domenica 27 luglio 2025

Lo spaventapasseri

 



Cosa ci faccio qui, non me lo chiedo nemmeno.

Quando il capo chiede di fare una cosa, io la faccio. Sono fatto così. Credo nei valori come la fedeltà, l’obbedienza, il rispetto delle regole e dei ruoli.

Sono sempre stato così, anche se a volte quest’aspetto mi ha causato qualche problema.

Certo, sono stato anche un adolescente ribelle e trasandato, che non amava farsi tagliare i capelli e tantomeno fare la doccia troppo di frequente. Poi sono cresciuto, per fortuna, e la ribellione, i capelli lunghi e il cattivo odore sono rimasti nel passato.

“Vai tu alla convention dei venditori, io ho un impegno che m’impedisce. Sono due giorni nella natura, mangi e bevi gratis e se sei fortunato, fai anche qualche piacevole incontro!”

Il capo è fatto così anche lui, non gli importa che sia sposato e che certe avventure non m’interessano, per lui ogni occasione è buona per tradire la moglie e tutti sanno che è da lei allegramente ricambiato.

Comunque sia, sono finito qui, in questo paesino di duemila anime, incastonato tra verdi colline, nell’unica struttura della provincia, adatta a ospitare circa cinquecento venditori e i loro clienti, riuniti con la scusa di ascoltare le novità del settore ma con la reale intenzione di fare una vacanza (con relativa scappatella) a spese delle proprie aziende.

Il posto non è niente male, girano camerieri in guanti bianchi che offrono un rosato frizzantino locale come aperitivo, c’è la piscina per i momenti liberi e una vista mozzafiato sui filari di vigne e sui frutteti.

Io quei filari e quei frutteti li ricordo bene. Li vedevo fin da bambino.

Tutte le estati, durante le scuole elementari, alla fine dell’anno scolastico, i miei genitori mi accompagnavano dagli zii che vivevano in campagna e mi lasciavano sul posto da una a due settimane, dicendomi che a un bambino di città avrebbe fatto bene respirare per un po’ l’aria pulita delle verdi colline.

Forse avevano ragione ma all’epoca la pensavo diversamente.

Tutti i giorni a strappare le erbacce del cortile, dipingere lo steccato di recinzione delle galline, a raccogliere frutta e a trasportarla in cesti pesantissimi, io bambino di città, a casa ci ritornavo con i calli sulle mani e le spalle scottate dal sole.

Poi c’erano gli inconvenienti. Scappare dal cane che mi aveva già morso una volta sulle chiappe, quando qualcuno si dimenticava di legare la catena. Le camminate sotto il sole cocente, senza sapere dove andare, senza poter utilizzare la vecchia bicicletta con le gomme bucate, che “domani se ho tempo le riparo” ma quel domani non veniva mai.

Mi ero trovato dei compagni di gioco, un gruppo di dodicenni che di giorno lavorava nei campi dei genitori ma di sera invadeva la piazza con un vecchio pallone di cuoio e ingaggiava interminabili partite usando le panchine come limiti del campo di gioco e quattro lampioni come pali.

Inutile dire che per quei scapestrati io ero il “signorino” oppure il “cittadino” e come tale ero scelto per ultimo. Appena gli anziani del gruppo si accorgevano che ero bravo e osavo sfidarli con finte, tunnel e altra roba che avevo nel repertorio, partivano i calcetti sulle caviglie, le pallonate in piena faccia o nello stomaco e una volta ero rimasto a terra senza respirare per quasi un minuto intero prima che i compagni di squadra si decidessero di interrompere l’azione di gioco. Tornavo dagli zii, la sera, quasi sempre con le ginocchia sbucciate ma non dicevo loro niente per evitare l’alcool che usavano per tutto, dalla disinfezione alla manutenzione del motore diesel del trattore.

Sia chiaro, quella crudeltà non era un problema, era solo la conferma che lì, in quel mondo rurale, le cose funzionavano esattamente come in città, e anche lì, così come a scuola, se volevi sopravvivere, non dovevi lamentarti troppo.

Semmai il problema era un altro.

Mi era stata assegnata una stanzetta, in cima alle scale, e il posto era bellissimo. Dalla finestra, che tenevo aperta anche di notte, potevo guardare un magnifico cielo e osservare i crateri della luna e sognare di quando l’uomo, solo pochi anni prima, ci aveva camminato sopra. Inoltre la cascina non veniva chiusa a chiave e qualche volta, la notte, illuminando le scale con una piccola torcia, ero sceso il cortile ad ascoltare i rumori degli animali. Lo stridio delle civette o spesso il lungo ululato dell’allocco. Lo scricchiolio tra l’erba dei piccoli roditori che scappavano sapendo di essere prede.

