. Ai due lati sua madre e suo padre, lei con la sua lunga coda di capelli biondi e papà con la barba nera spruzzata di peli bianchi sul mento. Dietro la nonna, altissima, quasi il doppio dei genitori, con la treccia grigia e gli occhiali a scendere giù dal naso. Per Nino le dimensioni dovevano apparire proporzionali all’età. La maestra di matematica, arrivata quell’anno, non conosceva ancora bene la composizione di tutte le famiglie, gli chiese: “Hai solo questa nonna?” Per una volta, Nino fu in difficoltà nel rispondere.

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Gaetano, detto Tano, abitava in un appartamento di trenta metri quadrati, al piano terra di uno stabile popolare, con un bagno piccolo quanto una cabina telefonica. Era tutto quello che erano stati capaci di trovargli i servizi sociali, dopo la sua ultima scarcerazione. A volte la notte si svegliava e aveva la precisa sensazione di trovarsi ancora nella sua vecchia cella, poi guardava la finestra e notava che mancavano le sbarre.

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Nino non aveva dimenticato di avere anche un nonno. La mamma aveva perso i genitori da giovane, in un incidente di montagna ma il papà, i genitori li aveva ancora. Una era sua nonna Amelia, che lo aveva cresciuto nel suo amore tra mille giochi e qualche vizio. Nonna era l’unica persona che riusciva a convincerlo a finire il piatto che aveva davanti. Purtroppo, la nonna piangeva appena chiunque nominasse suo marito, anzi l’ex marito. Nonna era l’unica persona anziana che Nino conoscesse a essere divorziata. Lui avrebbe voluto sapere qualcosa di più riguardo suo nonno ma non voleva far piangere nonna Amelia e così teneva a freno la sua curiosità.

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Tano usciva dall'istituto di pena dopo un periodo di otto anni, gli erano sembrati ottanta. Gli avevano trovato quel buco di appartamento e viveva di una modesta pensione. Aveva trascurato la sua salute e ora aveva urgente bisogno di un dentista e di un urologo. Avrebbe dovuto anche usare un bastone ma in prigione si era abituato a farne a meno. Da dieci anni non aveva contatti con la moglie e gli ultimi erano avvenuti tramite gli avvocati, per firmare le carte del divorzio. Tuttavia le pareti della prigione, anche se parecchio spesse, avevano occhi e orecchie e lui era venuto a sapere che suo figlio aveva avuto a sua volta un bambino. Quanto gli sarebbe piaciuto conoscere il nome di quel nipotino e poterlo guardare negli occhi. Almeno una volta.

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Nino era un ragazzino curioso e sveglio. Ascoltava sempre i discorsi dei grandi, anche se in apparenza continuava a giocare con il trenino elettrico, sul pavimento. Era stato facile per lui apprendere che il marito, anzi l’ex marito di nonna Amelia era tornato ad abitare in città. Era “uscito” avevano commentato gli adulti, ma uscito da dove, e perché ci era entrato? Questi dilemmi avevano portato a tenerlo sveglio nelle lunghe ore notturne, quelle affollate da fantasmi per ogni bimbo a quell’età.

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Gaetano si era dovuto comprare un telefonino. L’avvocato d’ufficio che aveva seguito il suo rilascio e l’assistente sociale, una donna di mezz’età, scialba e occhialuta, avevano l’esigenza di contattarlo continuamente “per monitorare il suo progetto di rientro nella società”. In realtà lui non aveva molti altri contatti e accettava almeno quelli imposti dal sistema. La sera stava a fissare quel telefono muto, che gli dava la virtuale possibilità di parlare col mondo intero. Non aveva un televisore, dopo averne fatto a meno per gran parte della vita adulta, aveva preferito risparmiare i soldi di quella spesa. Fissare il muro però non aiuta a dormire bene, così come avere dolori fisici e una pena nel cuore.

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Nino si era mosso con delicatezza e sensibilità straordinarie per la sua età, ma si era mosso. La sua mamma era la persona adatta. Lui lo aveva capito, e, infatti, fu da lei che apprese le informazioni, era stato come condividere un segreto tra madre e figlio. Aveva saputo essere convincente e la mamma si era aperta. Il nonno Gaetano era stato una persona cattiva, aveva rubato soldi e fatto del male a tante persone e si era meritato di finire in prigione, più di una volta. Suo figlio non l’avrebbe mai perdonato per il male fatto agli altri, ma soprattutto per quello causato alla sua famiglia. A sua moglie e alla madre e aveva promesso che non avrebbe parlato mai più col vecchio. Nino era rimasto impressionato, gli sembrava tanto assurdo che un nonno potesse essere malvagio.

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Veleno era un ometto piccolo, secco e brutto, con gli occhi sporgenti e la barba incolta. Pochi ricordavano il suo vero nome e di certo Tano non lo aveva mai saputo. Era stato Veleno a visitare in carcere Tano e a raccontargli che il suo figliolo aveva sposato una biondona e lei aveva sfornato un marmocchio. "Mica possono giocare alla famiglia felice senza neanche informarti delle cose, sei sempre suo padre!" E Tano aveva pensato ad Amelia, a quante volte lei aveva dovuto perdonarlo, a quanti bocconi amari era stata costretta a ingoiare.  E suo figlio non lo aveva di certo fatto.  Non era mai andato a trovarlo in prigione. Tano riusciva a capire. Ma il bambino che ne poteva? Lui non aveva bisogno di sporcarsi le mani con il passato di suo nonno. Una cosa era certa, Veleno non era tipo da fare favori o regali. Prima o poi qualcosa in cambio l'avrebbe chiesta. Tano però aveva capito che era meglio stare lontano da certe persone. Forse era davvero cambiato.

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Nino ultimamente si era fatto taciturno.  Sua nonna era stata costretta ad ammettere che ciò che il nipote aveva saputo da sua madre era vero. L'ex marito era uscito dalla prigione e ora viveva in città. Quel signore era suo nonno e Nino non accettava di vivere senza nemmeno conoscerlo. Lo scontro con i genitori era stato duro ed era durato molto ma Nino sapeva da subito che ne sarebbe uscito vincitore.

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Tano passava tutte le sere ad ascoltare i suoi dolori e a fissare il telefonino tra le mani e talvolta il muro che c’era dietro. Il muro non poteva dirgli nulla e anche il cellulare rimaneva silenzioso. Dopo un’eternità squillò, facendolo sussultare. Era l’avvocato.

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Trovare l’indirizzo era stato semplice. L’avvocato che si stava occupando di suo padre, aveva provveduto al primo contatto. Lui avrebbe accontentato il piccolo. Glielo doveva, era suo diritto. Si era convinto a fatica ma lo credeva sul serio. Il viaggio di sole due ore era stato difficile. Nessuno dei due parlò, Nino osservava i campi, le case, la ferrovia, le piante, correre all’indietro, dal finestrino umido dell’auto. Suo padre era concentrato sull’autostrada, pensando a cosa dire.

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Tano non era riuscito a chiudere occhio. Quel mattino presto si era fatto la barba tagliandosi. Le mani non smettevano di tremare e si sentiva un bambino piccolo schiacciato dal terrore.

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La porta era socchiusa, Nino sarebbe entrato di corsa ma suo padre lo fermò e bussò delicatamente. Sentirono una voce roca e incerta dire: “Avanti, è aperto.”

Nino spalancò la porta e fece un passo. Suo padre si fermò sull’uscio. Per lui era troppo faticoso colmare quella distanza, fatta di silenzi e di anni di lontananza, di rabbia e di tristezza. Disse al piccolo Nino: “Va pure.” Nino si avvicinò al tavolo. L’uomo anziano si sedette da un lato e Nino salì sulla sedia di fronte. Tano iniziò a piangere. Nino rimase immobile, poi chiese: “Perché piangi? Io mi chiamo Antonino, faccio la terza elementare. È vero che sei mio nonno?” Tano si soffiò il naso, piano smise di singhiozzare e dopo aver sospirato, riuscì a rispondere. “Sì, è vero. Sono tuo nonno. Devi perdonarmi bambino mio. Ti chiedo perdono. Puoi farlo?”

Poi Nino disse qualcosa che fece capire al vecchio che se le sbarre alle finestre non c’erano, quelle della sua anima erano belle robuste e lo tenevano ancora rinchiuso. Quel bimbo era la persona che lo avrebbe liberato.

E lo fece toccandogli leggero la mano e l’anima.

“Nonno, tu non devi chiedermi di perdonarti. Penso che sei te stesso quello che debba perdonarsi. Io lo avevo già fatto prima.”

Tano avvertì la dolce melodia della felicità e sentì il rumore di sbarre che si aprono.