Mi affascinava quel mondo spietato e sanguinario, scoprivo il lato selvaggio della natura che non potevo ancora riconoscere nel mio ambiente cittadino.

Non mi faceva paura, non fino a una notte.

Dalla finestra sentii un respiro, come di qualcuno che ansima dopo una corsa in salita o di chi ha l’asma. Sembrava vicino e mi affacciai per vedere se uno degli zii fosse uscito in cortile. Il cortile era immerso nel buio, era una notte con poche stelle e non distinguevo la terra dal cielo. A distanza, nella vigna, vidi qualcosa. Sembrava una piccola fiammella rossa, immaginai qualcuno che stesse fumando. Quel rosso poteva essere la brace di una sigaretta, certo. Poi guardando bene, mi accorsi che i puntini rossi erano due e il rumore di respiro proveniva dalla direzione di quelle luci.

Di quegli occhi.

Provai una paura folle e disperata, chiusi gli scuri e la finestra e sopportai il caldo e le lenzuola fradice di sudore fino al mattino, senza potermi riaddormentare.

Qualcuno mi osservava dal campo, con occhi di fuoco.

Al mattino andai con uno zio proprio in quel campo, di giorno tutto sembrava normale ma per sicurezza le mie mani stringevano una vanga.

In mezzo al campo se ne stava eretto, legato a un lungo bastone di legno, uno spaventapasseri, vestito di stracci, una camicia e un pantalone muffiti e tenuti su con una corda e l’orribile faccia di paglia sotto a un cappellaccio consumato dalle intemperie. Chiesi allo zio se qualcuno potesse andare in quel campo di notte, magari per fumare ma lui rise, disse che lì non era andato nessuno, si sarebbe accorto e poi non c’erano segni nella terra morbida.

Poi mi sorprese con una domanda:

“Non è che per caso hai sentito lo spaventapasseri? A volte nelle notti buie si anima per spaventare i ragazzini…”

Lui rise grassamente ma io non lo trovai divertente e mi vennero i brividi al pensiero di quello spaventapasseri, alto quasi due metri, che se ne andava in giro per il campo con gli occhi rossi di fuoco.

Poi crebbi, studiai, giocai a calcio, conobbi ragazze e feci tutte le cose che fanno i ragazzini quando crescono. Persi la mia innocenza e le paure infantili furono sostituite dalle ansie degli adulti, trovare un buon lavoro, pagare le tasse, comprare un’auto nuova.

Ora sono qui, in questo Resort di lusso, tra le colline che credevo di avere dimenticato ma ricordavo bene, molto bene.

È notte, sono in camera e mi affaccio alla finestra.

La notte è buia, la piscina e le luci sono sull’altro lato. Non ci sono stelle e la falce di luna è nascosta da una nuvola nera. Non si distingue la terra dal cielo.

Tutto è buio tranne qualcosa tra i filari.

Due occhi rossi che mi fissano da lontano.

Due occhi che mi stavano aspettando e che non si erano dimenticati di me, come io non mi sono mai dimenticato di loro.

Gli occhi dello spaventapasseri.





lunedì 21 luglio 2025

Il guru

 





La strada è impervia e abbastanza ripida, ma meno dura di quanto mi fossi immaginato.

Quaranta minuti di mulattiera, quasi tutta in salita, quasi tutta all’ombra dei castagni.

C’erano state costruzioni abbandonate, vecchie baite dal tetto sfondato, asili per animali selvatici ed erbacce. Troppo costose da ristrutturare e troppo brutte per pensare di farci una vacanza.

Al contrario, l’arrivo alla casa del guru è stato una piacevole sorpresa. Una casa graziosa esposta al sole, due piani compreso l’abbaino, facciata di calce bianca e balconcino spiovente di legno, ornato da dalie colorate.

Qualcuno si accorge del mio arrivo perché una voce maschile mi invita ad entrare.

Anche la persona del guru è una sorpresa.

Mi ero aspettato un vecchio, con barba bianca e volto segnato, invece mi trovo davanti un uomo magro e alto, qualche anno più di me ma non troppi, sbarbato e con una camicia pulita.

Vede come lo guardo e sorride.

“Fanno tutti quella faccia”

Io faccio finta di non capire e lui è gentile e fa finta di dovermi spiegare.

“So che vi aspettate un anziano saggio, magari un po’ sporco e trasandato, ma qui c’è la corrente e abbiamo tutti i confort, compreso rasoio elettrico e lavatrice”

Biascico delle scuse frettolose e mi sento stupido. Niente di strano, mi dico, dopotutto il guru è lui, mica io.

“Si accomodi, le verso un bicchiere d’acqua”

L’acqua è fresca e buona e molto piacevole dopo la camminata.

“Chi le ha detto di venire fin qui?”

Quell’uomo era di certo abituato alle visite di estranei e non dava segno che la cosa lo infastidisse.

“Un mio collega e amico. Conosce un uomo che è salito quassù per consultarsi con lei e questo gli ha detto che lei gli ha cambiato la vita”

“Se qualcuno riesce a cambiare vita, non dipende da me ma da lui stesso, dai suoi motivi, dalla sua forza”

“Certo, lo capisco, ma lui lo ha fatto dopo essere stato a parlare con lei”

Il guru fa un gesto con la mano, come a scacciare una mosca, anzi come a cancellare cose successe nel passato. Poi mi tende la mano e si presenta.

“Mi chiamo Oreste, forse è per questo che sono finito a vivere qui…” Sorride di nuovo.

Il non capisco la sua battuta e mi limito a rispondere col mio nome.

“Io sono Alberto, piacere…”

Il guru, nella mia testa lo avrei continuato a chiamare così, mi porge una sedia di legno, lui si accomoda sul vecchio divano. Guardo la stanza, vedo libri e quadri ma anche uno schermo e nell’angolo un router che ronza, e fa l’occhiolino con le sue spie verdi.

Oreste continua a sorridere. “Come vedi abbiamo anche internet. È bello stare soli ma non è giusto perdere la connessione con il mondo”

Deve divertirsi un mondo a prendere in giro quelli ingenui e creduloni come me. Noto con piacere che è passato al tu.

“Certo, mi ero aspettato un posto diverso, avevo pensato che…”

“Fermo, fermo. Tutto questo pensare può portarti su strade lontane dalla tua meta. Il troppo pensare, a volte, porta a errare, nelle diverse accezioni di questo termine, ma ora sei qui e questo significa solo una cosa, che oltre a essere un uomo di pensiero sei anche un uomo d’azione. Possiamo lavoraci dunque”

Sono sempre più confuso, così non dico niente.

Oreste decide di aiutarmi.

“Qual è la domanda che ti ha condotto da me, cosa vorresti ottenere? Non rispondere qualcosa di astratto, non la bevo, tutti vogliamo qualcosa di concreto, non solo frasi filosofiche da calendario new-age”

“Vorrei essere più bravo a scegliere, a prendere decisioni. Vorrei avere successo nelle cose che faccio”

Ok, apprezzo sempre l’onestà e la praticità. Ti confesso che la maggior parte delle persone vuole alla fine solo fare soldi”

“Fare soldi non è che mi farebbe schifo…”

Il guru ride e finalmente rido con lui.

Lui torna serio e si mette a fissare un quadro sulla parete. Rappresenta una donna di spalle, vestita di rosa, con i capelli raccolti, semisdraiata sull’erba, a fissare una cascina distante.

Dopo qualche minuto di silenzio Oreste riprende.

“È una riproduzione. L’originale è a New York, credo. Mi colma di pace osservare questo quadro. Certo con molti soldi potrei cercare di comprare l’originale. Fare i soldi non è un male in sé ma si può trovare la pace anche avendone meno”

Adesso sono io a restare in silenzio e ad aspettare che riprenda.

“Vedi Alberto, sono sicuro che una persona come te, che pensa molto, al risveglio abbia almeno due idee. Ogni giorno. Una porta cose buone, conduce più vicino alla meta che si vuole raggiungere, individua la strada migliore. L’altra soddisfa un bisogno immediato, crea un piacere, colma l’ego di benessere. Ma costa energie e tempo e spesso conduce su una strada errata. Perdersi è semplice”

“Allora cosa mi consigli?”

“Impara a fare la scelta giusta, anche quando questa non comporta piacere immediato”

“E se mi svegliassi con una terza idea?”

“Girati e riprendi a dormire”

Ridiamo. Sembriamo una coppia di vecchi amici davanti a un bicchiere di vino.

“Ora vai, per oggi non ho altro da dirti”

Mi sento un po’ deluso ma non mi permetto di contrariare il guru.

Chiedo quanto gli devo e lui mi fa un gesto eloquente.

Poi precisa.

“Ti aspetto presto, torna su a riferire come sta andando la tua vita. E se le cose ti aggradano, farai un’offerta alla fondazione. Ricordi? C’è internet…”

Gli stringo la mano.

Sulla strada del ritorno ho occasione per iniziare a seguire ciò che mi ha detto.

Cerco di non pensare.

Così vedo il terreno, gli steli d’erba, gli insetti. Il profumo della lavanda. L'odore dell’estate e il calore del sole sulle braccia.

Mi godo la montagna, la natura.

E sento di farne parte.