Entrambi sorrisero.

 




sabato 10 gennaio 2026

Il vecchio Ukulele

 





Il vecchio lanciò un sospiro fortissimo. Seguito da un peto reboante. I suoi lamenti si potevano sentire nel corridoio fino a tre camere di distanza.

Lo chiamavano il vecchio perché era l’unico, in quell’ala, ad avere più di novant’anni.

Tutti gli altri erano penosamente meno anziani. O disgraziatamente più giovani.

Si andava dagli ottantatré di Giovanni ai quarantaquattro di Maurizio. Una vera merda, dicevano.

Nelle giornate buone si ritrovavano nella sala comune, adattata a salotto con tanto di schermo televisivo circondato da una libreria fornita da libri e fumetti, letti perlopiù dal personale durante i lunghi turni di notte.

Quando pensavano che dormisse, le infermiere socchiudevano la porta ma immancabilmente il vecchio suonava il campanello nel giro di cinque minuti. Non deve essere bello restare chiusi fuori dal mondo, soprattutto se stai morendo.

Teo di anni ne aveva settantasei, molto sotto la media dell’attesa di vita maschile. Era ricoverato da quattro settimane e aveva una prognosi di tre mesi. Quei giorni era quasi felice, i sintomi della malattia si erano stabilizzati e da qualche tempo aveva iniziato un percorso di aiuto psicologico che iniziava a renderlo in pace con ciò che gli aveva riservato la vita. Pensava che se non avesse avuto così poco tempo si sarebbe potuto innamorare della psicologa e questo pensiero impertinente non mancava mai di farlo sorridere. Ora sarebbe stato il caso di far accettare la realtà anche al suo figliolo ma questo era molto più complicato.

Quel mattino Teo aveva chiesto al ragazzo, anche se il figlio era ormai un uomo di quasi cinquant’anni, di cercare in soffitta il suo vecchio ukulele. Alessandro si era naturalmente opposto, cosa che si ripeteva ormai da qualche tempo, lui si opponeva a qualsiasi decisione prendesse il genitore, come se soffrire di una malattia con prognosi infausta equivalesse a essere un demente senza più facoltà di discernimento. Teo aveva ripetuto la sua innocua richiesta usando un tono che non ammetteva repliche e quel pomeriggio era rientrato in possesso del vecchio strumento.

Il legno laminato non si era deformato troppo e le quattro corde in nylon reggevano l’età. A dire il vero la cosa che aveva maggiormente risentito del passare degli anni erano le sue dita.

Appena preso in mano il vecchio strumento, Teo aveva sorriso come un bimbo col suo giocattolo e a guardarlo bene questa frase era tutto tranne che un’immagine letteraria.

Si fece regalare da Irene un batuffolo di cotone imbevuto e ripulì l’ukulele come avrebbe fatto col culetto di un neonato col pannolino da cambiare.

Poi cercò di accordare girando le chiavi sulla paletta. Andava a orecchio ma l’infermiera ricordò che in magazzino c’era una tastiera che aveva lasciato un paziente ed era corsa a prenderla.

SOL, DO, MI. LA presto fatto. Irene era proprio una brava persona, pensava Teo e non era il solo.

Cercò di ricordare alcune diteggiature e fu felice di realizzare che ne ricordava molte, se non tutte. “È come andare in bici…” fu il suo commento verso Antonio, che si era avvicinato curioso. Il suono dell’ukulele era dolce e aggraziato e non sembrava disturbare gli altri ricoverati. Anche Maurizio si era trascinato sulla sedia a rotelle, lasciando il suo angolo vicino alla finestra dove passava tutti i lunghi pomeriggi.

Teo provò a fare un giro di note che ricordava, accennò a un brano celebre ma che nessuno degli uomini presenti sembrava riconoscere. Allora intonò con la sua voce debole e gracchiante ma il risultato fu pessimo.

“Certo che canti peggio di un cane” fu il commento di Maurizio e tutti si stupirono a vedere che era accompagnato da un sorriso. Nessuno di loro aveva mai visto il ragazzo sorridere.

“Lo so, cantare non è mai stato il mio forte, al massimo fischiettavo” e prese ad accompagnare gli accordi col suo fischio incerto.

Do, Mi minore, Fa, Do, poi Fa, La minore, Sol e di nuovo LA minore e Fa… si dovrebbero essere questi. Teo suonava sempre più sicuro, sempre con miglior resa, tempi adeguati, sentimento, come se avesse smesso solo la settimana prima. È davvero come andare in bici, e anche il suo fischiettare si faceva più somigliante e ora la canzone era riconoscibilissima.

Le due infermiere in turno si erano avvicinate in silenzio, non volevano disturbare e sapevano essere silenziose come dei gatti. La più anziana, Annalisa diede una piccola spinta alla collega, sussurrando: vai! Ma Irene era timida e non voleva guastare l’atmosfera. Poi si fece coraggio e andò.

Teo suonava a tempo e la voce che gorgheggiò un OHHH ripetuto era partita così flebile che quasi nessuno si era voltato verso l’infermiera che stava in piedi dietro al divanetto su cui suonava Teo. Lentamente era diventata più sostenuta e potente, le note di OVER THE RAINBOW si erano propagate per il corridoio, erano salite al soffitto e si erano dirette verso il fondo della struttura, passando dolci per tutte le camere per poi uscire dal vasistas in fondo alla corsia e salire verso le nuvole.

Teo si sentì felice a vedere che qualcuno cantava per lui. All’infermiera Annalisa, che era un osso duro e ne aveva viste di tutti i colori durante la sua carriera, scese una lacrima. Giovanni avrebbe voluto applaudire ma non aveva la forza per restare in piedi senza tenersi al suo deambulatore.

Maurizio si rivolse a Irene e a Teo e disse solo: grazie!

Poi tornò nel suo angolo.

Irene divenne rossa, certo aveva studiato gli effetti della musicoterapia e la ricaduta sui pazienti ma il direttore era un conservatore che non gradiva le novità e le iniziative del personale. L’unico cambiamento che aveva voluto negli ultimi dieci anni era stato far rimuovere il vecchio pavimento di linoleum per il quale erano diventati lo zimbello dell’ospedale, anche se non era servito, infatti tutti continuavano a chiamarli quelli del miglio verde.

Per un po’ Over the Rainbow continuò a echeggiare nelle stanze e nelle orecchie dei presenti, nessuno aveva commentato ma si leggeva sui volti che qualcosa era cambiato e tutti erano costretti a stare un po’ meglio.

Irene si abbassò verso Teo per ringraziarlo. Lui le prese la mano e con galanteria le rispose che aveva la voce di un angelo. Lei scappò in infermeria vergognandosi mentre la sua collega si soffiava rumorosamente il naso.

Il momento magico era finito ma tutti lo avrebbero ricordato nei giorni successivi.

A parte il vecchio, che proprio quella notte andò oltre. Morì, come facevano tutti in quel posto, ma non gli mancò la tenera compagnia dei suoi familiari né la presenza competente del personale.

Irene volle immaginare che un alito di quelle note fosse passato anche da quella camera, e la serenità rimasta sul viso dell’uomo le disse che forse era stato proprio così.





martedì 6 gennaio 2026

Che cosa ci rimane?

 



Cosa ci rimane?


Cosa rimane di questo periodo di feste che come ogni anno arriva improvviso e ci travolge come un tifone?

La stanchezza e la fatica degli acquisti eccezionali, la gioia per la luce nello sguardo dei bambini, la vaga delusione per un regalo poco azzeccato e la soddisfazione per la bella figura fatta a costo di prezzo altissimo, un vago bruciore di stomaco per le troppe calorie assunte, un latente magone per chi c'era ma non si è impegnato, il dolore per chi non c'era ma si sarebbe voluto, una leggera seccatura per chi ha confermato le aspettative negative e il calore per chi ha manifestato il lato positivo. Il piacere per tutte quelle luci e la tristezza per chi non è stato capace di rischiarare il personale buio.


Ora siamo pronti per smontare tutto ma qualcosa dovrà pur rimanere, qualcosa che sta oltre le luci, il cibo, i regali. Qualcosa che resiste dentro le persone, tutte, anche chi si dichiara indifferente o insofferente ai festeggiamenti. 

Qualcosa che ci può consolare le tristezze e lenire il dolore per le bombe, per le guerre, per le morti che la vita promette e la realtà mantiene.

Qualcosa che deve restare tutto l'anno e che può e deve farci vivere e sopravvivere nonostante tutto e tutti.

Qualcosa che non esiste solo durante le feste, anche se durante le feste si palesa più facilmente, qualcosa che tutti abbiamo e tutti meritiamo. 

E questa cosa si chiama amore.